Wuz n. 10, dicembre 2002

Giorgio Maffei

An Anthology

di Fluxus

Definire Fluxus è definire l’indefinibile. Ci provarono gli stessi artisti stilando un decalogo:

“Fluxus è: 1) un’attitudine verso l’arte, 2) più importante di quanto non crediate, 3) meno importante di quanto non crediate, 4) leggere il giornale di un altro attraverso un buco fatto nel proprio, 5) addormentarsi e russare durante un concerto di Stockhausen, 6) gettare 20 litri d’olio sulla scena di “Gisèle”, ecc. ecc., 7) il solo movimento artistico capace di mangiarsi la coda, 8) mandare a monte uno spettacolo, 9) l’importanza della non importanza, 10) evitare la storia dell’arte.”

Il termine Fluxus è coniato nel 1961 a seguito di tre conferenze tenute a New York, dal 14 marzo al 30 giugno, dal titolo Musica antiqua et nova. In quell’occasione si chiede un contributo di tre dollari per la pubblicazione della rivista “Fluxus”. Il conferenziere è George Maciunas, americano oriundo lituano, musicologo, storico dell’arte e personaggio chiave dell’evento Fluxus.

La sua storia è tutt’altro che lineare: dopo un’infanzia nei campi americani per rifugiati, nel 1945 è a Berlino in piena guerra. Negli anni Cinquanta finanzia un’orchestra di musica rinascimentale che suona copie di strumenti antichi da lui fatti arrivare dall’Europa orientale. Contemporaneamente importa conserve alimentari. Lavora come designer e apre una galleria a New York. È direttore esecutivo di un ufficio per l’Azione Contro la Cultura Imperialista (A.A.C.I.). Progetta un complesso di abitazioni prefabbricate per gli operai sovietici e scrive testi di natura politica al servizio della causa comunista che “deve dare alla cultura la leadership rivoluzionaria”. Restaura i primi edifici industriali newyorchesi di Soho che segneranno l’inizio della trasformazione del quartiere. Forma una cooperativa di 60 membri per comprare 230 acri di terreno a Ginger Island, nelle Isole Vergini Britanniche dove vuole trasferire una colonia Fluxus. Salta tutto all’ultimo momento, dirotta i finanziamenti nel “Nuovo Bauhaus” che vuole fondare nelle campagne del Massachusetts, ma è malato gravemente e deve tornare a New York. Organizza, in compagnia dell’artista Henry Flynt, il sabotaggio di un concerto di Stockhausen, considerato simbolo “dell’arte seria”. Sposa Billie Hutching con una cerimonia “Fluxusposalizio” durante la quale si scambia d’abito con la moglie. Gli amici organizzano una performance come gran finale della serata, che si intitola “Copri la femmina formosa con panna montata…”.

Lavora incessantemente giorno e notte, saltando tra Europa e Stati Uniti, nonostante la malattia che trascina da tempo e che lo ucciderà nel 1978.

Tutto questo avviene nel breve volgere di pochi anni con un ritmo incalzante e con una disarticolata sequenza di eventi. Avviene tutto come “un flusso”, naturalmente.

La storia di Fluxus, come tutte le storie dell’arte, comincia prima, almeno alla fine degli anni Quaranta, per merito (o colpa come disse Maciunas) di John Cage che attraverso le sue composizioni musicali e le lezioni tenute al Black Mountain College, esprime per la prima volta concetti che vanno al di là della sua disciplina professionale e che rivalutano qualsiasi suono e rumore come parte di quell’esperienza che chiamiamo musica.

Cage opera in un contesto sociologico composto da giovani intellettuali che formeranno la nuova generazione artistica americana. La crisi dei valori che investirà più tardi il sistema sociale, negli anni Sessanta, trova in quel gruppo i germi più sensibili nell’ambiente artistico. L’assolutezza delle scienze e le logiche razionali delle civiltà occidentali stanno per perdere il loro primato. Si affaccia l’idea del “caso” come azione determinante lo sviluppo dei processi evolutivi, anche attraverso le nuove discipline della biogenetica e della fisica quantistica che tracciano le vie di sviluppo del pensiero scientifico contemporaneo. A questo si aggiunge il crescente disagio verso i modelli di vita − il capitalismo e il materialismo dialettico − dei due schieramenti dominanti mentre la psicanalisi e l’avvicinamento alle teorie filosofiche orientali diventano il tratto distintivo della generazione di artisti che delinea il fenomeno “Fluxus”.

