Wuz 6 novembre 2005

Hilarius Moosbrugger
Antonio Delfini amato dimenticato

Delfini nacque orfano di padre. Cinquant’ anni dopo, per ragioni burocratiche, dovette riesumare la salma : “Intatto nel viso nel corpo, nella barba, nei capelli (così come risultò all’apertura della cassa, nel cimitero di Modena, la mattina del 10 febbraio 1962) egli si lasciò vedere da me per la prima volta nella mia vita. Non avevo mai avuto un ricordo visivo di lui. Lui, mio padre, aveva trentatre anni; e io, suo figlio, cinquantaquattro.Unico al mondo, io credo, ho visto per la prima volta il papà , lui in età  di un mio figlio, io, in età  di suo padre.”(1)

E’ un episodio significativo. Dice, perfino in un fatto così personale, del surrealismo che ha sempre avvolto Delfini, nella vita come nei libri. Credo sia opportuno spiegare però, cosa si intende quando si parla di ‘surrealismo’ a proposito di Delfini. Non è nei fatti, nel seguito degli eventi che lo portano dalla gioventù alla maturità , che si manifesta un modo di vivere fuori del normale. E’ nella interpretazione che Delfini ne dà , che si entra nel mondo del surreale. E, in particolare, lo si ritrova nel piacere, vorrei dire nella necessità  che lui ha di raccontare la sua vita, ottenendo una identificazione tra realtà  e immaginazione, tra avvenimento e creazione letteraria.

Antonio Delfini è nato a Modena nel 1907 (nel 1908 secondo lui ). La famiglia era ricca, proprietari terrieri. Il padre morì poco dopo la nascita del figlio e Antonio crebbe con la madre e la sorella, appena maggiore.
Negli anni Trenta, venduto il palazzo d’origine a Modena, madre e figli si trasferirono a Firenze. Delfini cominciò i soggiorni in città  diverse : Firenze, Viareggio, di nuovo a Modena, Milano e infine Roma. Le ricchezze di casa si consumarono poco a poco fino a ridursi del tutto. La famiglia finì in pochi anni, prima la madre, poi la sorella. Delfini morì, in clinica a Modena, nel 1963.
Alla stringatezza della biografia fa riscontro la profusione dei ricordi e degli spunti autobiografici che si trovano in tutte le sue opere.

Importanza particolare ha l’amicizia con Ugo Guandalini (1905-1971), anch’ egli modenese, fondatore della casa editrice Guanda. Anche se l’inizio dell’introduzione a Il ricordo della Basca sembrerebbe alludere altrimenti ( ” Se avessi avuto altri amici, o non li avessi avuti affatto sarei diventato un grande narratore…”) il rapporto fu davvero importante, e il primo a considerare la frase una boutade era Delfini stesso. Con Guandalini, che gli dava lezioni private e lo introdusse nel cenacolo fascista di cultura e arte, uscirono le sue prime prove letterarie.
Questa la sequenza : nel 1927 la rivista L’Ariete, un solo numero pubblicato, poi chiusa per antifascismo ” L’Ariete è uscito il 24 maggio. Non ne furono vendute nemmeno 50 copie che già  il giornale veniva sequestrato dagli austriaci”.
Nel 1928 Lo Spettatore Italiano ” foglio quindicinale del pensiero e della sapienza “, Delfini fondatore e direttore, Guandalini collaboratore. Ne uscirono tre numeri dal 30 novembre 1928 al 20 febbraio 1929, l’ultimo doppio.
Nel 1931 Ritorno in città , in vendita presso l’antica libreria G.T. Vincenzi e nipoti, Modena. Contiene undici poemetti in prosa ed è dedicato  ” a  Fafner, gatto nero intelligente affettuoso e poeta “. E’ il primo libro di Delfini. Nel 1933 sarà  ricopertinato e riproposto : ” Di questo volumetto stampai a mie spese 500 copie. Non vi fu lancio. Tra vendita e omaggio ne andarono 300. Mi  restavano 200 copie che pensai di mascherare come seconda edizione presso l’editore Guanda. Quello che ho fatto non è serio, ed è bene dirlo “. (2)

Nel 1932 Poesie dal quaderno N.1, autoedizione. E’ un quartino tirato in 150 esemplari, inserito in una busta trasparente, chiusa, con la soprascritta ” Chi straccia la busta paga due lire “. Sulla stessa si annuncia l’uscita di un pendant di Guandalini La ballata delle streghe e altri titoli di Delfini, mai apparsi, tra cui L’attacchino folle e Un bimbo indignato. (3)

