Wuz n. 3, aprile 2003

Beppe Manzitti

 

Les mains libres

di Man Ray e Paul Éluard

 

 

Man Ray dessine pour être aimé.

(dalla prefazione di Paul Éluard a Les mains libres)

 

 

“Nei tre anni che precedettero l’ultima guerra, d’estate ci riunivamo sempre sulle spiagge del sud della Francia, come una famiglia felice, io e la mia amica Adrienne, il poeta Paul Éluard e la moglie Nusch, Roland Penrose e la futura moglie Lee Miller, Picasso con Dora Maar e il suo afgano Kasbech. Alloggiavamo tutti alla pensione Vastes Horizons, nella campagna del Mougins sopra Antibes. Dopo la mattinata al mare e la lenta e piacevole colazione consumata all’ombra di un pergolato d’uva, ci ritiravamo nelle nostre stanze per riposare o magari per fare all’amore. Ma non trascuravamo il lavoro. Alla sera Éluard ci leggeva la sua ultima composizione, Picasso ci mostrava un ritratto di Dora con gli occhi stellati, io ero impegnato in una serie di disegni stravaganti ma realisti, raccolti poi, con le poesie di Paul Éluard, in un volume intitolato Les mains libres”.1

Man Ray racconta con queste parole, nella sua autobiografia, come e dove nacque questo libro straordinario, uno dei più belli della lunga stagione surrealista.

Il titolo in copertina rivela subito una peculiarità. Le lunghe mani affusolate chiuse a conchiglia racchiudono con tenerezza il nome degli artisti, il titolo e gli elementi costitutivi del libro: i disegni di Man Ray e le poesie di Paul Éluard, ma sono queste ultime, come indica il titolo, che illustrano i disegni e non viceversa. In effetti le cose andarono proprio così: Man Ray affidò i suoi disegni a Éluard che li illustrò in seguito con i suoi versi: l’immagine è l’ossatura del libro, la parola la sua decorazione.

Il libro presenta sessantasette disegni in bianco e nero tutti a piena pagina di Man Ray, abbinati − ad eccezione del primo e degli ultimi dodici −, ad altrettanti componimenti poetici di Éluard. Questi ultimi sono di varia lunghezza, anche di un solo verso, e il libro è costruito in modo tale che ogni disegno (salvo tredici, come detto) trova a fronte il proprio contrappunto scritto (che non supera mai lo spazio di una pagina). Dopo una breve prefazione di Éluard in cui sono richiamati il sogno, caro alla poetica dei surrealisti, e le meraviglie nascoste nelle cose (Le papier, nuit blanche. Et les plages désertes des yeux du rêveur. Le cœur tremble […]. Il y a autant de merveilles dans un verre de vin que dans le fond de la mer. Il y a plus de merveillles dans une main tendue, avide que dans tout ce qui nous sépare de ce que nous aimons…), le liriche e le illustrazioni sono distribuite in due sezioni, che ne ospitano trenta e rispettivamente ventiquattro; a queste fanno seguito, senza poesie,2 le altre dodici illustrazioni divise in tre serie: Sade (due), Portraits (quattro) e Détails (sei).

Come editore del libro venne prescelta la gallerista-editrice Jeanne Bucher (che allora aveva la sua sede in boulevard du Montparnasse). Figura eclettica molto vicina ai surrealisti, la Bucher aveva già partecipato, con grande gusto e bravura, alla realizzazione di alcuni libri illustrati da esponenti del movimento. Nel 1926 aveva realizzato la meravigliosa cartella Histoire naturelle per Max Ernst. Per questo pittore, più tardi, nel 1934, la Bucher editò uno dei suoi immaginifici libri-collages, Une semaine de bonté, “romanzo” senza testo, diviso in cinque cahiers raccolti in una cartella, narrato per mezzo di sole illustrazioni. Lo stesso anno i surrealisti le diedero fiducia affidandole l’edizione della prima antologia poetica del movimento, curata da Georges Hugnet, la Petite anthologie poétique du surrealisme, nella quale figura il famoso montaggio fotografico di Man Ray realizzato con venti ritratti di autori surrealisti disposti in quattro file, a sfondo chiaro e scuro alternati.

L’achevé delle Mains libres porta la data del 10 novembre 1937 e ne vennero stampate dall’esperto maitre imprimeur Henry Jourde 675 copie di cui 25 (numerate da 1 a 25) su carta Japon Imperial e 650 (numerate da 26 a 675) su carta vergata Chester.

Come abbiamo letto, l’artista considerava i disegni delle Mains libres “stravaganti ma realisti”. Questa lapidaria autodefinizione ci sembra centri alla perfezione il senso delle sue figurazioni.