Si teorizza la valorizzazione estetica della povertà dei mezzi espressivi e la “spersonalizzazione dell’arte” che spoglia di ogni aura l’atto creativo rigettandolo nella banalità del quotidiano. Si pratica “l’intermedialità” cioè la propensione all’impiego e alla commistione dei mezzi espressivi. Questa “espansione della coscienza” supera ogni funzionalità dell’oggetto d’arte per formulare un linguaggio “concettuale” che attribuisce ad un oggetto un valore artistico che non ha in sé, ma che gli viene attribuito dall’artista.

L’inizio dell’avventura per Maciunas, per quanto riguarda le vicende artistiche, avviene a New York dove, durante i corsi tenuti da Maxfield in Madison Avenue, incontra un musicista, La Monte Young, che con le sue sperimentazioni sonore, attraverso l’uso della ripetizione costante di un solo suono, sta scardinando la tradizione compositiva. Sono fatti per incontrarsi e danno vita negli Stati Uniti alle prime performances Fluxus, subito esportate in Europa dove Maciunas trova artisti vicini alla sua concezione dell’arte. Alla radio di Colonia opera lo “Studio di musica elettronica” e lì si rappresentano le opere di artisti/musicisti (le definizioni perdono ormai i loro precisi contorni) che anziché dipingere quadri costruiscono “azioni”. Sono George Brecht, Joseph Beuys, Volf Vostell e Nam June Paik che nel novembre 1959 alla Galleria 22 di Düsseldorf aveva rappresentato un proprio lavoro per tre magnetofoni e un vetro da spaccare con rovesciamento finale di un pianoforte. Il titolo del lavoro era Omaggio a Cage.

I contorni del nuovo linguaggio Fluxus sono definiti e Maciunas − come Marinetti, Tzara o Breton per le avanguardie storiche − si appresta a dirigere la sua eterogenea orchestra di artisti. Lo fa però senza un programma e un manifesto, affidando a se stesso la regia di questa wagneriana “opera d’arte totale” messa in scena sul palcoscenico del mondo.

In Francia operano Ben Vautier e Robert Filliou, a Copenàghen Per Kirkebi, in Cecoslovacchia Milan Knizak, in Germania i già citati Wolf Vostell, Joseph Beuys e l’americano George Brecht. In Italia sono i musicisti Giuseppe Chiari e Sylvano Bussotti e l’artista Emilio Simonetti che darà vita più tardi all’avamposto situazionista italiano. Dagli Stati Uniti arrivano nel mondo le gesta del nativo giapponese Ay-O, di Ken Friedman, del poeta Emmett Williams, del teorico Henry Flynt, di Dick Higgins (poeta e straordinario editore), Yoko Ono (assurta a maggior fama come moglie di John Lennon, ma inventiva performer) e La Monte Young, musicista imbevuto di cultura orientale e protagonista di happenings con la moglie Marian Zazeela.

Insieme ai concerti, alle performances, agli events, agli ambienti e naturalmente alle mostre di arte figurativa, l’attività editoriale occupa un aspetto fondamentale di Fluxus.

An Anthology costituisce il primo prodotto organizzato che censisce e interpreta le differenze e le assonanze dei suoi interpreti.

La Monte Young e il poeta Jackson Mac Low progettano la pubblicazione dell’opera assemblando i materiali che avevano raccolto inizialmente per un numero di “Beatitude East”, rivista diretta dal poeta Chester Anderson. Questi aveva lasciato New York per la California e cessato le pubblicazioni. Tutti i contributi raccolti scompaiono probabilmente portati via da Anderson, fino alla loro riesumazione nel 1961 per opera di Young che però riuscirà a pubblicare il libro solo nel 1963.

Nell’opera non c’è indicazione di editore, solo i nomi dei due curatori. Manca anche la menzione di Maciunas che, oltre ad averne ispirata la realizzazione, compone il menabò con un poderoso intervento grafico, diventando quindi l’artefice dell’innovativo aspetto esteriore.

