Wuz n. 5, giugno 2002

 

Armando Audoli

 

Le prime edizioni

di Giuseppe Vannicola

 

 

Uno schizzo appena tratteggiato e dolcemente affettuoso, una nota buttata lì (senza impegno, con nonchalance, ma delicatamente), un appunto ““ sparso su uno dei numerosi foglietti persi fra le pagine del Journal di Gide (1) ““ ci porge il più bel ritratto possibile di Vannicola, un ritratto che ha il tocco del maestro e la distratta concentrazione del sussurrare fra sé e sé:”Vannicola; sa face de tendre pulcinello; sa manie, quand il paie, de garder pour lui le cuivre et de laisser en pourboire l‘argent. Noué comme un cep, amoreux comme un pampre”. (2) C‘è davvero tutto in tanta brevità : un accenno mascherato al fascino fisico del violinista poeta (un fascino fatto d‘irregolare bellezza e di fulminante intensità ); un riferimento, dal sapore aneddotico, al suo rapporto nevrotico e condizionante col denaro; l‘immagine commossa di un corpo che, pur deformato e annichilito (quasi spiritualizzato) dal male, si protendeva amoroso verso l‘altro”¦

Giuseppe Vannicola venne alla luce in Montegiorgio, un paese della provincia ascolana, il 18 novembre 1876; il padre, scomparso prematuramente dopo il pensionamento del Vaticano, aveva raggiunto il grado di ufficiale nell‘esercito pontificio; la madre, una donna modesta e segnata nel profondo dalla tensione autodistruttiva del figlio, al quale sopravvisse di parecchi anni (con lui condivideva soltanto i grandi occhi grigi e luminosi), trascorse per contro un‘esistenza appartata, fra le mura domestiche. Giuseppe passò a Roma i primi anni di vita e, avendo manifestato una precoce disposizione per gli studi musicali, iniziò a frequentare il corso di violino (3) presso l‘Accademia di Santa Cecilia. Nel 1892 si trasferì a Napoli, al Conservatorio S. Pietro a Majella, dove ““ promosso all‘ultimo anno “senza esame per merito di punti” ““ si sarebbe diplomato l‘anno successivo, se (alla vigilia del corso 1896-97) non avesse inspiegabilmente smesso di studiare. Una breve permanenza a Roma presso la famiglia, e Vannicola lasciò l‘Italia diretto a Parigi, allettato dalla prospettiva di raggiungere Lionello Balestrieri (4), un pittore di Cetona incontrato a Napoli; Balestrieri contribuì a perfezionare l‘indole vannicoliana di bohémien e maudit, iniziandolo ai piaceri (mai abbandonati) del fumo, dell‘alcol, dell‘assenzio, e introducendolo nei raffinati ambienti culturali parigini: in tal modo la formazione intellettuale di Vannicola ricevette, all‘origine, l‘impulso che lo avrebbe sempre portato a cercare aria moderna nelle regioni d‘oltralpe, e a coltivare un gusto estetico d‘eccezione, audacemente all‘avanguardia.