Il secondo grande amico (vero) e nemico (immaginario) di Delfini fu Mario Pannunzio : ” Che questo mio amico mi fosse amico è indubbio. Ma che egli avesse (ed abbia tuttora) una specie di disprezzo verso gli amici veri è altrettanto indubbio “. (4)  Si conoscevano dalla metà  degli anni Venti. Compagni di villeggiatura a Viareggio, ansiosi di bravate, scapparono verso Spezia e Genova, in cerca d’ avventure e con l’intenzione di non tornare indietro. Il proposito ovviamente fu subito rimangiato e, successivamente furono compagni di viaggio più normali, a Parigi nel 1932.
Anche Pannunzio è legato a Delfini letterariamente e anche in questo caso l’esito fu la pubblicazione di riviste : il primo Oggi nel 1933 (luglio 1933 – febbraio 1934) e Caratteri nel 1935 (4 numeri, marzo – giugno/luglio 1935).
Fu in questa occasione che Delfini cominciò a far uscire i racconti che formano il primo nucleo de Il ricordo della Basca, e fu tramite Pannunzio che conobbe l’ambiente letterario romano.
Ma il 1935 è stato, soprattutto, l’anno dello strappo da Modena. La famiglia Defini, venduta la casa avita, si trasferì a Firenze. Antonio ci resterà  fino al 1945, frequentando gli scrittori che si ritrovavano al caffè Giubbe Rosse e pubblicando i suoi libri più importanti : Il ricordo della Basca e Il fanalino della Battimonda.

Il Ricordo è un libro ‘in fieri’, di scrittura e di successo. Avrà  negli anni tre edizioni, ogni volta rimaneggiate, sarà  sequestrato all’uscita dal Minculpop fascista, vincerà  due premi letterari, il Bagutta e il Viareggio, alla seconda e alla terza apparizione.
La prima edizione è del 1938 : ” Dopo averlo scritto non trovai rivista che me lo pubblicasse. Stavo quasi per distruggerlo. Ad amici di particolare elevatezza confidai il mio segreto : risero tutti sotto i baffi. L’anno dopo consegnai il dattiloscritto a Bonsanti, per i fratelli Parenti editori (…). Quando il libro potè uscire, non venne diffuso. Anzi fu il meno diffuso, della collezione meno diffusa, dell’editore meno diffuso d’Italia “. (5)
La seconda edizione ( Nistri Lischi, Pisa, 1956) amplia il titolo, Il ricordo della Basca. Dieci racconti e una storia, e  aggiunge ai testi una introduzione molto particolare. E’, insieme, il racconto della vita di Delfini, reale e metaforico come sempre, e il racconto dei suoi racconti: “Solo quest’anno, in occasione di un mio viaggio a Roma i carissimi Niccolò Gallo, Antonio Dini e Cesare Garboli hanno voluto, insieme all’editore Lischi di Pisa ristampare Il Ricordo. Chiedo scusa al lettore per la lunga prefazione, o come la si vuol chiamare e, intanto, gli faccio appello di non domandarmi (se leggerà  il libro) : ‘Perchè la Basca? Chi è? Cosa vuol dire?’ ” (6).
Infine la terza edizione (Garzanti, Milano, 1963) cambia ancora il titolo ne I racconti, cambia nome all’introduzione, diventata Una storia, ma soprattutto aggiunge il racconto Il 10 giugno 1918, dodicesimo dell’indice e conclusione questa volta definitiva.

