Wuz n. 5, maggio, maggio 2003

Pasquale Di Palmo

Anita Pittoni, un libro in 10 copie,

El passeto

El passeto è considerato il piccolo capolavoro di Anita Pittoni, indimenticabile figura della Trieste novecentesca che diede vita a quello straordinario progetto editoriale che risponde al nome delle Edizioni dello Zibaldone. Anita Pittoni coltivò anche in proprio una sua particolare forma di scrittura che dimostra tutta la sua versatilità, in quanto spazia dalla poesia alla prosa, dal racconto all’elzeviro, e si misura indifferentemente sia con l’italiano sia con il dialetto. El passeto è appunto una singolarissima prosa poetica composta in dialetto triestino, tutta giocata sul filo dei ricordi familiari, in cui spicca la figura del padre ingegnere del Comune che, coerente con il suo ideale di stampo socialista, lavorava in proprio a un progetto di canalizzazione delle acque a beneficio della collettività. Il “passeto” è il metro snodabile che, nella memoria della Pittoni, si lega indissolubilmente alla figura di questo padre morto prematuramente, che la domenica misurava le “sine del tram” per controllare che fossero perfettamente allineate, apparendo, mentre saltava da una parte all’altra delle rotaie, come un uccello battuto dalle intemperie. Ma il “passeto” rima anche con “baseto”, quel bacio della madre così intensamente desiderato: “[…] ‘desso sento quela voseta de mi pìcia che pianzota pian, che ciama pian: ‘Mama, un baseto, un baseto de cuor…’”.

La prima stesura di questa prosa si trova in una lettera che la Pittoni spedisce al poeta Angelo Barile in data 27 settembre 1963.

Nello stesso 1963 prende corpo il progetto di allestire dieci esemplari dell’opera manoscritti, con la versione dattiloscritta a fronte, numerati da I a X. Ogni copia presenta delle piccole variazioni stilistiche rispetto all’altra. Il volumetto figura come un fuori collana delle Edizioni dello Zibaldone. I fogli, sciolti, misurano cm 12,7 x 18 e sono raccolti all’interno di una custodia color marrone, con il titolo manoscritto in nero.

Nel 1966 l’operetta venne stampata in facsimile, sempre per i tipi dello “Zbe”, in occasione di una lettura che la Pittoni tenne della stessa prosa presso la Facoltà di Meccanica dell’Università di Trieste il 16 marzo 1966. Le copie sono 75, numerate da 1 a 75, con firma autografa, ad personam. Nell’esemplare di cui siamo venuti in possesso, il n. 25, si leggono, sul retro del primo foglio in cui figurano i dati relativi alla tiratura del volumetto, le seguenti parole manoscritte dall’autrice: “Il primo abbozzo di questa storia è contenuto in due paginette di una mia lettera ad Angelo Barile del settembre 1963. Più tardi ho ripreso il tema, e, nelle varie stesure che sono andata facendo tra il 1964 e il 1965, il testo è stato via via accresciuto e ritoccato, fino ad assumere, con il VII esemplare, la forma definitiva. Ma lievi ritocchi, che uno scrittore non può evitare in ogni trascrizione manoscritta, differenziano anche gli esemplari dal VII al X. Questa edizioncina di 75 esemplari, facsimile del X esemplare autografo, è stata ideata da Luigi Sobrero, ordinario di Meccanica dell’Università degli Studi di Trieste, durante il pranzo di Natale del 1965 a casa sua”.

Lo scritto sarà infine ristampato nel 1977 nella serie “Città Amica”, edita da Marino Bolaffio, per i tipi dell’Editoriale Libraria di Trieste, arricchito da tre disegni di Livio Rosignano. Il volumetto ha caratteristiche completamente diverse rispetto a quello originariamente concepito dalla Pittoni, alimentando i contrasti e i dissapori con lo stesso Bolaffio: copertina di un rosa intenso, dimensioni maggiori, il testo suddiviso in due sezioni che comprendono il dattiloscritto e, su carta velina, la riproduzione dell’autografo redatto nel giorno di Pasqua del 1974 da una donna sempre più disincantata e sempre meno “ciapada de nùvole”.