A proposito, cosa ci sarà  di vero nella leggenda ““ alimentata da Vannicola stesso ““ di un suo possibile contatto giovanile con l‘Oscar Wilde ormai terminale? “Nel profondo degli italiani corre una vena monastica”(5). Suggestionato dalla lettura del ciclo Le cult de moi di Maurice Barrès, affascinato dalle opere dell‘Huysmans della conversione ““ e folgorato dall‘impatto con le vertiginose ascensioni spirituali di Meister Eckhart, Ruysbroeck e Angela da Foligno ““, Vannicola inebriò di mistica il suo frivolo e sensuale dandysmo alla moda, soggiacendo a una narcisistica crisi religiosa, che lo fece partire da Parigi per rifugiarsi nell‘Abbazia di Montecassino, convinto di prendere i voti. Ma, passati pochi mesi soltanto e in anticipo sulla scadenza del postulato, si accorse di non amare tanto l‘ascetismo cristiano, quanto piuttosto d‘essere attratto, nella vita conventuale, dalle “mille voluttà “ sottese alla liturgia benedettina, opulenta di “profumi, fiori, canti, armonie”. Assetato d‘alcol e bramoso di qualche boccata dell‘adorato fumo di sigarette, riprese ““ pagano nel vizio e nel disordine ““ a calcare le vie mondane, minando senza riguardo la salute di un organismo debole, infettato dalla sifilide e affetto da una terribile forma di poliartrite cronica (ereditaria e deformante). In attesa di recarsi a Milano, spinto dalla fondata aspettativa di entrare come primo violino nell‘orchestra del Teatro alla Scala, trascorse alcuni giorni ““ forse gli ultimi dell‘estate del 1900 ““ sul lago di Como. Qui conobbe Olga de Lichnizki (San Pietroburgo, 1878 – Firenze, 1919) e con lei l‘amore di una vita. Olga, una ricca nobile russa di antiche origini polacche e di vasta cultura, era allora giovane e bella (fini e distinti ““ sebbene un filo duri ““ i lineamenti, flessuoso e slanciato il fisico), nonostante fosse già  gravemente malata di tubercolosi. Vannicola e la Lichnizki, pieni d‘entusiasmo, partirono dunque per Milano, e si affrettarono a frequentarvi i migliori salotti letterari (alla coppia si affezionarono, fra i tanti, Enrico Annibale Butti e Filippo Tommaso Marinetti). In quest‘epoca Olga de Lichnizki ““ temendo che una carriera violinistica di successo le avrebbe sottratto l‘amato (erano in vista numerosi concerti all‘estero) ““ insistette parecchio, affinché il compagno coltivasse maggiormente il talento letterario. Vannicola restò a Milano (6) fino all‘ottobre del 1903, e vi terminò di scrivere il Trittico della Vergine (Roma, Voghera, 1901; in 16°, 30 pp. precedute da una lettera di Enrico Annibale. Butti), prima e sola composizione in versi, costituita da tre poemetti (Stella Matutina, Rosa Mystica e Causa nostrae letitiae). Nella libera verseggiatura del Trittico ““ priva di qualsiasi retaggio religioso canonico, e piuttosto legata agli sfinimenti estetizzanti della grande stagione simbolista di area franco-belga ““ si avverte già , velata da un vago sentore rostandiano, l‘estrema sensibilità  di Vannicola per la musica delle parole, per l‘alternarsi di suoni e silenzi, per le nouances preziose e ricercate, per i toni insoliti e gli insoliti accostamenti, per i gusti nuovi e speziati; ma soprattutto già  si avverte, sotto qualche scoria romantica e dannunziana, il suo trasporto per le Litanies di Tristan Corbière e, ancor più, per quelle di Jules Laforgue. Nella fase milanese si deve inoltre collocare (fra il 1901 e il 1903) la stesura del “romanzo” autobiografico Sonata Patetica, dedicato “A Donna Olga De Lichnizki / senza sole, sola”, e pubblicato dalla Libreria Editrice Nazionale (mm 125 x 190; 226 pp.) nei primi mesi del 1904. Della Sonata Patetica, sulle pagine del “Leonardo” (giugno 1904), una bellissima recensione di Papini rivelava: “Questo libro non è un romanzo per quanto narri alcune vicende d‘amore e di dolore di un uomo ““ non è un poema per quanto prenda in certe sue parti delle mosse di esaltazione immaginosa ““ non è filosofia per quanto contenga pensieri sulla vita e sulla morte, sulla felicità  e sulla musica, e sia tutto invaso da uno spirito schopenhaueriano.. Questo libro è qualcosa di meglio: è lo specchio di un‘anima. Di un‘anima modernissima, ricca di sensibilità  e di analisi, capace di innalzarsi nei cieli metafisici con uno smarrimento religioso e di curvarsi sulla terra, a frugare con mani crudeli le proprie debolezze e i propri morbi”¦”.