La vita di Delfini a Firenze, negli anni intorno e durante la guerra, è stata ambivalente. Da un lato il contatto con autori come Bonsanti, Luzi, Montale, Landolfi, Gatto e la partecipazione alla vita di quel gruppo. Dall’altro una antipatia dichiarata : ” Dopo una giornata con gli scrittori, non mi riusciva nemmeno di leggere. Passavo momenti in cui desideravo veramente di uccidere. Pochi scrittori, credo, hanno odiato gli altri scrittori come li ho odiati io “. (7)
Di Montale nota : ” Il più illustre di loro, vivendo come re in esilio tra i muri senza intonaco e mal calcinati delle Giubbe Rosse credo che fosse convinto in cuor suo, e anche nelle sue poesie, di essere il martire del regime. Egli ammetteva, a parole, e solo confidenzialmente, a passeggio tra via Strozzi e le Giubbe Rosse, di non essere all’altezza del Foscolo ‘certo però che sarebbe mio dovere di esserlo’ diceva, chiudendo la strana ipotesi “. (8)
Di Landolfi : ” Abbiamo cenato all’ Antico Fattore, bevendo e ridendo, con quella maniera sadico-stupida- dannunziana-provinciale-culturale, con la quale vengono sempre caratterizzate le conversazioni con Landolfi “. (9)
Con Mario Luzi ebbe addirittura un quasi duello : “Ultima scena di questo dramma buffo e complicato, il mio invio di padrini a M.L., il quale avendo io minacciato di rompergli un bicchiere in testa se non smetteva un certo tono che io credevo di beffa verso di me, mi aveva risposto sottovoce e così piano che nessuno – si dice – aveva sentito ‘sono scherzi da impotente’ . M.L.ha ritrattato,e ogni cosa è finita”.(10)
Garboli ha ricordato i rapporti tra Delfini e Gatto : ” Delfini era ricco, Gatto era poverissimo. Andavano a mangiare insieme, ma Gatto quando Delfini parlava, non perdeva mai occasione di dargli torto. Così, Delfini pagava Gatto perchè stesse zitto e gli desse ragione. Appena Gatto cominciava ad aprir bocca, Delfini gli dava una lira. Gatto prendeva la lira e taceva. Così le cene, o le colazioni, avvenivano nel più completo silenzio, ma Gatto quando si alzava dal tavolo, aveva sempre di che pagarle .” (11)
In tutto questo malumore fiorentino Delfini ricorda Gadda, anch’egli a Firenze durante la guerra, anch’egli iroso verso le stesse persone, e persino più inacidito.

Negli stessi anni però, Delfini riuscì, grazie all’amicizia di Paolo Cavallina e Ferruccio Ulivi (qualche amico lo aveva), a pubblicare su ‘Rivoluzione’  il Fanalino della Battimonda.
‘Rivoluzione’ era un quindicinale, foglio di politica, letteratura e arte del gruppo fascisti universitari di Firenze.
Il Fanalino uscì in quattro puntate, iniziate il 5 aprile 1940. Nell’ introduzione Delfini ricorda come nacque il testo :
” Nel 1932 ero stato a Parigi e mi ero formata, superficialmente (per grazia di Dio !), una cultura surrealista (…) Una sera (a Modena) sedutomi al tavolo dopo aver strimpellato il pianoforte (secondo la pratica lautremontiana), presa in mano la penna, riempii ventidue pagine con virgole, punti e periodi nel tempo di circa tre ore. Era nata la prima parte del Fanalino della Battimonda e anche il disagio e la vergogna di averlo scritto. Il mio surrealismo allora si quietò “. (12)
La data era il gennaio del 1933. La stesura della seconda parte ebbe altre tre ore di tempo in una seconda serata nel novembre 1934. Nel dicembre 1940 il Fanalino della Battimonda veniva pubblicato in libro dalle edizioni di ‘Rivoluzione’, con un breve preambolo giustificativo, che spiegava assai meno dell’introduzione apparsa in rivista, ma precisava  che : ” Il titolo del Fanalino è assolutamente arbitrario e non dovrebbe avere, se non l’acquisterà  alcun significato “. Il manoscritto autografo però, ha una pagina iniziale che testimonia di tre tentativi di titolo : Fanalino dell’ inverosimile,  Fanalino dell’ impossibile e finalmente, segnato da una crocetta, quello prescelto ermetico ma felice.

Gli anni del dopoguerra e della ricostruzione formano la terza parte della vita di Delfini, quella dai quaranta ai sessant’anni. E’ il periodo che avrebbe dovuto essere del raccolto, se non proprio del successo, per l’uomo e per l’autore. Non lo sarà  né per l’uno né per l’altro.
La sua esistenza si divide. Nei luoghi di residenza, Viareggio, Milano, Roma e in fine Modena. Nei tentativi di formare una famiglia, prima con Donatella Carena, poi con la ‘ragazza di Parma’. Nelle delusioni letterarie, con la riuscita spesso intravvista e sempre perduta, altalena che dovette essere la causa prima della sua morte, assai più dei disordini e degli abbandoni.

Restando nell’ambito della letteratura, una serie di titoli si susseguono dal 1943 in poi.
Da Guanda esce (1943), sotto lo pseudonimo di Franco Franchini la Tabella delle più significative opere della letteratura italiana uscite fra le due Grandi Guerre 1918 – 1940.
Nel 1947 in autoedizione Quaderni di varietà  politica e letteraria di cui appare il solo Quaderno A.
Nel 1951, ancora con Guanda, il Manifesto per un partito conservatore comunista in Italia interessante posizione anarchica-conservatrice di Delfini.
Nel 1953, numero singolo in autoedizione, Il Liberale, periodico politico indipendente, redatto dall’autore e distribuito a mano nei caffè di Viareggio.
Infine, a Firenze nel 1957, da Vallecchi, La Rosina perduta, raccolta di scritti apparsi in rivista e letti a radio Firenze.

