La questione è assolutamente complessa. Eppure, nel contempo, autenticamente divertente. Claudio e Seneca, un rapporto non propriamente idilliaco, la morte dell’imperatore, il suo elogio-non elogio funebre, la sua divinizzazione umana e non divina (d’altronde va detto che anche il termine apoteosi, in italiano, ormai, nell’utilizzo, non è scevro da un retrogusto ironico) e infine lei, la zucca in questione. Seneca che scrive dell’avvelenato Claudio un pezzo che Nerone leggerà in pubblico. Ce n’è per tutti i palati, tanto che Tacito racconta che il popolo che ascoltava si piegava dal ridere.

Quest’edizione dell’Apokolokyntosis di Seneca, edita dell’Istituto editoriale italiano, a cura Alessandro Ronconi, permette di fare un po’ di luce sula questione, attraverso una dettagliata prefazione e il testo commentato (la collana di Classici era autorevolmente diretta da Vittorio Pisani e Mario Untersteiner). Basterà a farsene un’idea definitiva? Probabilmente no.

Sullo stesso Seneca autore, d’altronde, da secoli si dice tutto e il suo contrario. Sulla sua fedeltà ai suoi stessi testi, sul suo possibile, passatemi il termine, doppio gioco. Io mi accontento di leggere i suoi libri e prenderli per autentici, almeno nel momento in cui sono testi e li leggo. Con tutto la loro forza di splendida filosofia pratica, cui saper aderire sarebbe di per sé un gran successo nella vita.

@Massimiliano Varnai

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