Vannicola assecondò il proposito della Lichnizki di prendere stabile dimora a Firenze; essi vi rimasero fino al mese di maggio del 1905, e lì continuarono a ricevere “in comunione di musica” gli amici, dentro un salone (in via Montebello) che era “tutto una sinfonia di ori e biancori”, offrendo loro tè con pasticcini, serviti da camerieri in livrea e calze bianche. E nel tratto conclusivo del 1903 sbocciò la lunga (a volte non serena) amicizia con i poco più giovani Papini e Prezzolini. Abbandonata quasi del tutto l‘attività  professionale di violinista, Vannicola si occupava in prevalenza di critica musicale (7); ma gli eventi letterari di maggior importanza, relativi al primo periodo fiorentino, furono l‘inizio della “Revue du Nord”, periodico di cui era “Rédacteur en chef”, e l‘uscita della terza opera, di nuovo dedicata all‘amata: De profundis clamavi ad te (Firenze, Edizione della Revue du Nord, 1905; mm 170 x 223; 110 pp.). La rivista era tipograficamente curatissima, così come addirittura sontuosa si presentava la veste del libro, stampato su carta a mano con varie xilografie e sette tavole fuori testo in sanguigna del reggiano Giovanni Costetti (“pittore misterioso e funereo, appassionato di Boecklin”, secondo Papini). Il volume ““ che Giampiero Mughini non esita a classificare “anche editorialmente fra i più belli del tempo” (8)  ““ venne riproposto, passato un anno, in 200 esemplari (Roma, Revue du Nord, 1906; mm 180 x 230; 85 pp.), nella traduzione francese già  apparsa a puntate (9) sulla “Revue” stessa. Elogi al De profundis sempre da Papini, e sempre sul “Leonardo”, (aprile 1905): “In questo libro c‘è ancora della lirica, c‘è ancora del romanzo, ma c‘è di più. C‘è il tentativo di fondere la critica e la filosofia e la teologia in una specie di sublimazione poetica e musicale, ove l‘unità  è data dall‘anima che la compie. La prosa di Vannicola non è una prosa poetica ma piuttosto una prosa musicale: i crescendi, i leit-motiv, i ricami tematici vi hanno grandissima parte. E appunto perché è una prosa musicale tende più a suggerire che a dire”¦”.

Troppo a lungo ignorata, la “Revue du Nord” è un capitolo decisivo, non solo per ciò che riguarda l’attività  di Vannicola, ma anche per una maggiore comprensione dei complessi rapporti che intercorsero, nel fervore del primo Novecento, fra la cultura italiana e quella nordeuropea. Dopo le pionieristiche intuizioni della studiosa belga Monique de Taeye-Henen (10), dopo gli approfondimenti biobibliografici di Ferdinando Gerra (11), e con il supporto delle minuziose rifiniture di Simona Falchi Picchinesi (12) , si può ora valutare con obiettività  l‘effettiva consistenza di una pubblicazione ““ quale fu la “Revue du Nord” ““ ambiziosa nella forma e nei contenuti (veniva interamente redatta in francese), oggi difficilissima da reperire completa (diciannove fascicoli, fra singoli e doppi). Il primo numero uscì a Firenze nel dicembre del 1904, accompagnato dalla serpeggiante insinuazione che l‘impresa editoriale traesse in qualche modo alimento non già  dalle tasche di Olga de Lichnizki, bensì dai fondi segreti dell‘ambasciata russa di Roma (particolare, questo, che potrebbe spiegarne il repentino trasferimento nella capitale).

Nel marzo 1905, le ricercate edizioni della Revue du Nord ripubblicarono, volto in prosa francese, il Trittico della Vergine (Triptyque de la Vierge, in 16°, 36 pp.; un‘illustrazione in sanguigna fuori testo a piena pagina, in antiporta; una figura in bianco e nero; capilettera e finalini incisi).

Vannicola si era stabilito a Roma dal 1° maggio 1905 e aveva presto affittato uno sfarzoso alloggio-redazione in piazza di Spagna. Oltre a quelle della rivista, gravavano sulla Lichnizki quasi tutte le spese di casa, dal momento che il suo Peppino ““ viziato da una patologica idiosincrasia nei confronti di qualsiasi problema pratico, nonché accanito sostenitore dell‘indispensabilità  del superfluo ““ non esercitava più la professione di violinista, per la progressiva inflessibilità  del collo; e i compensi delle collaborazioni giornalistiche non erano sufficienti.

