Wuz n.3, maggio / giugno 2006

 

Hilarius Moosbrugger

 

Un vulcano di campagna,

Cesare Zavattini

 

 

Il padre e la madre di Zavattini concepirono il figlio dentro una grande botte vuota nella cantina di casa a Luzzara. In seguito, come usava, si sposarono e Cesare nacque regolarmente il 20 settembre 1902.
Ci fosse bisogno di un segno del non conformismo di Zavattini, questo assomigliare a Diogene ancor prima di nascere è premonitore.
Il cognome Zavattini poi, suona diminutivo e plurale, particolarità  che si adatta perfettamente sia alla dimensione frammentaria, addirittura piccola o breve, dei suoi lavori, sia alla sua creatività  multiforme : scrittore, pittore, poeta, sceneggiatore, soggettista, operatore culturale, critico cinematografico, professore di scuola e, soprattutto, fonte inesauribile di immagini.
La sua realtà  è immagine, il suo pensiero immagine, i suoi testi sono immagini. Ha tradotto in immagine perfino il suo nome, diventato ZA, perfetto logo visivo e sonoro.

" Che cosa mi frutterà  tutto questo pensare ? Immergo la mano nel fiume quando al tramonto è una
anguilla d’ oro, ma porto su nel cavo soltanto un po’ d’ acqua incolore. Resterò quello che sono, non diventerà  migliore il mio occhio che tira dentro le donne come la lingua del formichiere, poi la palpebra va su e giù con dolcezza, lo si direbbe ormai soddisfatto, invece si spalanca di colpo, ha bisogno di un’ altra coscia. Diventato cieco sarei santo ? Troppo gravoso il cambio, un braccio lo darei e gli occhi no. Se improvvisamente di notte mi viene la paura di essere diventato cieco, accendo precipitosamente la luce ". (1)

La vita di Zavattini è quanto di più esagitato e mutevole si possa immaginare. Allo stesso tempo è legata da un filo conduttore solidissimo : la fantasia creativa. Questa dà  coerenza assoluta al grande teorizzatore della contraddizione e delle differenze.
Dopo l’ infanzia a Luzzara i primi studi li fa a Bergamo; il liceo a Roma seguendo i genitori trasferiti; non studia, preferendo spettacoli e teatro; è bocciato. Riprende in un paesino del Lazio, Alatri, dove trova un professore, Ezio Lopez Celly, che lo aiuta. Comincia a studiare e a leggere sul serio, Tasso, Dostoevskij. Ma è L’ uomo finito di Papini che lo spinge alla letteratura :  " Mandrie di cellule si spostarono e cambiarono forma " dirà , dopo averlo letto.
Nel dopoguerra torna a Luzzara con i genitori, poi è a Parma, dove è accettato come insegnante all’ Istituto  Maria Luigia. Dal 1923 al 1928 sono anni felici per Zavattini.  Incontra allievi, Bertolucci, Guareschi, che diventeranno amici. Si lega a Pietrino Bianchi, Erberto Carboni, Barilli. Collabora alla Gazzetta di Parma  scrivendo i suoi primi racconti.

ZA è ormai avviato alla letteratura. Nel ’29 è militare per un anno a Firenze, conosce i Solariani, Montale. Per primo recensisce Gli indiffernti di Moravia. I suoi ‘raccontini’ sono pubblicati dal "Caffè", da "Solaria", dal "Bargello". Nel ’30 si sposta a Milano, lavora per "Novella" di Rizzoli, sembra esservi assunto, ma la morte del padre lo costringe a una sosta che sarà  un inciampo nella sua corsa. Ripreso il lavoro a "Novella", il posto di redattore sfumato, accetta d’ esser correttore di bozze e nel frattempo collabora a "Cinema Illustrazione" inventando Le cronache da Hollywood e spacciandole per vere.
Gli anni milanesi, nove tra il ’30 e il ’39, vedono Zavattini entrare in rapporto stretto con gli editori maggiori, Rizzoli prima Mondadori poi, e, contrappunto più creativo, Bompiani.

Da Rizzoli, nel ’32, cresce di ruolo, è responsabile di testate come "Novella", "Piccola", "Cinema Illustrazione"; iniziatore della collana editoriale "I giovani"; sceneggiatore – l’ inizio dell’ esperienza cinematografica – di Darò un milione diretto da Camerini.
Alla Mondadori entra nel ’36, reduce da una rottura violenta con Rizzoli. Si occupa di "Walt Disney Mondadori", poi rileva da Pitigrilli la direzione del quindicinale "Le grandi firme", ne cambia la copertina, facendola illustrare da Boccasile – la signorina Grandi Firme dalle lunghe gambe – e rivoluziona le vendite in un boom invidiato. Dirige con Campanile "Il Settebello", lavora ancora nel cinema, è lusingato da Rizzoli che lo rivuole, Mondadori gli aumenta lo stipendio a 7000 lire il mese.
Come se tutto ciò non bastasse, sono usciti i suoi primi libri Parliamo tanto di me e I poveri sono matti, con successo strepitoso.

