Wuz n. 10, dicembre 2002

Giovanni Biancardi

 

Parini e gli schiavi liberati

 

Per completare la mia raccolta di testi pariniani, ho cercato per molti anni, anche in biblioteche pubbliche e collezioni private, un opuscolo dal titolo La libertà trionfante, stampato a Milano da Pietro Antonio Frigerio, nel 1750. Ma fino a poche settimane fa lo avevo inseguito senza alcun frutto, tanto che avevo iniziato a dubitare della sua esistenza, e con più d’un legittimo motivo. Il volumetto risultava essere stato visto ed esaminato dal solo Gian Giacomo Trivulzio (1774-1831), il quale, trascrivendo due sonetti in un suo zibaldone di cose pariniane (l’attuale codice Trivulziano 890), segnalò di averli tratti appunto da quella stampa, pubblicata per celebrare la liberazione, e il ritorno dall’Africa e dalla Turchia, di alcuni schiavi lombardi. Le rime in questione, però, comparivano anche in un altro opuscolo, di quattordici anni posteriore e di cui era noto, da tempo, più d’un esemplare superstite: Componimenti fatti in occasione della pubblica presentazione nella Chiesa Metropolitana di alcuni Schiavi Insubri riscattati da’ MM. RR. PP. Trinitarj Scalzi del Real Convento della B.V. de’ Miracoli in Monforte destinata per il giorno 19 agosto 1764. E poiché anch’esso stampato a Milano, e sempre dal Frigerio, cominciavo seriamente a pensare che il Trivulzio, errando solo nel datarlo, si riferisse proprio ed esclusivamente a quest’ultimo. Il che, gradatamente, mi veniva rassicurando circa l’impossibilità di trovare edizioni pariniane che precedessero le Alcune poesie che il poeta stampò sotto lo pseudonimo di Ripano Eupilino (Londra, presso Giacomo Tomson, ma in realtà Milano, Bianchi, 1752), giacché questo, in buona sostanza, era il principale problema che la fantomatica Libertà trionfante avrebbe potuto sollevare. Se realmente esistente, ed effettivamente del 1750, la raccolta sarebbe risultata il primo testo a stampa recante versi del poeta del Giorno.

Lascio quindi immaginare a voi ciò che ho provato sollevando la carta che faceva da coperta all’opuscolo, posto in vendita in uno dei tanti mercatini d’antiquariato milanesi, che all’alba di ogni domenica vedono girare, più o meno assonnati, me ed i miei amici. Il titolo, di prolissità tutta primo-settecentesca, era il seguente: LA LIBERTA’ TRIONFANTE. | IN OCCASIONE, | CHE DA’ M.RR. PP. TRINITARJ SCALZI | Del Real Convento della B.V. de’ Miracoli | in Monforte | SI FECE LA SECONDA PRESENTAZIONE | DI ALCUNI SCHIAVI INSUBRI | DA LORO REDENTI, | NELLA CHIESA METROPOLITANA, | Per rendere le dovute grazie a S.D.M. | Nel giorno 10. Agosto 1750. | CON L’UNIONE D’ALCUNI COMPONIMENTI | Seguiti nell’additata occasione, | DEDICATA | ALL’ECC.MO GENERALE CONSIGLIO | DE’ SIGNORI | VICARIO DI PROVISIONE, | E SESSANTA DECURIONI | Dell’Insigne Metropoli di Milano. E più sotto, le note tipografiche: IN MILANO || – || Nella Stamperia di Pietro Antonio Frigerio, vicino a S. Margarita. | Con licenza de’ Superiori.

Non c’era dubbio alcuno. Era proprio l’edizione segnalata da Gian Giacomo Trivulzio e che fosse cosa senz’altro legata al nome di Parini era confermato da quanto di manoscritto recava sul frontespizio. Non tarderò più di tanto a dirvi cosa si trovasse scritto sulla prima pagina. Ma per ora conviene procedere per ordine.