Incapaci entrambi di fare economia, si può pensare che Vannicola e la Lichnizki ““ in seguito alla rivoluzione russa del 1905 ““ fossero vissuti per due o tre anni con le somme che ella possedeva come residuo delle passate rendite, fruttate in Russia dalla sua grande proprietà , successivamente espropriata e bruciata dai contadini; in un secondo tempo si mantennero vendendo i gioielli di Olga, essendo comunque destinati alla più squallida miseria, cui si deve ““ nel dicembre 1907 ““ la fine della “Revue du Nord”.

Decisivo e drasticamente rimosso – salvo eccezioni  (13) – fu, fra gli ultimi mesi del 1905 e i primi del 1906, l‘influsso che il trentenne Vannicola esercitò sul primo crepuscolarismo romano, e particolarmente sul gusto letterario di Corazzini, Govoni e Martini, ai quali ““ quasi fosse un solenne mistagògo ““ svelò, fra i molti arcani, le squisitezze della poesia di Laforgue; al centro del cenacolo corazziniano, egli, che al gruppo dei giovanissimi iniziati dovette sembrare un anziano dal tumultuoso passato (un po‘ Wilde e un po‘ Verlaine), veniva “ascoltato come un oracolo” (14), avendo la possibilità  di sfoggiare e sperimentare gli incantesimi della propria artificiosissima dialettica, ricca di sprezzature e di meravigliose sorprese, continue ““ come sarcasticamente notò Prezzolini ““ negli “sforzi di sforzare la lingua a significare quello che non aveva mai significato e a provocare il brivido che non aveva dato”. All‘interno del cenacolo crepuscolare furono ideati i tre numeri di “Cronache Latine”, e dalle pagine del mitico quindicinale Corazzini manifestò acceso entusiasmo per il nuovo lavoro di Vannicola: Da un velo, uno strano racconto ““ casto ed erotico insieme (d‘un erotismo morboso, ai limiti della necrofilia) ““ stampato su carta forte, probabilmente nel novembre 1905, come opuscolo della “Revue du Nord” (15) -mm 115 x 165; 48 pp-.

Per la ricorrenza della festa russa di Santa Olga, Vannicola concepì invece una serie di tredici aforismi, e li pubblicò ““ intitolandoli Corde della grande lira ““ in un pregiato fascicolo formato album (mm 200 x 125), con una copertina muta su cui risalta il disegno di un‘orchidea. La prima pagina porta il titolo, senza l‘autore e senza dati editoriali; sulla terza si legge la dedica: “Per il giorno di Santa Olga del MCMVI”; alla quinta pagina l‘occhietto ripete la scritta Corde della grande lira, seguita da tredici fogli per le singole composizioni (Dio, Il poeta, La Creazione, La Poesia, L‘Universo, L‘Opera, Le Cose, Gli Avvenimenti, L‘Orologio, La Campana, I Cigni, I Ruscelli, La Morte), stampate in grandi caratteri solo sul recto, come il nome di Vannicola sul penultimo foglio, e, sull‘ultimo, l‘indicazione “Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1906″.

All‘inizio di giugno del 1906, tornato da un viaggio a Vienna, Vannicola discusse con Papini l‘idea di approntare una nuova “rivista d‘arte e di idee”, a complemento del “Leonardo”. Il titolo definitivo, “Prose”, si legge per la prima volta in una lettera (16) del 10 ottobre 1906, indirizzata da Papini al critico napoletano Aldo de Rina
ldis, il futuro direttore responsabile. Papini contava di assumere un ruolo preminente nel progetto, ma la linea redazionale prese un‘altra strada per gli stretti rapporti che, da  tempo, erano maturati fra Vannicola, Giovanni Amendola e Eva Kà¼hn . Il generoso numero d‘esordio di “Prose” (“Dicembre 1906-Gennaio 1907″) conteneva, fra l‘altro, la prima traduzione completa in italiano della Ballad of Reading Gaol di Oscar Wilde, che Vannicola aveva condotto sulla versione prosastica del francese Henry Davray, e che poi raccolse in volume (Roma, Lux, 1907), premessa l‘aggiunta dei “ricordi di André Gide su Oscar Wilde“. In occasione della trasposizione (di prima mano per l‘Italia) del testo gidiano, nacque l‘intenso rapporto amicale con il maà®tre delle moderne lettere di Francia.

