wuz, n.5 settembre-ottobre 2005

 

Armando Audoli

 

Ask the dust di John Fante

 

 

Elio Vittorini, Pier Vittorio Tondelli, Gianni Amelio, Sandro Veronesi, Alessandro Baricco, Vinicio Capossela…e potrebbe continuare, forse, con qualche altro nome d’ eccezione la singolare ed eterogenea teoria dei nostri grandi iniziati al culto di John Fante. Culto che si può far risalire, qui in Italia, proprio alle pioneristiche attenzioni di Vittorini, che aveva osato inserire un estratto del primo capitolo di Wait until spring, Bandini nella chiaccheratissima antologia Americana, mentre si apprestava a presentare al meglio l’ estroso talento narrativo di Fante, traducendo il capolavoro Ask the dust, reso nell’ idioma italico con Il cammino nella polvere (Milano, Mondadori, 1941). Nessun libro di John Fante si era ancora affacciato sugli scaffali e nelle vetrine delle librerie di casa nostra : adesso, che è passato ben più di mezzo secolo, sembra così facile proclamare la grandezza di Fante, anche per noi italiani, agevolati dagli amorevoli studi di Francesco Durante, ispirato cantore dell’ italoamericanità  e nostro massimo esegeta del genio di Denver, nonchè curatore -fra molto altro- di un impeccabile Meridiano dedicato ai suoi romanzi e racconti (Milano, Mondadori, 2003).

Ma non era altrettanto facile, un tempo, unirsi agli officianti in nome di Fante, giacchè il culto era essenzialmente sotterraneo. E non c’ è bisogno di spingersi tanto lontano nei decenni : basta fare un po’ marcia indietro con la memoria, per tornare agli esordi degli anni Ottanta. Sì, perchè oggi può apparire perfino scontata l’ idolatria per la prosa incantevole di Fante, artigiano dal gesto superbo : una prosa talmente lieve, a volte spiegata nel suo cantare piano, a volte "filante, senza particolari asprezze lessicali o sintattiche, pulita, veloce, spesso lubrificata da uno humour dispensato con mano leggera, abilissima" (suonano perfette le parole di Baricco); oggi, che ogni cosa è stata detta sull’ artefice di Ask the dust; oggi, che si possono leggere quasi tutte le sue opere (inediti e rarità  comprese) in edizioni filologicamente ineccepibili; oggi, che a lui vengono dedicati interi corsi e seminari accademici : memorabile -suggeriamo per inciso- un congresso monografico di tre giorni, tenutosi nel 1995 alla California State University (gli atti si trovano nel volume John Fante : a critical gathering, curato da Stephen Cooper e David Fine); oggi, che anche noi possiamo agevolmente leggere il magistrale saggio biografico dello stesso Cooper (Una vita piena, Marcos y Marcos, 2001);oggi,che il nome di Fante -diciamolo,infine- è un luogo comune, inflazionato sulle labbra delle persone colte e di buone letture. Un nome facile, insomma.

Non altrettanto facile però -dicevamo- era quel nome già  solo agli esordi degli anni Ottanta. Allora John Fante, che sarebbe morto l’ 8 maggio del 1983, si era da tempo ritirato dalle scene letterarie ufficiali. Egli era ormai psichicamente isolato e fisicamente devastato dalle terribili conseguenze del diabete che gli aveva tolto la vista e che aveva costretto i medici ad amputargli le gambe, di netto : sarcastico destino per un uomo dal cognome così dinamico, marciante, podistico ! Fortunatamente John fu sempre accudito -dalla fine degli anni trenta fino all’ ultimo respiro- dalla moglie Joyce, una donna di ottime origini tedesco-irlandesi, con la quale fece quattro figli. A proposito : una rapida panoramica a ritroso per la biografia. Fante, primo di quattro fratelli, era nato l’ 8 aprile del 1909, a Denver in Colorado. Sempre in Colorado, a Boulder, John trascorse gran parte della sua infanzia. E una curiosità  : per un eccentrico vezzo (eccentrico ancor più in un maschio di cultura) Fante dichiarò spesso, anche in documenti ufficiali, di essere nato nel 1910 o nel 1911, data, quest’ ultima, ancora riportata -per esempio- dalla Garzantina della letteratura. Italiani appartenenti alla prima generazione di immigrati in America, i genitori dello scrittore erano una coppia a dir poco bizzarra, in due parole, male assortita. Abruzzese di Torricella Peligna, un paesino appenninico in provincia di Chieti, Nicholas ("Nick") Fante era giunto in America nel 1901; Mary Concepta Capolungo, quinta figlia di un sarto lucano, era invece venuta al mondo a Chicago. Muratore assai capace, e assai capace alcolizzato, uomo difficile, dal carattere umorale e violento, Nick ispirò al figlio molte splendide pagine, cariche di umori e umorismi freudiani, pagine piene di irrisolte tensioni edipiche. Nick Fante era lo Svevo Bandini di Wait until spring, Bandini, il debutto ufficiale di John : subito una prodezza, uscita nel 1938, per i tipi della Stackpole Sons. Sempre sopra la figura paterna, anni e anni dopo -nel 1977- Fante intonò il suo canto più maturo : quel The brotherood of the grape (Boston, Houghton Mifflin Co.) che è considerato l’ ultimo capolavoro dell’ autore, almeno nell’ ambito del romanzo. Per contro, il rapporto ugualmente forte con la madre -la cattolica e dolcissima Mary- lasciò tracce letterarie più esili e di minore incisività .