Questa sequenza venne interrotta. L’episodio che si inserì nel 1959-60 fu ” il grande amore che travolse la vita di Delfini in una rapinosa e fiammeggiante luminaria finale “. (13)
Lo si cita non come aneddoto, ma perchè oltre a segnare l’inizio della fine, determinò l’avvento dei tre libri scritti da Delfini che furono da lui o da altri distrutti, tanto da diventare molto rari, se non unici.
Una vendetta d’amore è sottostante a queste edizioni. L’amore è quello per Luisa B., la ragazza parmigiana fedifraga. La vendetta è la reazione che ha generato Le poesie della fine del mondo, Marantogide, e successivamente Lettere d’amore.
Non c’è dubbio sulla sofferenza di Delfini in questa vicenda. Ma non c’è neppur dubbio che il dolore sia stato da lui esorcizzato rendendolo pubblico, prima in rivista (Il Caffè) poi in libro.
Il più particolare di questi volumi è addirittura un libro d’artista. Porta il titolo Marantogide. E’ un’ autorealizzazione in 55 copie che unisce quindici poesie di Delfini a tre dipinti di Gino Marotta. Il titolo è la fusione dei nomi e cognomi dei due autori.
Segue l’edizione Feltrinelli del 1961 di Poesie della fine del mondo. Terzo è Lettere d’amore pubblicato da Guanda nel 1963.
Si diceva della distruzione dei libri. Il primo macero fu opera di Delfini stesso che, dispiaciuto del risultato di Marantogide bruciò tutte le copie salvo la prima. Questa è sopravvissuta. E’ stata ritrovata, venduta e riacquistata in un crescendo di rarità  ben comprensibile dal punto di vista bibliofilo.
L’eliminazione delle edizioni Feltrinelli e Guanda fu compiuta dalla famiglia di Luisa B. Facendo incetta della quasi totalità  delle copie (non del tutto, una certa quantità  di volumi esiste ancora) si cercò di attenuare il rumore che la pubblicazione aveva scatenato.
Così, l’amore più forte di Delfini è stato causa di tre rarità  bibliografiche. Conclusione non proprio romantica.
Restano da citare, nella bibliografia dello scrittore, tre volumetti dovuti al fiuto di Vanni Scheiwiller : L’ almanacco del Pesce d’oro 1960, coautori Delfini, Flaiano, Fratini; Miss Bovetti e altre cronache dello stesso anno; e Modena 1831, città  della Chartreuse del 1962 : “saggio-invettiva-storico-poetico-araldico che spazza via Parma per sempre e fa rifulgere Modena al centro del romanzo di Stendhal “. (14)
Fu l’ultima opera pubblicata da Delfini in vita. Postumi appariranno I Diari 1927-1961 (Einaudi, 1982) e via via i testi rimasti inediti o usciti su riviste disperse.

La fama di Defini personaggio è cresciuta negli anni. La vendita dei suoi libri no. La stessa cosa è avvenuta dal punto di vista bibliofilo. C’è stato un periodo, intorno al 1990, della gran moda di Delfini. Ora è di nuovo disceso.
Strano destino di quest’ uomo-autore che periodicamente appare, esce dall’anonimato, fa rumore e poi torna nel dimenticatoio, in modo ingiusto e infelice.


Note

(1) Antonio Delfini, Ultimo preambolo in Modena città  della Chartreuse, Milano, Scheiwiller, 1962
(2) Antonio Delfini, I Diari 1927-1961, Torino, Einaudi 1982, p. 15
(3) Dichiarazione autografa riportata sulla copia donata a Eurialo De Michelis
(4) Antonio Delfini, Il ricordo della Basca. Dieci racconti e una storia, Pisa, Nistri Lischi 1956
(5) Ibidem
(6) Ibidem
(7) Ibidem
(8) Ibidem
(9) Antonio Delfini, I Diari, cit., p.250
(10) Ibidem p. 261
(11) Cesare Garboli, La bicicletta di Delfini, ‘Riga’, n. 6
(12) Antonio Delfini Introduzione, ‘Rivoluzione’, 5 aprile 1940
(13) Cesare Garboli, introduzione a I Diari, cit.
(14) Lettera di Delfini a Renato Bertacchini, novembre 1961

Questo articolo è basato su A. Delfini, immagini e documenti, Milano, Libri Scheiwiller, 1983.