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Atteone: da Ovidio a Giordano Bruno

«Il gran cacciator divenne caccia»

di Guido Del Giudice

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 103 – febbraio 2019)

 

Ormai ho compiuto un’opera che né l’ira di Giove, né il fuoco
o il ferro, né il tempo che tutto consuma, potranno distruggere.

Versi densi di orgoglio questi che chiudono le Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone. La fortuna del poeta di Sulmona, come egli si augurava, andrà ben oltre i confini spaziali e temporali dell’Impero romano, perdurando ancor oggi, a duemila anni di distanza dalla sua mutazione, avvenuta nel 17 o 18 d.C. Mutazione, e non morte, perché:

Ogni cosa muta, nulla si distrugge.
Lo spirito vaga dall’uno all’altro e viceversa, impossessandosi del corpo
che capita, e dagli animali passa in corpi umani,
da noi negli animali, senza mai deperire nel tempo.

Ascoltando queste parole si può ben capire perché le Metamorfosi ovidiane costituiscano una fonte primaria anche per Giordano Bruno, che vi ritrova la sua concezione della materia animata, e la conseguente fede nella metempsicosi. Talmente ampie e precise sono le corrispondenze, seconde per quantità soltanto a quelle col De rerum natura di Lucrezio, da suggerire che il poema facesse parte dell’immenso patrimonio mnemonico del filosofo. In particolare il XV e ultimo libro, in cui Pitagora la fa da padrone, costituisce un suo riferimento costante:

Come la cera duttile si plasma in nuovi aspetti,
non rimanendo qual era e senza conservare la stessa forma,
ma sempre cera è, così, vi dico, l’anima
è sempre la stessa, ma trasmigra in varie figure.

Le trasformazioni che allacciano reciprocamente uomini, animali, piante, minerali, confermano da un lato l’unicità e la dignità della materia e, dall’altro, la sussistenza di un principio formativo che in Bruno diventa ‘anima del mondo’. La molle cera di Ovidio richiama l’immagine di un eterno morphing, di una plastilina animata in continua trasformazione, che illustra perfettamente il concetto bruniano di una materia che dal suo interno ‘caccia fuori’ tutte le forme.

Caratteristica tipica dei geni è quella di sapersi scegliere i maestri. Bruno predilige quelli in grado di condensare e trasmettere nelle loro opere un’intera tradizione sapienziale. Ovidio gli offre, già pronta, una versione della dottrina pitagorica intrisa del pensiero di Empedocle ed Epicuro, che collima perfettamente con la sua ontologia. Le Metamorfosi realizzano una sintesi ideale tra figurazione mitologica e credo filosofico, che gli permette di evidenziare una fondamentale differenza concettuale, rispetto al De rerum natura.

Lucrezio, come il suo maestro Epicuro, invita a non temere la morte perché i corpi, dissolvendosi, non sono più in grado di soffrire, ma per lui, insieme al corpo, perisce anche l’anima. Per Ovidio:

Le anime invece non muoiono e sempre, lasciata l’antica sede
e accolte in un nuovo corpo, vi si insediano e continuano a vivere.

Nei suoi versi risuona il panta rei eracliteo: tutte le cose fluiscono e, come un fiume, senza posa va il tempo, rinnovandosi di continuo. Così la notte insegue il giorno, il sole la luna, così si avvicendano le stagioni dell’anno e della nostra vita. È il canto della ‘vicissitudine’ tanto caro a Bruno.

Il poema delle trasformazioni costituisce per il Nolano un ricco serbatoio di miti per dar corpo alle sue potenti metafore filosofiche. Se ne serve ampiamente nello Spaccio de la bestia trionfante e nella Cabala del cavallo Pegaseo, ma quello che più profondamente lo ispira è il mito di Diana e Atteone. Esso racchiude il significato di un’opera, il De gl’heroici furori (Parigi, Antonio Baio, 1585) che rappresenta l’acme di quel momento creativo, straordinario per intensità e potenza immaginativa, costituito dai dialoghi italiani. Nel loro organico svolgimento, a partire dal De la causa fino ad arrivare ai Furori, Bruno elabora un sistema filosofico del quale le opere successive, con poche eccezioni, costituiranno soltanto l’ulteriore definizione e sviluppo. Egli reinterpreta la vicenda di Atteone, con accenti apertamente autobiografici, trasformandola in un’allegoria della missione etica dell’uomo vero, non bestiale, che ricerca la solitudine e il contatto con la natura per interiorizzare Dio e assimilarsi a Lui. L’Atteone del Nolano è un personaggio completamente diverso rispetto allo svagato cacciatore di Ovidio. Hanno in comune soltanto il fato, che conduce entrambi a imbattersi nella divinità.

[continua]

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frontespizio dell’opera di Giordano Bruno De gl’heroici furori (Parigi, Antonio Baio, 1585)

Metamorphoses, manoscritto dell’XI secolo, conosciuto anche come «Ovidio Napoletano», Napoli, Biblioteca Nazionale (IV F. 3)

Metamorfosi, manoscritto del XIV secolo, con miniature eseguite da Stefano degli Azzi (1340 ca.-1405 ca.), Cesena, Biblioteca Malatestiana (S.XXV.6)

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