Acquisto in fretta e furia il volumetto, senza neppure premurarmi di controllare le pagine al suo interno. Torno a casa. Cerco i sonetti che il Trivulzio disse di aver trascritto: Finor di Babilonia in riva ai fiumi e Queste incallite man, queste carni arse. Non li trovo affatto. Il benemerito marchese aveva davvero preso un abbaglio, con buona pace di illustri studiosi pariniani, come il Mazzoni, ma anche il Bellorini, che per causa sua si preoccuparono di ipotizzare un’iniziale pubblicazione dei due poveri sonetti nel 1750 e una loro ricomparsa nel 1764, “perché si usavano ristampare con lievi mutamenti sì fatte rime nel rinnovarsi di occasioni consimili” (cfr. Giuseppe Parini, Tutte le opere, raccolte da G. Mazzoni, Firenze, Barbera, 1925, p. 351).

Ma anche dopo un più attento esame, ho continuato a ringraziare il buon Trivulzio. E ancora lo ringrazio, davvero di cuore, e per più motivi. Il primo risiede nel fatto che quanto l’opuscolo riporta sul frontespizio è l’inconfondibile firma autografa dell’anziano Parini (riconducibile agli anni 1780-1799), cui s’accompagna, sulla coperta, un altro segno inequivocabile del passaggio del volumetto sullo scrittoio del poeta: in prossimità del margine superiore destro, accanto a una nota erasa e oramai illeggibile, compare la tipica croce (con braccia tracciate in obliquo rispetto all’asse del volume) con cui lo scrittore era solito espungere o disapprovare uno scritto. Il secondo è che il libretto, a p.36, reca altre interessanti note manoscritte. Invero, per la scarsità di elementi di confronto che il loro testo offre, non saprei dirvi se anche queste siano o meno (e tutte, o in parte) di mano del poeta. Ma un dato oggettivo rimane, e cioè che quelle annotazioni (vergate in differenti inchiostri, molto probabilmente in epoche diverse, ma inconfondibilmente settecentesche) forniscono preziosissime informazioni circa la paternità di due componimenti della raccolta. Tutte le rime di quest’ultima, infatti, vennero stampate anonime, compresi i due sonetti di p. 36, posti l’uno accanto all’altro, forse in modo da riprodurre fedelmente uno dei fogli volanti che all’epoca era consuetudine distribuire ai partecipanti ad una cerimonia. Le note del mio esemplare, invece, rammentano che il sonetto di sinistra (Stassi la bella Italia in gioje, e in festa) fu opera “Di N. N.”, e che quello di destra (O neghitosa Europa omai ti desta), senz’altro meno infelice e stiracchiato del primo, uscì proprio dalla penna di Parini, o per essere più fedeli al dettato della postilla, da quella “Di Ripano Eupilino”.

In tutta onestà, a questo punto, devo segnalarvi che non posseggo alcuna certezza che una simile attribuzione sia senz’altro degna di fede: il sonetto in questione non si trova in nessun’altra edizione da me conosciuta, né ho notizia alcuna di una sua presenza fra le carte autografe pariniane della Biblioteca Ambrosiana di Milano. Ma più circostanze convergenti mi fanno pensare che la notizia sia in buona misura attendibile. In primo luogo, l’attribuzione non si trova in un esemplare a stampa qualsiasi, ma in un opuscolo che Parini ebbe fra le mani e sul quale si premurò di apporre la propria firma, ma anche, e soprattutto, un segno di disapprovazione, che difficilmente si spiegherebbe qualora il volumetto non contenesse qualcosa di suo. E che questo possa essere proprio il sonetto di destra nella p. 36 mi pare suggerito anche da un’altra serie di indizi, tutt’altro che secondari. Nell’opuscolo, ho notato che la sola p. 36 reca postille al testo e che, con il medesimo inchiostro con cui venne apposta la nota “Di N.N.”, venne anche corretto il primo verso del sonetto assegnato a Ripano, mutando neghitosa in neghit[t]osa. Mani attente, quindi, si soffermarono su quella rima e mani che mirarono con calcolata determinazione a porla in particolarissima evidenza, come cosa pariniana. La successione degli interventi su p. 36 è infatti chiara: la scrizione più antica è quella che dà il componimento a Ripano Eupilino. Ma quella semplice attribuzione, a quanto pare, non venne ritenuta sufficiente. E fu così che, in un secondo tempo, si tornò a scrivere sulla pagina. Ci si premurò allora di emendare il componimento ed infine di distinguerlo da quanto precedeva, poiché di Ripano non era, né doveva in alcun modo essere creduto tale, vista la scarsa qualità dei suoi versi, ora di greve imitazione dantesca, ora di ascendenza troppo scopertamente petrarchesca.