Nella primavera del 1907 ebbe pieno sfogo la latente crisi nervosa e organica già  covata dalla fragile complessione di Vannicola, che si ostinava a non rinunciare ““ dice bene Gerra ““ “ai suoi ‘vagabondaggi‘ giornalieri in quegli ambienti dei caffè e delle birrerie”, a quella “parte essenziale della sua vita, per cui non gli rimaneva altro che mascherare sofferenze ed ideali con la fumistérie di buffonesche parole e di paradossali anacronismi, con frivolezza di tono e di espressione quanto più il suo discorso si faceva personale ed intimo”. Era una maschera talmente abituale, che “a poco a poco sembrava modificarne i tratti e l‘espressione stessa del volto”.

Due nuovi libri in cantiere distolsero Vannicola dalla cessazione di “Prose” (l‘ultimo dei sei numeri usciti era datato “Novembre 1907-Gennaio 1908″): il Distacco e la traduzione della Salomé di Wilde, già  pronta in tipografia, ma trattenuta dall‘editore (il romano Lux, che l‘avrebbe commercializzata qualche mese avanti) a causa d‘una spinosa questione di legittimità  della versione e di sospetto di plagio (questione risoltasi favorevolmente in tribunale).

Alla fine di giugno del 1908 uscì, per i tipi di Lux, l‘antologico Distacco, sottotitolato Liturgia della terza personaL‘eterna Ofelia, Da un velo, Un‘anima pagana, Oltre Wagner, La redenzione di Kundry), completata da una parte inedita su Oscar Wilde. La pubblicazione, che nelle intenzioni dell‘autore doveva essere “il segnacolo di un risveglio”, fu praticamente ignorata da pubblico e critica, e per Guglielmo Genua ““ l‘unico recensore subito attento ““ non c‘era da stupirsi: “Il Distacco è un libro che, per fortuna, piacerà  a pochissimi. àˆ la storia semplice di un allontanamento dalla banale vita di tutti i giorni, verso il sogno, in un cammino echeggiante di risate, risate tanto più piene e nervose quanto più amaro urgerebbe il pianto”¦”. (mm 135 x 190; 98 pp.), un‘eccentrica raccolta di alcuni scritti preesistenti. La calda estate romana del 1908 vide Vannicola agitarsi (letteralmente e letterariamente) nel tentativo di difendere dallo scandalo un romanzo omoerotico e sofisticato della conterranea Nada Peretti (17); mentre sul finire dello stesso anno apparve, in poche copie, una plaquette (Qualche cadenza, Lugano, Coenobium; in 16°, 7 pp.) stampata dalla tipografia Cappelli Rocca di S. Casciano e contenente l‘estratto (18) di un articolo usato da Vannicola, violinista abortito, per sfogarsi eseguendo virtuosisticamente “qualche cadenza” del proprio irritato modo di sentire.

Elsa l‘abbandonata, l‘unica opera teatrale di Vannicola ““ una “morale” che mescolava l‘allegorismo tardo quattrocentesco alle ironiche screziature linguistiche di Laforgue ““ non andò mai in scena, ma ebbe una tiratura fuori commercio (19) di 50 esemplari numerati, a quinterni sciolti dentro una camicia editoriale muta in carta bianca (Tolentino, Stabilimento tipografico Filelfo, 1909; mm 125 x 190; 78 pp.). A questo punto fece irruzione la presenza di una fantomatica figlia di Vannicola, tale Maria Teresa: di lei non si sa nulla e rimane un mistero, un buco nella già  lacunosa biografia dell‘artista; altrettanto misteriose restano le circostanze del fulmineo sfacelo familiare, che non risparmiò ““ nel maggio del 1909 ““ neppure Olga de Lichnizki, costretta a separarsi dal “marito” e a rifugiarsi “presso certe suore francesi”.