Fante fuggì presto dal Colorado, per approdare nella città  che avrebbe ispirato in profondo, insieme alle reminiscenze infantili, tutta la sua parabola artistica ed esistenziale. A Los Angeles ambientò i libri della ‘saga’ di Arturo Bandini, il più riuscito fra gli alter-ego del narratore. E a Los Angeles John sperimentò la ferocia della miseria; per un certo periodo dovette anche prendersi cura della madre e dei fratelli, arrivati in California disperati : il padre Nick, personaggio fin troppo letterario, aveva abbandonato moglie e figli, per correre dietro a un’ altra. Il giovane Fante andò ad abitare a Wilmington con la mamma, la sorella Josephine e gli altri fratelli : disperato campava svolgendo i lavori più disparati. L’ occupazione ottenuta in un conservificio di pesce ebbe un’ eco letteraria nel primo romanzo del ‘ciclo’ di Bandini, The road to Los Angeles, rimasto in forma manoscritta fino al 1985 (allorchè lo pubblicò a Santa Barbara la Black Sparrow Press).

Decisivo per l’ aspirante scrittore John fu l’ incontro con il critico più influente dell’ epoca, Henry, Louis Mencken, che -vero mentore- da Baltimora continuamente lo incoraggiava e gli garantiva la pubblicazione dei primi racconti, apparsi sulla prestigiosa ‘American Mercury’, periodico letterario di cui lo stesso Mencken era editor.
Nel trascorrere degli anni Trenta, mentre andava orchestrando le sue prose giovanili, Fante intraprese parallelamente il secondo mestiere di sceneggiatore per l’ industria cinematografica hollywoodiana, professione che gli consentì di mantenersi, fino alla vecchiaia, in una condizione prossima al benessere economico. Tra il 1935 e gli anni Sessanta, furono una dozzina abbondante i film realizzati da soggetti e su sceneggiature di Fante.
All’ unione con J
oyce Smart, incontrata nel 1937 a Roseville, in occasione di una visita alla famiglia, si è accennato in precedenza.
Nel 1939 fu la volta del capolavoro, ma su Ask the dust ci soffermeremo presto e diffusamente.
Nel 1940, a coronamento di un periodo di irripetibile felicità  creativa, uscirono i racconti di Dago Red, inediti o apparsi qua e là  in riviste nel corso del decennio precedente, pubblicati questa volta dalla Viking Press di New York. Malgrado l’ ottima accoglienza da parte della critica, dopo Dago Red si spalancò -impressionante- un baratro creativo, una voragine spaventosa a inghiottire la fantasia magnetica di John Fante. Un fenomeno analogo, un lungo sbadiglio mentale, si sarebbe ripetuto fra la pubblicazione di Full of life (1952) e quella di The brotherood of the grape (1977).

Ecco, siamo tornati al punto da cui è partita la divagazione biografica : al punto morto, alla stagnazione appena precedente il fatidico 1980. "Troppo indaffarato col cinema -chiosa Francesco Durante – troppo discontinuo e avaro di novità  per un mercato editoriale abituato a dimenticare in fretta, (Fante) sparì dalla memoria dei più e anche gli exploits di Full of life e de La confraternita non bastarono a ricollocarlo al centro della scena. Il suo ritorno fu determinato dal caso e fu più europeo che americano. Si sa, fu Charles Bukowski a proclamare la grandezza di Bandini. Bukowski -che a Fante dedicò anche svariate poesie- nel Bandini di Chiedi alla polvere, letto nel 1939 mentre cercava un lavoro da commesso per affrancarsi dal controllo dei genitori, trovò l’ odio per i suoi capi e capetti, la fierezza di chi sa apprezzare i propri talenti e l’ adamantina determinazione ad andare avanti, senza curarsi delle conseguenze. E finì per identificarsi in Bandini : ‘I am Bandini, Arturo Bandini !’. Da Fante apprese l’ importanza dell’ ironia e la sua rabdomantica capacità  di rivelare qualcosa in più sull’ animo delle persone; da Fante imparò a mettersi in gioco in prima persona".