Tutto quanto si ricava dall’esame del volumetto pare accreditare, in definitiva, l’ipotesi che il giovanissimo Parini abbia collaborato alla sua realizzazione e che il suo contributo si debba identificare nel sonetto O Neghit[t]osa Europa omai ti desta. Alla luce di questa congettura, peraltro, assumerebbe contorni differenti anche la segnalazione del marchese Trivulzio, che fu – ed è qui doveroso ricordarlo – grande estimatore del Parini, così come buon conoscitore della sua opera in versi. Egli senz’altro compì un errore nell’attribuire i sonetti editi nel 1764 alla stampa del 1750. Resta da riflettere, tuttavia, sul perché di una simile svista, poiché nient’affatto riconducibile a un mero scambio di date. Nel proprio manoscritto, infatti, il Trivulzio trascrisse il titolo corretto della stampa del 1750, che come s’è visto è sostanzialmente diverso da quello dell’opuscolo del 1764. Il marchese conosceva dunque, e bene, sia l’una che l’altra stampa e proprio a quella del 1750 pensava allorché ne trascrisse il frontespizio. Forse, allora, le confuse solo perché sapeva che entrambe contenevano versi di Parini e offrivano testimonianza del suo duraturo sentimento di stima per l’opera dei Trinitari scalzi milanesi.

Ma qui conviene che mi fermi, per non navigare troppo a lungo fra sole ipotesi e comunque già soddisfatto per avervi fornito una sicura, nuova acquisizione bibliografica pariniana: i sonetti Finor di Babilonia in riva ai fiumi e Queste incallite man, queste carni arse sono riportati dalla sola edizione del 1764. E in attesa di offrirvi più sicure notizie su quelli che potrebbero essere i primissimi versi che Parini dette alle stampe, concludiamo col riportarveli, facendoli precedere da una compiuta descrizione dell’opuscolo che li contiene.

Di mm 191×144 (l’esemplare è rifilato), è composto da un solo fascicolo di 20 copie numerate in cifre arabiche fino a 40, a partire dalla terza. La p.2 è bianca. A p. 3 inizia la descrizione della cerimonia, all’interno della quale vengono riportati il catalogo degli schiavi redenti, con la propria dedicatoria (pp. 9-11), e l’orazione recitata in tale occasione dal padre Paolo Onofrio Branda (pp. 12-29). Seguono le rime: alle pp. 30-33 la canzone Signor pietoso ascolta e a p. 34 il sonetto O voi, che in dura schiavitù gemete, entrambi dedicati ad Antonio Arconati Visconti, i sonetti Oh se l’empio Ladron, che baldo, e scinto e Io veggo io veggo la crudel catena (p.33), in onore di Don Galeazzo Arconati Visconti, ed infine le due rime di p.36 precedute dalla seguente didascalia: “IN OCCASIONE, CHE DA’ M.RR. PADRI TRINITARJ SCALZI | Si solennizza nel giorno 10. Agosto 1750. | UN RENDIMENTO DI GRAZIE A S.D.M. | PER LA LIBERAZIONE | D’ALCUNI CRISTIANI SCHIAVI MILANESI | Da’ medesimi Padri riscattati dalle catene de’ Barberi”. Conclude l’opuscolo una Breve notizia della Miracolosa Immagine di GESU’ NAZARENO (pp.37-40). L’imprimatur (p.40) recita: 2Die 29. Augusti 1750. | IMPRIMATUR | Fr. H. Todeschini Inquisitor Generalis Mediolani. | J .A. Vismara Paen. Major pro Eminentissimo, & Re- |verendissimo D.D. Cardinali Archiepiscopo. | Vidit Julius Caesar Bersanus pro Excellentissimo Senatu”.

O Neghit[t]osa Europa omai ti desta

Al fiero suon delle barbaric’onte,

E de’ tuoi figlj con dimessa fronte

Mira la turba incatenata, e mesta.

Deh mille spade in lor soccorso appresta,

E sul Mar d’Asia un formidabil ponte

Alza di legni, sicchè loro a fronte

Tremi al Nemico la superba testa.

Ecco, che ‘l volto impallidito, e spento

Certo segnal delle sofferte pene

Ti mostra pur questo Drappel contento;

                E fin da quelle scellerate arene

Cento miseri ancor compagni, e cento

Fan risonar le barbare catene.

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