In una lettera del 1978 La Monte Young scrive: “ Incontrai George Maciunas nel 1960 quando entrambi studiavamo a New York […]. Venni colpito dal suo talento artistico. Egli era organizzatore, editore, designer, artista e possedeva l’incredibile capacità di raggiungere dei risultati comuni di successo partendo dagli sforzi delle personalità artistiche più disparate. Nei primi anni ’60 pubblicai An Anthology; la redazione e il design incredibilmente originale di George diedero al libro una forma inconfondibile, predestinata nella successiva ondata di libri, ad influenzare lavori simili…”.

La paternità della progettazione del libro è quindi riconosciuta a Maciunas oltre che da Young anche dallo stesso autore che in un’intervista a Larry Miller del 24 marzo 1978 afferma: “Sì, l’ho progettato io quel libro, quello rosso e fu pubblicato da […] messo insieme da […]. La Monte Young e Jackson MacLow. All’inizio non riuscimmo nemmeno a vendere Anthology tanto che venne accumulata in un deposito. Così l’idea era di dare concerti, come uno stratagemma promozionale per vendere ciò che stavamo per pubblicare […]. Forse vendemmo due o una copia. Penso a 20 o 30 dollari ciascuna. Ora li stanno vendendo per 250 dollari… Heh Heh…”.

Ma era il 1978 e oggi l’introvabile prima edizione vale oltre 2.000 dollari. Quasi 500 per la più raggiungibile edizione del 1970 che fu edita da Heiner Friedrich.

Il libro è stampato su carte diverse, colorate. Contiene tavole sciolte con spartiti musicali, poesie visuali, buste con lettera, oggetti da estrarre, componimenti teorici e disegni. I testi sono disposti con grande libertà, con un disegno grafico che dà grande forza espressiva alla singola parola.

Il vero titolo dell’opera (come appare negli annunci pubblicitari, ma non sul libro stesso) è in realtà più complesso e bisogna pure recitarlo, almeno una volta, per esteso: An Anthology of Changes Operations, Concept Art, Anti-Art, Indeterminacy, Improvisation, Meaningless Work, Natural Disaster, Plans of Action, Stories, Diagrams, Music, Dance Constructions, Compositions, Mathematics, Poetry, Essays.

I suoi contenuti sono difficilmente catalogabili. Questo è l’elenco:

George Brecht: Indeterminacy Music Compositions

Claus Bremer: Poetry

Earle Brown: Music essays

Joseph Byrd: Music Poetry

John Cage: Excerpt from 45’ for a speaker

David Degener: (senza titolo)

Walter De Maria: Compositions essays

Henry Flynt: Concept art essays

Yoko Ono: Poetry

Dick Higgins: Mathematic compositions

Toshi Ichiyanagi: Music

Terry Jennings: Music

Dennis (Johnson): Plans of action

Ding Dong: Music

Ray Johnson: Poetry

Jackson Mac Low: Change operations

Richard Maxfield: Essays

Simone Forti: Dance report

Nam June Paik: Essay

Terry Riley: Music

Diter Rot: White page with holes. Poetry

Emmett Williams: Poetry

Christian Wolff: Music

La Monte Young: Compositions

I contenuti e la forma si fondono in un insieme che comunica con mezzi emozionali prima che razionali. An Anthology è un contenitore di idee.

Il libro ospita musicisti che scrivono saggi sull’arte, poeti che pubblicano spartiti musicali, danzatori che teorizzano l’intercambiabilità delle arti, pittori che descrivono happenings, artisti insomma che oppongono alla conoscenza settoriale una visione globale e profonda del loro lavoro che scardina la specificità del linguaggio artistico per approdare nel luogo totale della creatività.

Con Fluxus la banalità, il caso, l’incomprensibile, il brutto, la gag, il gioco infantile, il precario, la provocazione, il gesto gratuito e anche una certa “stupidità del fare” agiscono come materiali che compongo l’evento artistico. An Anthology e le pratiche Fluxus furono definite da Achille Bonito Oliva un “salutare passaggio dalla poesia alla prosa, da una condizione aulica dell’arte ad uno stato che funziona da messa a fuoco sulla realtà”. Fluxus volge la sua attenzione alla vita di tutti i giorni del nascituro villaggio globale, con un ruolo preminente dell’informazione dove il tempo libero e la giocosità sostituiscono la fatica del lavoro. L’arte/gioco di Maciunas deve essere “semplice, divertente, senza pretese, deve coinvolgere cose insignificanti senza richiedere alcuna abilità particolare… Tutto può essere arte e chiunque può fare arte”.

