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SPECIALE METAFISICA DELLA BIBLIOTECA

A CASA DI CHI SCRIVE È «UN LEGGERE CONTINUO»

Biblioteche e scrittori

di Giuseppe Scaraffia

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (novembre 2019)

 

«Si può leggere la mia biblioteca un po’ come un mappamondo appiattito sul muro, dove i vari popoli occupano approssimativamente il posto che hanno sulla terra», spiegava il centenario Claude Lévi-Strauss ai visitatori. Un lieve tremito faceva vibrare le mani dell’antropologo mentre indicava la disposizione delle librerie presidiate dalle maschere primitive, che tappezzavano la sua casa di Parigi. «Diciamo che in questa scaffalatura c’è il Sud America, se invece si tratta di una popolazione più a Nord, diciamo il Venezuela, i libri saranno sistemati in alto, mentre la Terra del Fuoco sarà molto in basso».

In casa della Yourcenar geografia e storia condividevano il potere di irregimentare i libri: all’antichità era riservato lo studio; al Rinascimento e al classicismo il salotto, il XIX e il XX secolo il primo piano, dove si trovavano le stanze da letto. L’ordine della biblioteca è rigoroso quanto precario. Lo scrittore che non scelga, come Alberto Moravia, di disporli per collane è sempre esposto a dubbi e ripensamenti. Sono molti i libri che potrebbero passare da una schiera all’altra senza essere accusati di tradimento. Ma anche il disordine è un ordine forse ancora più rigoroso perché nasconde almeno due intenzioni: quella di celebrare lo straripare della cultura e quella di ricreare l’incontro casuale o intenzionale che ha portato all’acquisizione del volume. In casa di Marcel Schwob, ricorda la moglie Marguerite Moreno, anche il minuscolo studiolo era nascosto dai libri: «Si camminava sui libri, ci si sedeva sui libri, persino il letto era nascosto dai libri». Come un’edera immobile i libri s’arrampicavano, nella stanza oblunga, dal pavimento fino al soffitto, incorniciando, al tramonto, la costellazione di luci della città. Era impossibile convincerlo a fare pulire o a riordinare i volumi sparsi per terra. Era altrettanto difficile individuare il criterio con cui i volumi si ammucchiavano in orizzontale e in verticale nel ‘Faro’, lo studio di Jean Giono, sotto le tegole. Nei modesti scaffali di Guillaume Apollinaire si passava dalla pornografia a Perrault. Il cuoio marezzato delle legature settecentesche poteva preludere agli acidi colori delle copertine dell’adorato Fantomas. «I capolavori sono difficili da leggere… Ci vuole una grande costanza per esaminarli senza addormentarsi».

L’animale più adatto alla biblioteca è il gatto, silenzioso e in grado di spostarsi senza farli cadere. Apollinaire lo trovava indispensabile, quello di Huxley restava sulla sua spalla mentre scriveva e Tristan Tzara ne aveva uno dall’aria feroce che sonnecchiava tra i libri e le maschere africane. Nelle librerie di T. E. Lawrence, sostavano, senza distinzione di rango, i classici antichi e moderni, da Boccaccio a Sofocle, da Hemingway a Eliot. Boris Vian mescolava disinvoltamente le copie con dedica dei romanzi di Marcel Aymé a riviste di aviazione, dizionari di argot, libri gialli e logori libri di ricette culinarie.

Non è la quantità dei libri a fare una biblioteca. Anzi, un numero ridotto si presta ancora di più a esprimere le idee del suo padrone. Quel provocatore di Alfred Jarry aveva pochissimi libri tra i quali le opere di Rabelais e alcuni volumetti per bambini della “Bibliothèque rose”. Ma c’è anche chi rifiuta le librerie: «Nessuna biblioteca, ma un caos di libri accatastati per il rogo» nel minuscolo studio di Emile Cioran.

A volte degli intrusi, con la scusa della servizievolezza, si insinuano tra gli scaffali. A casa di Balzac in una delle biblioteche ai lati della porta-finestra erano pronti un dizionario biografico, dei libri di legge e svariate opere di consultazione. Michail Bulgakov faceva collezione di letteratura giuridica e la gremiva di appunti. Nelle alte librerie di legno scuro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa sembravano prevalere i libri di consultazione.

