Messa in scena per la prima volta durante le Dionisie del 423 a.C., la commedia di Aristofane – non compresa dalla giuria – si classificò soltanto al terzo posto, dopo la Fiasca di Cratino e il Connos di Amipsia.
Un padre (Strepsiade), sull’orlo della rovina a causa dei debiti "ippici" del figlio (Fidippide), decide di far istruire quest’ultimo alla scuola di Socrate che, da buon sofista, insegna come prevalere in ogni scontro dialettico, anche se in posizione di evidente torto.
All’arrivo al Pensatorio – sede della scuola di Socrate – i due vengono introdotti da un discepolo che illustra alcuni dei temi che si indagano in quel luogo: il modo migliore di fare un calco dei piedi di una pulce e da dove provenga il ronzio emesso dalle zanzare.
Compare quindi Socrate (che, secondo Claudio Eliano, rimase in piedi, tra il pubblico in teatro, durante tutta la rappresentazione), appeso in una cesta, intento a contemplare il cielo.
Fidippide, affidato agli insegnamenti della scuola, impara fin troppo bene la prevalenza del Discorso Ingiusto sul Discorso Giusto e a subirne le conseguenze sarà principalmente proprio il padre che, esasperato e picchiato dal figlio durante un litigio, darà alle fiamme il Pensatoio.
La commedia scorre velocemente, offrendo al lettore a allo spettatore un’immagine differente di Socrate, l’immagine che poteva averne un suo contemporaneo, un suo concittadino.
Piacevole, ironica e dissacrante sia nell’edizione Mondadori (Valla), con introduzione di Guidorizzi e traduzione di Del Corno, sia nell’edizione Rizzoli a cura di Grilli.

Guglielmo
Alessandria