Il ritmo del pathos incalzava e precipitava. Cominciò la tragedia: Vannicola invecchiò in un baleno, incanutendo completamente, e i dolori ossei lo resero schiavo della morfina; un resto di vitalità  gli diede l‘idea di far venire Gide a Roma, per parlare intorno a Dostoievsky d‘apres sa correspondance: la conferenza si tenne nella Sala russa in via delle Colonnette, e fu un evento culturale straordinario; faticava molto a scrivere, non a spendere: la rovina lo travolse ineluttabile; nelle giornate migliori si reggeva a stento in piedi, per mezzo d‘un bastone, e passeggiava ““ con incedere rigido e senile ““ accompagnato dal fedele bassotto Pacquet; nei momenti peggiori dovevano portarlo in braccio con delicatezza, facendo molta attenzione alla sua moribonda fragilità ; da Albano fu ricoverato d‘urgenza al Policlinico di Roma, e vi rimase dal 22 dicembre 1910 al 9 aprile 1911; dopo una deludente ricognizione a Milano, nella primavera inoltrata del 1911 riapparve come un fantasma a Firenze, dove fondò e diresse per l‘editore Baldoni una piccola collana di traduzioni e inediti, intitolata “Prose”: dei dodici volumetti progettati si conoscono solo i primi cinque; per incrociarlo al fianco della georgiana Nino, una spregiudicata ballerina lesbica cara ai futuristi, bastava andare a prendere un caffè alle Giubbe rosse; nel 1912 consegnò con difficoltà  tre articoli a “La Voce”; alcune insistenti e polemiche accuse di plagio lo amareggiarono non poco; tentò di trovare sollievo a Salsomaggiore, a Ischia, e infine (nel 1913) in Liguria, presso la Colonia della Salute del dottor Arnaldi: a Uscio fingeva di curarsi, ma guadagnava qualcosa lavorando come segretario e aiutando il dottore a dirigere un bollettino che si stampava lassù; non si sa come, andò a Parigi per salutare Gide (era forse un addio?), e trovò la forza di tradurre ancora (Gobineau, Hello, De Quincey e il suo Wilde); un‘ultima puntata a Roma, e poi via, a Napoli, a “lavorare” per Il Mattino” (ne sortì un canto del cigno di tredici articoli); tutto cessò il 10 agosto 1915, quando ““ ad Anacapri ““ il miraggio d‘una fruttuosa collaborazione con il ricco svizzero Gilbert Clavel lo sottopose alla tortura finale dello sperare invano; morì randagio a Capri “di molte malattie e di povertà  irrimediabile”: secondo alcuni fu raccolto agonizzante su uno scoglio, in faccia al mare; secondo altri fu rinvenuto esanime contro un muretto della via Mulo, la strada per Marina Piccola. Papini, come tutti gli amici intimi, si dimostrava scettico: “Si dubitò che la morte non fosse naturale. Egli faceva uso, per attutire i dolori dell‘artrite, di morfina: volle, con una dose più forte, togliersi per sempre da ogni dolore?”.

Il dubbio rimane, e rimarrà  sempre come ambiguo finale aperto del dramma esistenziale d‘un uomo che, al culmine del proprio dissesto fisico e morale, aveva confessato: “”¦io sono abbastanza stoico per vedere nel suicidio la semplice suprema ‘finta‘ di chi sa schermirsi col proprio destino, lungamente sopportando e sorridendo”¦ Nel quale caso, non sarò neppure io che abbandono la vita, la vita che adoro morbosamente e freneticame
nte anche da questo letto di dolori; ““ ma sarà  la vita che mi abbandonerà , amante deliziosa e crudele, ai cui capricci non bisogna tenere il broncio”.

Alla difficile stagione del tracollo, precisamente al secondo periodo fiorentino, appartengono le due prove conclusive di Vannicola: arte d‘eccezione e Il Veleno.