E’ vero :  la penna di Fante era un sensibilissimo bastone da rabdomante. Da rabdomante della psiche, intuita sul vanire dei mezzi toni e resa per accenni. Continua Durante : "La famosa prefazione di Bukowski alla riedizione di Ask the dust fatta da Black Sparrow Press nel 1980 aggiornava la ‘leggenda della semplicità ‘ fantiana, recuperandola alla luce dell’ esperienza singolare di un autodidatta maudit figlio della beat generation. Incontrare Bandini, diceva Bukowski, era stata per lui la rivelazione che la letteratura poteva essere altro da una insopportabile mixture of  subtlety, craft and form, da un continuo e vano ‘giocare con le parole’ da cui la vita della strada era stata bandita.". Fante-Bandini era finalmente un uomo che ‘non aveva paura delle emozioni’, uno che scriveva ‘colle viscere e col cuore’. Era la prima scoperta della magia, secondo Bukowski.

Una nota per bibliofili : l’ edizione Black Sparrow di Ask the dust, quella prefata da Bukowski nel 1980, sembra -seppur recente- apprezzata dai collezionisi; è particolarmente ricercata nella rara tiratura di testa di soli 75 esemplari di lusso, numerati e firmati da Fante e Bukowski. Questi era un autore di grido, soprattutto in Europa, e in Francia più che altrove. Grazie alla sua ‘raccomandazione’, Fante fece irruzione nella classifiche parigine dei libri più venduti. Così da Parigi si accese, fiammante, il successo e l’ Italia ne fu febbrilmente contagiata. febbre che, per fortuna, non accenna a passare.

Già , un miracolo : la conquista -quasi completamente postuma- della gloria mondana, grazie a un ‘vecchio sporcaccione’ e a un capolavoro dimenticato. Ask the dust, appunto.
Allora, per capirci meglio, facciamo un passo indietro. Il crudo aforisma con cui Fante, nel 1971, sintetizzò il proprio libro è arcinoto, ma è bene riascoltarlo : "Ask the dust era un foruncolo che faceva male. Doveva essere fatto sanguinare e pulito". Non ci sarebbe altro da aggiungere all’ efficacia di tale purulenta metafora, il resto è storia della letteratura. Come risulta dal carteggio di John con la cugina Jo Campiglia, il progetto di un embrionale Ask the dust on the road (curiosa premonizione beat) era in cantiere dal novembre del 1938; tuttavia quando scrisse alla Fondazione Guggenheim per chiedere (invano !) una borsa di studio, Fante propose un progetto diverso, ossia un’ opera non meglio definita, incentrata sulla tematica dell’ integrazione difficoltosa di una famiglia italoamericana. In una delle prime lettere alla cugina inoltre, l’ autore sussurrava l’ intento di volersi ispirare, stilisticamente, al fraseggio usato da Somerset Maugham in Of human bondage (1915). Il contratto per Ask the dust Fante lo firmò il 9 gennaio 1939, ancora con la Stackpole Sons, la casa editrice che aveva pubblicato il suo primo libro. La persona che trattava con John era William Soskin : il contratto prevedeva un anticipo di ottocento dollari, dilazionati in pagamenti bisettimanali fino a metà  aprile, mentre il dattiloscritto completo sarebbe stato consegnato il 1° maggio, cioè quattro mesi dopo. La Stackpole Sons era una piccola, anomala ed eclettica casa editrice di New York : sebbene pubblicasse anche testi umoristici, racconti di viaggi e di vita di strada, era specializzata in materie politiche e militari, con una precisa linea democratica e antifascista (linea estremamente vicina alle inclinazioni di Fante). Risolta giusto qualche doverosa pendenza con la mondanità  sociale, John la piantò di gironzolare, tornò a Los Angeles e si mise scrupolosamente all’ opera : aveva una scadenza importante da rispettare.