Lo spin up della riuscita di Zavattini è velocissimo. Il trionfo è però insidioso, il super lavoro gli procura un serio esaurimento nervoso, la cura sarà  il ritiro a Oltre il Colle, paesino lombardo, per un periodo di disintossicazione. Un amico gli suggerisce di dipingere e gli regala i primi pennelli, ZA si innamora di forme e colori con una passione mai più perduta.

Nel ’39 cade anche il rapporto con Mondadori, per contrasti con il figlio di Arnoldo, Alberto. Il divorzio dal secondo grande editore milanese spinge Zavattini a un cambio radicale. Da Milano trasmigra a Roma con tutta la famiglia (sì, aveva anche messo su famiglia, una moglie e tre figli). "Vieni nella fossa dei leoni" gli dice De Sica. Il passo sarà  lungo cinquant’ anni.
Roma farà  da sfondo all’ attività  dell’età  matura, poi anziana, di Zavattini. Se vi è stabilità  di luogo, non diminuisce la frenesia dell’ azione. Il cinema, ovviamente, è il protagonista di tutta la seconda parte della sua vita. Ma non cessano la letteratura, la poesia, la pittura e le iniziative culturali. Zavattini ha avuto una lunga vita. Morirà  a 87 anni nella sua casa romana, sarà  sepolto a Luzzara, mai dimenticata.

I libri di Zavattini, racconti, prose brevi, provocazioni, polemiche, vogliono dire Bompiani.
" Quando Zavattini venne da me non lo conoscevo neppure di nome….tirò fuori dal taschino o forse dalla manica un rotoletto di ritagli : era il suo primo libro. Io mi sentivo offeso.  Aspettavo Stendhal e dovevo perder tempo  con le leccornie paesane.  Gli proposi di scrivere un libro per ragazzi.  Mi diceva di sì,  con la testa un po’ storta e la bocca appuntita.  Racimolò i pezzetti di carta e se ne andò. Dopo quindici giorni  tornò con un rotolo di fogli scritti a macchina. Erano gli stessi pezzi ricopiati. Il manoscritto rimase in un angolo dello scrittoio. Un giorno, sfogliandolo, l’ occhio mi cadde su una frase
‘ Il capo ufficio diceva all’ impiegato le proibisco di pensare alla morte nelle ore d’ ufficio‘. Saltai sulla sedia". (2)

Il libro è Parliamo tanto di me, uscito nel 1931, titolo trovato da Bompiani ("leggendo qua e là  nel testo vidi la frase e
la scelsi subito"), edizione in 8°, brossura editoriale, con un disegno dell’ autore raffigurante un funeralino, probabilmente il primo dei tanti dipinti in seguito.
Zavattini aveva cominciato a scrivere il testo due anni prima. A Luzzara, durante la malattia del padre, la scrittura era il rifugio da una situazione tristissima : "Mentre mio padre agonizzava io scrivevo anche di notte…fu un’ agonia molto lunga. Quando gli raccontavo qualcuna delle piccole storie che stavo scrivendo rideva…insomma mio padre morì con la sensazione che io avrei fatto qualcosa". (3)
La riuscita è immediata. L’ opera è lodata da tutti, o quasi, gli autori dell’ epoca, Pirandello e Croce in testa. Zavattini gira tutta Milano mostrando la lettera di Croce.

Nel 1937 è la volta de I poveri sono matti, in 8°, con sopraccoperta disegnata da Vellani Marchi e sei tavole di Gabriele Mucchi all’ interno : "Il mio secondo libro è stato scritto perchè mia madre mi comperò un tavolino. In via Fucini, a Milano, con questo tavolino potei appartarmi in un angolo della casa preparare in un mese il libro, tenendo fede all’ impegno contratto con il mio editore che mi aveva versato duemila lire di anticipo". (4)
Zavattini sosteneva che la cadenza con la quale i libri suoi uscivano avrebbe potuto essere raccorciata e non pensava che lo scrittore scrivesse solo quando "tutto è maturo e non può fare a meno di scrivere". In questo di idea opposta a quella di Stendhal che i libri li scriveva in testa poi, quando urgevano d’ uscire, li stendeva in pochissimi tempo.