Estremo omaggio ai suoi tre idoli letterari (Laforgue, Wilde e Gide), arte d‘eccezione si dichiara al frontespizio: “Introduzione a una raccolta di ‘Prose‘ diretta da G. Vannicola”, e si presenta come un raffinato opuscolo di «51 esemplari che portano a giustificazione la firma autografa dell‘autore», privo di indicazioni editoriali (in fine: Firenze, “pei tipi di A. Vallecchi e C.”, senza data ma novembre 1911, mm 135 x 185; 29 pp.). Superba la copertina, impreziosita da un elegante disegno in verde di Oscar Ghiglia, al quale è dedicata l‘edizione con la seguente letterina a stampa: “Caro Ghiglia, / L‘arte deve far pensare o sentire? / Grave questione che potrebbe eludersi dicendo che l‘arte deve far pensare sentimenti e sentire pensieri. / Tuo G. Vannicola”. Tra il foglio con la dedica a Ghiglia e quello d‘inizio del testo, una carta porta al recto, in una riga, l‘autocitazione: “Luci passano, nubi passano, vi sono arabeschi sulle pareti”¦”, e ““ a commento ““ un‘epigrafe da Les nourritures terrestres di Gide (“Mais cela, dit Angèle, ne suffit pas pour faire une poésie. ““ Alors laissons cela, répondis-je”) tradisce l‘ansia poetica di voler esprimere l‘inesprimibile.

Il Veleno (Firenze, Baldoni, 1912 (20); mm 130 x 180; 31 pp.) ““ un breve racconto deliziosamente malsano e incestuoso ““ inaugurò la collana Prose, contraddistinta da una bellissima coperta (uguale per tutti i volumetti), nuovamente decorata da Oscar Ghiglia con la stilizzazione di una farfalla incorniciata da due bruchi. Alla stessa immagine simbolica del bruco e della farfalla si ispirano i tratti vagamente liberty della venefica dedica iniziale: “Caro Papini, / Lungo il mio cammino verdeggiavano euforbie fiorite, e io ne frangevo gli steli per vederne stillare il veleno, bianco come latte. Ma quei fiori velenosi nutrivano la bella larva embrionale, verde macchiata di scuro, e una farfalla ne sarebbe nata, un insetto dalle ali colorite dei più delicati colori”¦” Intossicato da siffatti fiori del male, tra la primavera e l‘estate del 1911, Vannicola insinuava Il Veleno nell‘orecchio dell‘amico Aldo de Rinaldis: “[“¦] vorrei, vorrei, vorrei leggerti una mia cosa-conferenza, scritta in questi giorni di lenta convalescenza e che s‘intitola aperitivissimamente: Il Veleno. Vorrei tanto che tu portassi a Napoli una goccia d‘essenza vannicoliana!”. In cauda venenum! Per Vannicola, vero scorpione affabulatore, nulla è speciale al di fuori del dominio della letteratura e del peccato. Tutto ciò che attrae, seduce e incanta ““ tutto ciò che piace e ammalia ““ ammala e nuoce; così è per le incantazioni dei libri, così per l‘amore vietato: fermenti talmente forti da diventare veleni. I veleni che infiammano l‘eccezionalità  potenziale dell‘essere umano, provocandone la metamorfosi alchemica in esteta. Ma proprio la fastidiousness dell‘esteta, la posa continua del dilettante stanco e snervato, l‘eleganza sfrenata, il maledettismo di netta impronta francese, l‘eccesso di regole d‘arte e la carenza assoluta di regolarità  esistenziale costarono a Vannicola la pena capitale e l‘espulsione dalla storia della letteratura. Di questo, però, egli sorriderebbe a fior di labbra ““ scettico e malinconico; perché non solo non tenne il broncio alla vita, la sua amante deliziosa e crudele: non lo teneva neppure agli intellettuali organici, i quali (allora come oggi) lo guardavano dall‘alto in basso, con quella smorfia di superiorità  più eloquente e vomitiva dell‘odio.

E pensare che i semplici, istintivamente ammirati, usavano rivolgersi a lui dandogli del «professore»: a lui, che professore non lo era mai stato nemmeno di violino!

(1) A. Gide, Journal (I, 1887-1925): edizione critica curata da à‰ric Marty; Paris, Gallimard, 1996. Il brano si trova nella sezione Feuillets, in data: “Novembre 1912″; p. 692.

