Wuz n. 5, giugno 2002

Armando Audoli

Amori di Dossi

 

Se è vero che per avvicinare e avvicinarsi a un mostro sacro bisognerebbe coglierne il tratto particolare, marginale (giusto un pizzico di grandezza), e se è altrettanto vero che per mettere in valore la qualità  riposta di un cosiddetto minore si dovrebbe carpire, amplificandolo sùbito, il suo verso maggiore, allora gli Amori di Carlo Dossi sono comunque, e in ogni caso, perfetti: perfetti come capolavoro misconosciuto di un epigono geniale e capriccioso, perfettissimi come ultimo capriccio dell‘estro di un genio.

In effetti, nel 1887, a trentotto anni, Dossi concluse con Amori la carriera pubblica di scrittore.

“Amori descritti su ali di farfalla (così li sentiva Gian Pietro Lucini); amori a volo che si librano e si rincorrono dal cielo in terra” impressi su finissima carta giapponese “la cui copertina nera ed opaca, disegnata con squisita originalità  dal temerario ingegno del Conconi, portava una gialla ed appassionata mimosa pudica come emblema”.

Rimetterei alla penna di Dante Isella ““ il più autorevole esegeta dossiano, nonché curatore della terza edizione di Amori (Milano, Adelphi, 1977) ““ la responsabilità  di descrivere (lo ha fatto con una precisione da notomista) l‘identità  fisica di quello che non è certo eccessivo considerare uno chef-d‘oeuvre editoriale, tirato in 585 esemplari (Milano, Dumolard, 1887, 16°, pp. CXXIV) con l‘intenzione di dare una veste adatta a un libro da salotto elegante, un libro concepito apposta per le bizze della fantasia d‘un bibliofilo stravagante, “ideato (sono le parole dell‘autore) per così dire vestito, in modo da costituire in esso il pensiero, la forma letteraria e la forma tipografica un tutto inscindibile”. Isella si sofferma, in primis, sulla carta, fatta arrivare espressamente da Parigi, una “carta giapponese ““ scrisse Dossi a Luigi Conconi ““ che sembra pelle di cipolla, ed è chiamata di seta benché in verità  sia tratta non dalla bava del baco ma dal suo alimento, il gelso” (altrove è detta “leggera come ali di farfalla”, tanto da doversi impiegare a foglio doppio e stampare solo da un lato). E poi:

“La copertina con impresso, gialloverde su nero, un simbolico ramo di mimosa pudica e con le indicazioni editoriali, in cartellini rossi riportati sui piatti, espresse (come lo stesso frontespizio e il titolo dei dieci capitoletti) in caratteri disegnati in modo da simulare fantasiosamente dei veri e propri ideogrammi; la legatura in filo di seta pure rosso, in vista sul dorso: peso di una copia (in formato piccolo, ma non minuscolo: cm. 16,4 x 11,4) solo trentacinque grammi. Insomma, un prodotto raro del più squisito “giapponesismo” (o “giapponismo”, come allora si diceva) che in Francia portava il marchio dei Goncourt. [“¦]

Restando ancora un poco sulla soglia, per un più compiuto rilievo esterno, non si può non prestare attenzione a tutta un‘altra serie di dati (su alcuni ci richiama del resto il colophon, anch‘esso concepito secondo la moda che, in parte arcaizzando e in parte innovando, andava proprio allora prendendo piede). Scomparso il Sommaruga, [“¦], il libro fu diffuso sotto l‘insegna editoriale della casa milanese dei fratelli Dumolard; direttore dello Stabilimento tipografico italiano di Roma, dove fu impresso, era il milanesissimo Luigi Perelli, l‘amico Gigi di sempre, indissolubilmente legato alle vicende letterarie e politiche del Dossi; la copertina era addirittura stampata dai torchi della tipografia Lombardi, di via Fiori oscuri, la stessa da cui erano uscite a spese dell‘autore le plaquettes dei suoi racconti di adolescente; e sia la gialloverde mimosa sia i caratteri italo-giapponesi di cui s‘impreziosiva (caduta la speranza di poter contare su Guido Boggiani, il futuro ulisside di Maia, appena disceso ai trionfi romani dagli studi di Brera e dall‘apprendistato con Filippo Carcano) eran opera di un altro amico fedele, Luigi Conconi, [“¦], già  per conto suo attirato dagli eleganti grafismi dell‘arte orientale, come si vede da alcuni suoi lavori di questi stessi anni. E si dovrebbe aggiungere la parte avuta nell‘impresa da Felice Cameroni, e gli aiuti prestati da qualche altro milanese della colonia dedotta dalle rive dei navigli alle sponde del Tevere; così, per esempio, il matematico Luigi Cremona, fratello di Tranquillo, che con Amori ha questo solo rapporto: procurò al Dossi, per modello del disegno di copertina, qualche pianta di mimosa pudica, rivestita di foglie, ottenuta dall‘Orto botanico”.