Non pochi fanno coesistere le proprie opere con quelle della biblioteca vera e propria. Per Jules ed Edmond de Goncourt le rilegature delle loro opere erano fondamentali e non di rado sontuose. Ad esempio i gigli d’oro e il fac-simile della medaglia d’argento coniata per le nozze regali fregiavano la loro biografia di Maria Antonietta. Quello che rendeva uniche le copie dei loro libri era l’abitudine di fare dipingere il frontespizio dei volumi da un artista. Malgrado gli scarsi guadagni, Joris-Karl Huysmans aveva rilegato lussuosamente le sue opere con sofisticate carte dorate orientali o stoffe preziose.

Dopo avere mostrato ai visitatori una vasta collezione di resoconti di viaggi, di opere scientifiche e di carte geografiche, Jules Verne mostrava loro una scansia su cui sostavano ordinatamente centinaia di traduzioni straniere di tutte le sue opere, tra cui, sottolineava, anche quelle in giapponese e in arabo. Poi si sostava davanti a una libreria che conteneva le sue opere in francese e lasciava cadere sorridendo: «Ottanta volumi…».

Ogni biblioteca, sostiene Alberto Manguel, evoca il suo doppio, proibito o dimenticato, per il fatto stesso di esistere. Il fatto è che per gli scrittori i libri sono al tempo stesso oggetto di svago e strumento di lavoro, ideale e giocattolo.

Sono vari i modi in cui lo scrittore si appropria del libro. «La rilegatura – spiegava d’Annunzio – è un problema delicatissimo che richiede un’infinità di ricerche, di esperimenti e di cure. L’amatore deve scegliere da sé il cuoio, la stoffa e qualunque altra materia gli sembri più adatta alla natura del prezioso cimelio». I fratelli Goncourt coltivavano anche l’idea del livre truffé, prime edizioni in cui inserivano lettere o manoscritti dell’autore.

Ci sono modi meno aulici per appropriarsi interamente di un volume strappandolo alla schiera dei suoi anonimi gemelli. Da molti dei volumi della biblioteca di Voltaire spuntavano i segnapagine incollati. Stendhal scriveva sui bordi delle pagine o addirittura incollava tra le pagine fogli di appunti.

Anatole France (1844-1924), 1896. (Photo by: Photo12/Universal Images Group via Getty Images)

Raramente lo scrittore non è geloso dei suoi volumi. Anatole France, per esempio, era riluttante a affidare i suoi tesori alle mani maldestre dei visitatori. Gli ottomila volumi della libreria comprendevano preziosi incunaboli e alcune rarità, come le prime edizioni di Racine, Corneille e del prediletto Rabelais, spesso fregiati da stemmi reali o principeschi. «Nessuna angoscia potrebbe superare quella di far passare una rilegatura di marocchino tra le mani di diciotto persone», gemeva Pierre Louÿs che maneggiava i libri con sapiente delicatezza, carezzando la carta velina come la pelle di un’amante.

Una menzione a parte meritano i doppioni, che vanno da quelli della biblioteca di Aby Warburg che, secondo la legge del ‘buon vicino’, venivano a ragione inseriti in diverse sezioni della biblioteca a quelli che Stendhal acquistava per semplice insaziabilità del libro in sé. O le diverse edizioni di un’opera fondamentale, come quelle della Divina Commedia accumulate da Samuel Beckett.

Una categoria problematica è quella dei libri donati dai colleghi che potevano diventare preziosi amuleti o restare intonsi come quelli arrivati a Maurice Barrès oppure, come quelli inviati a Victor Hugo, portare sulla copertina una «R» per indicare che il donatore era stato ringraziato. I rari contemporanei amati o stimati da Honoré de Balzac erano confinati in una libreria a sé. A casa di Anatole France i libri dei contemporanei formavano ovunque piramidi pericolanti, invadendo il bagno, la scala e le poltrone. Dopo una vana attesa, confluivano, intonsi, alla vasca da bagno, da cui uscivano solo per entrare nel negozio di un venditore di libri usati.

Essere separato dai propri libri amareggia lo scrittore come un’invisibile amputazione. Gli esuli come Walter Benjamin evocano quel paradiso perduto tra nostalgia e speranza. James Joyce continuò per anni a cercare di riavere i libri rimasti a Trieste. Esasperato dalla dispersione della sua biblioteca alla vendita all’asta per debiti della Capponcina, d’Annunzio schiumava: «Un branco di scimmie calpestò e distrusse la Capponcina, ma il sequestro della biblioteca è l’ultima infamia». Fortunatamente aveva dato in pegno i suoi manoscritti, quelli almeno non glieli avrebbero potuti sequestrare.

[continua]

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