Sia come sia, dopo un intervallo di quattro anni, pubblica nel 1941 Io sono il diavolo, in 8°, sopraccopertina a colori disegnata dall’ autore : "Avrò pronto il libro alla fine di luglio (mi ritiro la settimana ventura in qualche posto per lavorarlo assiduamente). Consterà  di quaranta raccontini…mi sono preoccupato della ragione del libro, e sono sicuro che c’ è. I raccontini saranno esatti e inevitabili". (5)
Il titolo è tratto dal primo racconto e, a riprova della genialità  dei soggetti, quattro pezzi : Al caffè, Racconto di Natale, Dal medico, Ballo a…A, sono stati inclusi da Gianfranco Contini nella splendida e ormai rarissima antologia Italie Magique, pubblicata in Francia nel 1946 Aux Portes de France.

Altri cinque titoli usciranno negli anni a seguire. Nel 1943 Totò il buono, copertina dell’ autore, illustrazioni di Maccari, dal libro prenderà  spunto il film Miracolo a Milano.
Nel 1955 Ipocrita 43 con sopraccoperta dell’ autore, edizione preceduta l’ anno prima da una picola tiratura per l’ editore Scheiwiller con il titolo Ipocrita 50, prima concessa poi contestata da Bompiani e forzatamente ritirata dalle librerie (con esito improbabile perchè ne esiste un buon numero di copie).
Nel 1959 Come nasce un soggetto cinematografico. Nel 1967 Straparole. E, nel 1970, ultimo botto Non libro più disco, con la parola FICA alla prima pagina e un nota bene : "N.B. onorarla con il carattere bodoniano a pagina piena". Al volume è unito un 45 giri con inciso il testo, detto da Zavattini e ululato in modo sonorosissimo nel finale.

Ai libri si possono aggiungere gli almanacchi : "Il 1931, in cui Bompiani pubblicò il mio primo libretto, fu anche quello in cui mi chiamò per fare insieme L’ Almanacco letterario. Tutte le sere in autunno, per circa due mesi, con il pane ancora in bocca correvo in via Durini ad aspettare Bompiani…lui uscito dall’ ufficio alle otto vi ritornava alle nove, fresco come una rosa…si lavorava sino alle due di notte perchè  L’Almanacco costava fatica, una pazienza perfino umiliante". (6)
La serie degli almanacchi Bompiani è continuata per anni, Zavattini spesso coautore. E’ un documento unico della vita editoriale di quell’ epoca.

Dopo la letteratura il cinema è stato il secondo grande amore di Zavattini. A Parma aveva preso a frequentare i cinematografi, iniziatori due allievi, Pietro Bianchi e Attilio Bertolucci : "Diventati amici del professor Zavattini, adolescenti cinéphiles cercavamo di convincerlo che il cinema non era fatto soltanto per ‘serve e soldati’. Noi lo portammo di sana pianta, un po’ riluttante, a vedere La febbre dell’ oro. E così assistemmo a un miracolo a una conversione folgorante e di grandissimi esiti : la nascita del padre del nuovo cinema italiano e del suo più inventivo creatore". (7)
Zavattini ha cominciato non molto dopo a scrivere per il cinema. Una evoluzione che, data la caratteristica delle sue opere, è del tutto naturale. Già  nei racconti l’ approccio è da sceneggiatura e lo svolgimento è prevalentemente visivo, da montaggio, pochissimo descrittivo o concettuale. Le storie che gli venivano in mente potevano essere svolte a parole o girate con la macchina da presa.
Tipico poi il fatto che non fosse amato dai registi. Utile, comodo, ma troppo indipendente per non competere con loro. Nelle dispute di sceneggiatura ovviamente cedeva perchè il potere era del regista, ma quanto malumore : "Lo scrittore di cinema è il peggior mestiere, direi un mestiere innaturale, per fortuna destinato a scomparire; prepariamo la donna, la adoriamo, perfino la eccitiamo, e quando la donna sta per buttarsi fra le nostre braccia si spalanca la porta, entra il regista, la possiede; del resto è soltanto quest’ ultimo atto veramente creativo". (8)

Con tutto questo, l’ elenco dei film scritti da Zavattini è formidabile : Darò un milione, Quattro passi tra le nuvole, Sciuscià , Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, Umberto D., Bellissima, L’ oro di Napoli, Il tetto, La ciociara, Boccaccio 70, Ieri oggi e domani. E sono soltanto i più noti. Ci si rende conto che è l’ intero cinema italiano degli anni ’50-70 che scorre.
Perchè Zavattini non provò mai la regia ? Timidezza, paura di saltare il fosso. E’ stato detto : "Si deve ammettere che il non aver varcato la soglia della regia costituì per Z. un guaio di non poco peso. Le idee migliori e più audaci di cui egli era gravido poterono realizzarsi soltanto in certa percentuale e attraverso il filtro di altre personalità ". (9)