Amori, dunque; amori non goduti, ròse amate poiché non còlte, purissimi amori preziosamente elaborati, intessuti in un‘esile trina di sfumature e di eteree rimembranze non vissute: amore per una regina di cuori, per la Madonna appesa sopra il letto, per Ricciarda, figura di un quadro, per una marionetta in vaporosa veste di ballerina, per una Tiglia Grandiflora, per generiche eroine da romanzo, amori per le creature dei poeti, o per donne sfiorate forse una sola volta”¦

Dall‘epistolario di Dossi si avverte un netto insistere sul tasto della castità , della natura spirituale di Amori, opera che il misogino scapigliato pensò nel senso di un capovolgimento programmatico (riscontro e contrasto) della Desinenza in A: “Perocché in esso [Amori] cerco di raccogliervi la luce rosea del mondo femminino in quella maniera che nel precedente libro [Desinenza in A] vi avea accumulato le tenebre. Senonché il bene che si può dir delle donne è purtroppo più scarso del male, e però il nuovo volume sarà  minore, per mole, dell‘altro. / àˆ libro castissimo. Il più ardito atto di amore che vi si compie è un bacio ““ e, anche questo ““ attraverso il cristallo di una finestra”.

Ogni cosa, in Amori, appare filtrata (efficace l‘intuizione critica di Isella) da un simbolico diaframma di cristallo, che ambiguamente ostruisce e protegge dal contatto, lasciando inalterata la percezione visiva (astratta e idealizzante) e quella uditiva, percezioni amalgamate e ricreate dalla scrittura, secondo uno dei capisaldi dell‘estetica della Scapigliatura: la sinestesia.

Torniamo a seguire, con Isella, le tracce romane di Dossi:

“Sceso a Roma capitale, come tanti altri, per intraprendervi secondo la tradizione dell‘antica classe aristocratica lombarda [“¦] la carriera di alto funzionario del nuovo Stato italiano, il Dossi era rimasto attaccatissimo alla Milano dell‘ultimo Rovani e della Scapigliatura degli anni Settanta: quella soprattutto dei Cremona, dei Ranzoni, dei Grandi, liberamente eletti a suoi maestri e compagni di estroso anticonformismo. Sicché Amori, nella loro realizzazione tipografico-editoriale, sono il prodotto di quei tempi lontani, ma vivissimi nella memoria, non meno che del presente romano del Dossi. Già  da fuori essi rispecchiano sì l‘avvertita sensibilità  e apertura sua a gusti e correnti d‘oltralpe, a cui la Roma bizantina faceva da confusa, ma pronta cassa di risonanza [“¦]; rispecchiano però anche, altrettanto nitidamente, la tenace fedeltà  del Dossi alla sua appartenenza lombarda, alla cultura scapigliata e al suo proprio passato”.

La Scapigliatura aprì uno squarcio nel velo che divideva la cultura italiana da quella europea; gli Amori di Dossi avevano un‘anima talmente francese da fingersi una japo
naiserie: appena un‘intenzione di leggerezza ed eleganza”¦ I materiali di Amori sono riconducibili a una tematica comune, come le immagini di un album, non di più; lo stile di Dossi è radicalmente antinarrativo e si esprime per mezzo di una scrittura ad alta densità  letteraria. Il frammentismo era ancora lontano, eppure la sua prosa è il trionfo del frammento ritmico, tutta un concentrarsi e un distendersi di accenti; le sue parole sono gocce d‘inchiostro, grandine e spruzzaglia di rubini e diamanti. Dossi rinuncia al racconto e alla violenza coloristica in favore del grafismo e del disegno dei ritmi, inseriti in un periodare ricco di pause e appoggiature, dove il suono è talora lasciato morire, ma solo per esser poi ripreso con guizzi improvvisi e spasmodiche accensioni, pericolose per le semitrasparenti pagine in carta gelso del libro in esame.

Un libro che, “stampato con siffatta carta ““ concluderebbe Dossi nel prediletto registro dell‘ironia ““, presenta in ogni modo il vantaggio una volta letto [“¦] di poter servire da fazzoletto di naso”.