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Bibliofilia del Gusto

Il covo torinese del palato futurista

La Taverna Santopalato

di Massimo Gatta

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 103 – marzo2019)

In una ipotetica, quanto affascinante, ‘toponomastica gastronomico-culinaria’ del nostro Novecento, ancora tutta da scrivere, via Vanchiglia 2, a Torino, occuperebbe un posto centrale. Fu in questa strada, infatti, che alla mezzanotte dell’8 marzo 1931 (e fino alle 4 del mattino), in una Torino «seriosa e paludata, alla presenza di artisti, notabili, giornalisti», veniva inaugurato in pompa magna il primo ristorante in Italia interamente futurista e il cui nome, Taverna Santopalato, venne partorito ovviamente dalla mente vulcanica e geniale del fondatore del movimento, Effe Ti Marinetti. In queste righe cercherò di rievocare la breve storia di questo monumento alla gastronomia, al gusto e all’arredo futurista.

Qualche mese prima, sempre Effe Ti Marinetti, aveva pubblicato a Torino sulla «Gazzetta del Popolo» il testo sacro e programmatico dell’intera etica ed estetica culinaria del futurismo, il celebre Manifesto della cucina futurista, purtroppo relegato a torto tra i manifesti minori (ma, come giustamente ricordava March Bloch, ormai lo storico trova forse più stimoli in cucina che nella sala del trono), e che nel maggio del ’32 confluirà nel magmatico, esilarante e affascinante La cucina futurista, scritto insieme a Fillìa, sulla cui (rarissima) fascetta editoriale era ironicamente stampato: «Questo libro è più drammatico e più piccante di un romanzo poliziesco e di un romanzo erotico. La più grande agitazione polemica: 2000 articoli in tre mesi su tutti i giornali del mondo. Risposta ai difensori della pastasciutta, 200 formule di cucina futurista per ristoranti e quisibeve. I pranzi meno costosi e più rallegranti». Nel volume erano riportate ben 172 ricette e «polibibite» (cocktails) ideate dal solito Marinetti insieme a Fillìa, Prampolini, Folgore, Mazza, Diulgheroff, Farfa, D’Albisola, ecc. Quasi un mese prima lo stesso Marinetti aveva annunciato l’idea estetica di una cucina futurista, per il rinnovamento dell’intero sistema alimentare italiano, nel corso di un banchetto-omaggio alla gastronomia futurista al ristorante milanese Penna d’oca, diretto da Mario Tapparelli, al quale parteciparono, oltre Marinetti e il prefetto Fornaciari, anche l’editore Umberto Notari, lo scrittore Leonida Rèpaci e i futuristi Fortunato Depero, Enrico Prampolini, Escodamè e Giovanni Gerbino.

Ma dove nasce l’idea di realizzare a Torino un vero e proprio ‘covo’ della gastronomia futurista? In effetti Torino in quegli anni Venti viveva nell’egemonia culturale del liberale Riccardo Gualino. Sarà un giovane di Revello, in provincia di Cuneo, Luigi Colombo, che da futurista diventerà celebre come Fillìa, a voler rivitalizzare il capoluogo piemontese. Conosciuto Marinetti a Torino nel ’22, in occasione della visita di quest’ultimo all’Esposizione futurista al Winter Club, dove su invito di Antonio Gramsci aveva accettato di guidare un gruppo di operai Fiat, Fillìa venne completamente assorbito dal fascino marinettiano, diventando in pochi anni uno dei maggiori rappresentanti del secondo futurismo. Fu quindi naturale per Fillìa, anni dopo, voler realizzare proprio in questa città il primo, vero cenacolo culinario interamente dedicato alla cucina e al gusto futuristi, nel quale l’idea stessa di ‘macchina e ingranaggio’, cari all’immaginario dei futuristi, potevano trovare ampia realizzazione nei particolari, estetici, architettonici e d’ambiente, nonché letterari. Sarà lo stesso Fillìa ad affermare nel corso di un’intervista: «La prego di far rilevare anzitutto che la nostra iniziativa e la nostra attività per l’apertura del Santopalato ha puramente scopi artistici, ideatori e propulsori di una nostra teoria culinaria. Non si tratta perciò di una speculazione mia o di Diulgheroff. Noi daremo semplicemente alla Taverna un’impronta futurista. Ma non avremo, ripeto, nessun interessamento sul successo più o meno grande (noi speriamo grandissimo) dell’iniziativa. La Taverna sorgerà prossimamente a Torino. Verrà decorata dall’architetto Diulgheroff e da me, collo scopo preciso di passare dalla teoria alla pratica nella polemica futurista». L’idea stessa della Taverna Santopalato (con tutto il portato della cucina futurista) rivela, a leggerla in profondità, un ideale filosofico più complesso e strutturato: l’educazione morale e anche il tentativo di una nuova, moderna simultaneità gastronomica. Scrive ancora Fillìa, con una vena polemica: «La Taverna Santopalato ha un proprietario e dei cuochi che la dirigeranno – io e l’architetto Diulgheroff non ne curiamo che l’inaugurazione e il primo orientamento – siamo sicuri nell’intelligenza e nella fede di modernità che animano quei cuochi. Ma se l’Accademia Gastronomica Nazionale insiste a contrastare il nostro sforzo che tende a inventare dei piatti italianissimi (almeno quanto la pastasciutta e forse anche di più) fonderemo allora una Nuova Accademica Gastronomica Futurista alla quale aderiranno i cinquantamila artisti novatori e simpatizzanti della nuova Italia»; e ancora: «La Taverna Santopalato sarà dunque la fucina sperimentale del nostro manifesto. Diulgheroff e io lavoriamo per metallizzare, illuminare e colorare l’ambiente, in modo cioè da creare un’atmosfera adatta ai pranzi futuristi. Ed il locale non sarà un semplice ristorante, ma diverrà un ritrovo di artisti e noi stessi organizzeremo concorsi di poesia, di pittura e di toelette futuriste». Tutto questo in linea con il grande progetto marinettiano di una ricostruzione futurista dell’universo.

[continua]

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