La musica, fino ad allora autonoma regina delle arti, è il linguaggio prescelto a rappresentare la nuova concezione estetica e il suono, ancor prima della musica, è il mezzo più congeniale ad esprimere l’astrazione e la nebulosità dell’arte. Anche il “rumore” e il “silenzio”, dopo John Cage, sono parte della musica e il libro registra questa particolare attitudine attraverso la pubblicazione di saggi e spartiti musicali o notizie di eventi/concerto.

Proprio Cage pubblica un testo che coniuga l’avanguardia con la tradizionale filosofia orientale: “The thing to do is to keep the head alert but empty. Things come to pass, arising and disappearing. There can then be no consideration of error. Things are always going wrong”.

La Monte Young, a proposito del brano musicale inserito nel libro e rappresentato graficamente da una “linea” disegnata su un foglio inserito in una busta, detta alcune note interpretative per l’esecutore: “Annuncia al pubblico quando il brano inizia e finisce, se esiste un tempo preciso di durata. Il brano può avere qualsiasi durata. Poi annuncia che ciascuno dovrebbe fare ciò che desidera per tutta la composizione”.

Ma la straordinaria capacità di anticipare il senso artistico del proprio tempo è evidente nella presenza di un testo di Henry Flynt intitolato, con un’intuizione premonitrice, Concept Art che determinerà lo sviluppo dell’arte concettuale degli anni Settanta. Concept art is first of all an art of which the material is conceptsConcept art is a kind of art of which the material is language…”.

Questa antologia entra, a prima vista, un po’ forzatamente in questa rubrica dedicata al libro d’artista. Il lavoro dell’artista è per definizione individuale, opera di quella solitaria alchimia che è la creazione artistica, ma in questo caso il singolo autore è sostituito dall’insieme del gruppo che opera all’unisono. Questa è la specificità dell’esperienza di Fluxus che in questo libro si riflette e trova compiuta espressione.

A questo proposito, per rispondere alla domanda iniziale, si può concludere con Joe Jones, altro protagonista del movimento: “Fluxus è un uomo di nome George Maciunas”.

Ma quando a Maciunas chiesero di compilare una sua biografia dettò: “Biografia non disponibile”.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

An Anthology

− Prima edizione: Bronx, USA., La Monte Young e Jackson Mac Low, 1963.

− Copertina e progetto grafico di George Maciunas.

− Editor: La Monte Young con la collaborazione di Jackson Mac Low.

− Formato cm 20,5 x 23. Pagine 112. Brossura editoriale.

− Seconda edizione. U.S.A., Heiner Friedrich, 1970.

Bibliografia selettiva

Hanns Sohm, Happening & Fluxus, Köln, Kölnischer Kunstverein, 1970

Harry Ruhe, Fluxus. The most Radical and Experimental Art Movement of the Sixties, Amsterdam, Eingenverlag, 1979

Ben Vautier-Gino Di Maggio, Fluxus International & Co. Milano, Multhipla, 1979

Fluxus etc. The Gilbert and lila Silverman Collection, Detroit, Cranbrook Academy of Art Museun, 1981

Jon Hendricks, Fluxus Codex, Detroit e New York, Silverman Collection e Abrams Inc., 1988

Fluxus o del “principio d’indeterminazione”, Genova Studio Leonardi, 1988

− Enrico Pedrini, La riformulazione quantica, Firenze, Galleria Vivita, 1988

Fluxus Subjektiv, Wien, Galerie Krinzinger, 1990

Ubi Fluxus ibi motus, a cura di Achille Bonito Oliva Biennale di Venezia,. Milano, Mazzotta, 1990

Emmett Williams, My life in Flux and vice Versa, Stuttgart e London, Hansjörg Mayer, 1991

Fluxus Virus, Köln, Galerie Scüppenhauer, 1992

Fluxers, a cura di Henry Martin, Bolzano, Museion, 1992

René Block, Fluxus Da Capo, Wiesbaden, Harlekin Art, 1992

− Sandra Solimano, The Fluxus Constellation, Genova, Neos Edizioni e Museo Villa Croce, 2002

 

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