(2) “Vannicola; la sua faccia da tenero pulcinella; la sua mania, quando paga, di tenere per sé i pezzi di rame e di lasciare in mancia quelli d‘argento. Nodoso come un ceppo, amoroso come un pà mpino”.

(3)Nella Biblioteca musicale governativa del Conservatorio di S. Cecilia sono conservate alcune pagine d‘album per soprano e pianoforte (Giuseppe Vannicola, Forse!, Firenze, Venturini, s. d.; mm 350, 5 pp.), unico esempio a stampa delle giovanili velleità  compositive di Vannicola.

(4) Lionello Balestrieri, ispirandosi alla leggendaria circostanza in cui un Vannicola in stato di grazia eseguì la Sonata a Kreutzer di Beethoven, dipinse a Parigi il suo quadro più famoso e riconosciuto: una tela di grandi dimensioni, intitolata Beethoven e datata 1900, oggi esposta al museo civico Revoltella di Trieste.

(5) Camille Paglia, Sexual Personae, Torino, Einaudi, 1993; p. 202.

 (6) A Milano Vannicola fu anche in collaborazione (dal novembre 1900 al maggio 1901) con un giornale fondato da Giovanni Borelli, “L‘Alba”, per il quale confezionò una serie di dieci articoli, insieme ad alcune note e vari scritti firmati Wandick (evidente pseudonimo).

(7)  Scrisse, sul “Corriere Italiano” e sul “Regno” di Enrico Corradini, una ventina di articoli, dal novembre 1903 al marzo 1905; mentre l‘apporto al “Leonardo” fu limitato a due soli pezzi.

(8) Giampiero Mughini, Un secolo d‘amore, Milano, Mondadori, 1999; p. 102.

(9) Dal febbraio del 1905 all‘aprile del 1906.

(10) Monique de Taeye-Henen, Un ami italien d‘André Gide: Giuseppe Vannicola. In “Rivista di letterature moderne e comparate”; Firenze, marzo 1965.

(11) Ferdinando Gerra, Musica, letteratura e mistica nel dramma di vita di Giuseppe Vannicola, Roma, Bardi, 1978.

(12) Simona Falchi Picchinesi, Le riviste di Giuseppe Vannicola, in “Inventario”, anno XXIII ““ n. 14, Nuova serie / Verona, Bi & Gi, 1985. Si tratta di un articolo elaborato a partire da un‘ampia e documentata tesi di laurea sulla vita e sull‘opera di Vannicola.

(13) Angela Ida Villa, Neoidealismo e
rinascenza latina tra Otto e Novecento. La cerchia di Sergio Corazzini. Poeti dimenticati e riviste del crepuscolarismo romano (1903-1907)
, Milano, LED, 1999.

(14) Filippo Donini, Vita e poesia di Sergio Corazzini, Torino, De Silva, 1949; p. 131.

(15) Come opuscolo della “Revue du Nord” uscirono anche (nel 1906), con una prefazione di Vannicola, i bizzarri Poemi elementali di Agostino John Sinadinò (1876-1956).

(16) Dall‘epistolario di Aldo de Rinaldis si apprende che, durante la gestazione di Prose, Vannicola era entrato in stretto contatto con Mikhail Sémenov e Jurgis BaltruÅ¡aitis, scrittori del gruppo moscovita d‘avanguardia facente capo al fondamentale periodico “Vesy“ (La Bilancia).

(17) Fede (Nada Peretti), L‘eredità  di Saffo, Roma, Lux, 1908.

(18) Dal “Coenobium” di Lugano del bimestre settembre-ottobre 1908.

(19) L‘esemplare descritto, chiosato a matita da Gian Pietro Lucini, è in realtà  l‘unico reperito; e una lettera di Amendola a Papini (31 ottobre 1910) lascia qualche dubbio: “[“¦] Ti spedisco l‘Elsa di Vannicola: rarità  bibliografica di prim‘ordine perché ne furono fatte le bozze per comodo degli attori ““ che poi non la recitarono ““ ma non è stata mai pubblicata”¦”

(20) Sulla copertina figura la data: “Dicembre 1911″.