Superstizioso in fatto di scrittura, ogni volta che si accingeva a stendere un romanzo impegnativo, Fante cercava un nuovo tavolo : usato, sia chiaro, ma diverso da quello adoperato per il lavoro precedente. Fisime da genio ! Joyce gli suggerì di comprare una solida scrivania e di finirla d’ affannarsi a spulciare i magazzini dei rigattieri, perdendo un sacco di tempo nell’ ossessiva ricerca del tavolo dall’ altezza ideale e dal fluido positivo. Trovato finalmente lo scrittoio perfetto, lo sistemò in un apposito angolo dello studio, al piano superiore, dispose con cura la macchina da scrivere, le matite, la carta e il dizionario. E cominciò a ‘chiedere alla polvere’.
Fante scrisse un denso prologo al romanzo, un manifesto di poetica lungo diciassette pagine, che si apriva con una frase-simbolo, tratta da Pan di Knut Hamsun, autore da lui venerato senza riserve : "Chiedi alla polvere della strada !". Ma decise poi di cassarlo, il prologo, consigliato in tal senso da un vicino di casa : il giornalista di cronaca nera e giallista Daniel Mainwaring. L’ ampia e sofisticata prosa, che dichiarava -tra l’ altro- l’ influsso di una dimenticata opera narrativa di Hunt Jackson (Ramona, del 1884), rimase inedita per cinqunt’ anni (venne stampata a sè dalle edizioni Magnolia di San Francisco nel 1990).
Ask the dust uscì l’ 8 novembre del 1939, rilegato in tela e vestito di una superba sopraccoperta, ma la Stackpole Sons non si occupò del libro con la dovuta attenzione promozionale. Di lì a poco, oltretutto, le finanze dell’ azienda avrebbero ricevuto un colpo micidiale da un singolare contenzioso legale contro il governo tedesco, per la pubblicazione non autorizzata del Mein kampf di Hitler.
Fante, accanito antifascista dalle mille superstizioni, soleva attribuire a quella strana convivenza nello stesso catalogo e alle disastrose ripercussioni legali la mancanza di una degna promozione del suo chef-d’oeuvre.

Tracciata la storia del testo e del volume, scomodiamo ancora Baricco, a evocare trame e architetture della narrazione : "Chiedi alla polvere è un romanzo costruito su tre storie. Prima : un ventenne sogna di diventare uno scrittore e in effetti lo diventa. Seconda : un ventenne cattolico cerca di vivere nonostante il fatto di essere cattolico. Terza : un ventenne italoamericano si innamora di una ragazza ispano-americana e cerca di sposarla. Il tutto a bagno nella California. Immaginate di fondere le tre storie facendo convergere i tre ventenni (lo scrittore, il cattolico, l’ italoamericano innamorato) in un unico ventenne e otterrete Arturo Bandini. Fatelo muovere e otterrete Chiedi alla polvere. Ammesso naturalmente che abbiate un talento bestiale" (Alessandro Baricco, Introduzione a John Fante, Chiedi alla polvere, Torino, Einaudi Stile Libero, 2004).

Certo : la storia di Ask the dust è tutta a bagno nella California, e questa è un’ annotazione di poetica (e di estetica) fondamentale; ma è bene ricordare che la città  descritta da Fante, tra Bunker Hill e Figueroa, oggi non esiste più, e le casine basse dove passeggia Arturo si sono trasformate nelle fondamenta di moderni, infiniti grattacieli. C’è una foto piena di sapore (ben nota agli appassionati di Fante) dell’ Hotel Alta Vista, al 225 di South Bunker Hill : si tratta del modello dell’ albergo abitato da Arturo Bandini. E ci piace ricordare un’ altra immagine fotografica, carica di struggente malia : è un ritratto superstite di Marie Baray, la cameriera messicana servita da calco per lo straordinario personaggio romanzesco di Camilla Lopez. La foto attesta quanto la magante avvenenza latina di Camilla non fosse un mero archetipo piantato nella fantasia dello scrittore : il vampiro della letteratura succhia la vita, ma il sangue del reale è velenoso e l’ opera cresce nella mente dell’ autore come un bubbone infetto da spremere e pulire. Parola di John Fante. Nei carteggi del letterato americano, Marie Baray si manifesta sporadicamente, quasi fantomatica presenza-assenza. Un esempio : nel 1940 John si confidava con un certo Keith Baker. Sentite : "La storia d’ amore in Ask the dust è quasi vera, nel senso che una volta sono stato infatuato della ragazza del romanzo e lei, secondo me, è affascinante e interessante nella vita reale quanto ho cercato di farla apparire nel libro. Oggi è a Spring Street a Los Angeles, lavora nello stesso bar che ho descritto nel romanzo, essendoci tornata dal manicomio, dal deserto, e punta verso il nord".

E in chiusura, ancora uno stralcio da una missiva. Siamo su un registro più balzante e giocoso, Fante alle prese con la cugina, in bilico fra scherzo e riflessione stilistica, un po’ critico letterario, un po’ gigione. Era il mese di novembre del 1939 : "Credo che la scrittura di Ask the dust sia superiore a quella di Bandini, ma la storia in Bandini mi era molto più vicina che non quella di Ask the dust. Per questa ragione non potevo far cantare questo nuovo libro con il tono lirico di Bandini. Il primo libro mi è uscito dal cuore; il secondo dalla testa e dal (comincia per c e finisce per o)".

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