Nel 1946 Giovanni Scheiwiller pubblicò uno dei suoi aurei librettini. Il titolo è Pitture di Zavattini, sottotitolo Presentazione dell’ autore : "Alla mattina non sapevo che il bianco col rosso dà  il rosa; quel pomeriggio del 39 il caso mi diede un pennello in mano : deve essere stato il mio angelo custode al solo scopo di trattenermi gentilmente nel mondo che allora consideravo quasi perduto; là  dove alcuni sensi stavano morendo me ne accese dei nuovi". (10)
I quadri di Zavattini sono favole scritte con la pittura : a colori, per adulti, bambini, uomini e donne. E’ così presente la poesia che il suo incanto conduce di sorpresa in sorpresa, in un viaggio che vorresti non finisse più. Zavattini ha dipinto forse 2500 quadri, ma ne ha raccolti più di 1200 di pittori amici suoi. Tutti di 8 centimetri x 10. E’ la ormai più che famosa collezione minima. Carrà  è stato il primo cui Zavattini ha chiesto un quadro (nel 1941); ha continuato poi con tutti i più bei nomi italiani e stranieri; nel 1980 ha venduto la raccolta e ha ricomprato la casa dei genitori a Luzzara.

Lettera a Bompiani, Roma, 25 settembre 1972 : "Caro Bompiani, d’ accordo allora per Scheiwiller, ti ringrazio. Ci sono dei momenti che queste poesiole mi sembrano felici e in altri no. E’ un’ avventuretta comunque che dovevo correre". (11)
Povero Zavattini e povero Scheiwiller sempre costretti a chiedere il placet del grande editore e a diminuire la portata dell’ opera per non ingelosire.
Stricarm’ in d’na parola non è affatto un’ avventuretta. Le poesie in dialetto di Zavattini hanno il sapore della sua terra, dei ricordi di bambino e dei timori di vecchio. Pubblicate ‘All’ insegna del pesce d’ oro’ nel 1973, in uno di quei libretti rossi di Scheiwiller stampati in 1000 copie, danno tutto il suo umore, senza asprezza, anzi con una malinconia che accresce la poesia.
Il dialetto rende immediate le immagini, senza sbavature sentimentali : COMPLEAN
‘Abà s la guera abà s ! / A siom d’acordi da tanti an, abà s / ades ch’iè stanta / s’al sbrai trop fort /
am ve so an po’ ad catar / e pensi a la me mort.
(COMPLEANNO  ‘Abbasso la guerra abbasso ! / Siamo d’accordo da tanti anni, abbasso / Adesso che ne ho settanta / se lo grido troppo forte / mi viene su un po’ di catarro / e penso alla mia morte’.)

Zavattini amava gli uomini. Diceva : "Non è meraviglioso l’uomo di cultura è meraviglioso l’ uomo".
Altrettanto ha amato le parole, mezzi espressivi di invenzione, rottura, stupefazione e seduzione. Non è stato un umorista. Era serissimo, con ironia : "Quando mi porteranno al cimitero all’ improvviso si sentirà  bussare nella cassa e sarò io, mentre tutti scappano spaventati, che dico vorrei aggiungere una parola".

Note

(1) Cesare Zavattini, Ipocrita 1943, Milano,
Bompiani, 1955
(2) Valentino Bompiani, Via privata, Milano,
Mondadori, 1973
(3) Cesare Zavattini, Io, un’ autobiografia, Milano,
Einaudi, 2002
(4) Ibidem
(5) Ibidem
(6) Ibidem
(7) Attilio Bertolucci, Aritmie, Milano, Garzanti, 1991
(8) Cesare Zavattini, Io, un’ autobiografia, cit
(9) Renato Barilli, "Il Caffè", 1970
(10) Pitture di Zavattini con presentazione dell’
autore
,
Milano, Scheiwiller, 1946
(11) Cinquant’anni e più..., Milano, Bompiani, 2005

Questo articolo è basato su Zavattini parla di Zavattini, a cura di Silvana Cirillo, Roma, Bulzoni editore; C. Zavattini, Opere, Milano, Bompiani, 1991; C. Zavattini, Io, un’ autobiografia, a cura di Paolo Nuzzi, Torino, Einaudi, 2002; Uno-cento-mille ZA, mostra documentaria su Cesare Zavattini, Ravenna, novembre 2002, a cura di Filippo Cristiano.

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