La parola “stravaganza” peraltro non appartiene al lessico della critica (e però, come potrebbero non essere “stravaganti” le creazioni di questo artista “a 360 gradi di libertà” come ha scritto Arturo Schwarz, dell’ex-dadaista, del surrealista di punta che è stato, l’inventore dei fantasmagorici rayogrammes, dei celebri oggetti d’affezione, di straordinari collages, dove tutto è trasfigurazione, sogno, visione onirica?).

Più appropriato sarebbe parlare di incantevole e prodigiosa “fantasia compositiva”: le cose (le mani, i nudi femminili, i paesaggi, i castelli, il vaso di fiori, la natura morta, gli alberi) sono tratteggiate quasi sempre in modo “realistico”, ma la composizione del disegno viene trasfigurata nella dimensione dell’irreale, dell’impossibile e del fantastico (“Dans cette chambre que j’abite / J’assemble tous les paysages” canta Éluard nella poesia Objets).

Apre il libro uno dei disegni più belli e più famosi di Man Ray: su un ponte turrito retto da arcate riposa, disteso, il corpo nudo, quasi classico, di una donna; i suoi lunghi capelli si bagnano nell’acqua del fiume e il suo viso, che vi si riflette, è come portato via dalla corrente.

In un altro, che vede un tornante di strada di montagna con un paesaggio in lontananza, appare una grande mano sulla roccia: il controcanto di Éluard (Le Tournant) è di due versi soltanto: “J’espère / Ce qui m’est interdit”.

Le mani e il nudo femminile (la “nudité tendre” di cui parla Éluard nella poesia La Plage), sono due dei temi più cari all’artista di Filadelfia (basta pensare alle foto di nudo di Nusch Éluard, moglie del poeta, che illustrano un altro capolavoro, Facile, del 1935, nel quale Éluard ha raggiunto, con le sue liriche d’amore, uno dei vertici della sua poesia e Man Ray realizzato alcune tra le più belle immagini fotografiche del secolo scorso; ma su questa incantevole realizzazione artistica ritorneremo in un prossimo numero di questa rivista).

Le mani (evocate già nel titolo anche se la poesia eponima s
i accompagna all’unico disegno non figurativo del libro) rappresentano uno dei “simboli” più ricorrenti sia nelle poesie di Éluard che nei disegni di Man Ray. In Pouvoir una grande mano nodosa stringe e solleva il corpo nudo di una donna (Il la siasit au vol / L’empoigne par le milieu du corps / La ceinturant de ses doigts robustes / Il la réduit à l’impuissance), in Belle main delle dita sproporzionatamente lunghe e sottili, uscite dal nulla, abbracciano un viso di donna dai lunghi capelli, ne L’attente due mani maschili tendono tra di loro una tela di ragno (bellissimo il verso, solitario e disperato, di Éluard: “Je n’ai jamais tenu sa tête dans mes mains”) e infine, in un altro disegno di rara semplicità e bellezza, due mani aperte verso il cielo sembrano trattenere e carezzare delle nuvole (Des nuages dans les mains è il titolo della poesia).

Belle main (Bella mano) fu la poesia tratta da Les mains libres che Carlo Bo incluse nel lontano 1944 nella sua Antologia del Surrealismo3 ed è una delle due poesie (l’altra è La liberté) che Franco Fortini ha scelto ed egregiamente tradotto per la sua monumentale ed esaustiva antologia eluardiana4. La proponiamo al lettore:

 

“Questo sole che geme

Nel mio passato non varcò la soglia

Di questa mano e delle tue campagna

Dove sempre rinascono

Le erbe i fiori delle passeggiate

Gli occhi tutte le ore

Paradisi e tempeste ci eravamo promessi

I nostri volti hanno serbato i sogni

 

Questo sole che regge l’antica gioventù

Non invecchia è intollerabile

Mi maschera il turchino fondo come un’ombra

Che mi tocca inventare

Appassionatamente

Con queste mie parole.

 

E che dire infine dei due ritratti di de Sade? A questo scrittore di culto per i surrealisti (insieme all’autore dei Canti di Maldoror, Isidore Ducasse, conte di Lautréamont), Man Ray, che ne studiò a fondo la vita avventurosa e le opere, attratto dalla loro componente fantastica e rivoluzionaria, dedicò un ciclo di due quadri, numerose opere grafiche ed un busto in bronzo.5

Nei due disegni del libro il busto pietrificato di de Sade, visto di profilo, è costruito simbolicamente con le pietre della Bastiglia e la prigione, dove il Divino Marchese venne a lungo internato e dove terminò la stesura delle 120 journées de Sodome, è posta sullo sfondo; nel secondo dei due la prigione è in fiamme e la piccola folla raggruppata sul piazzale prospiciente alza le braccia in segno di giubilo. Lo sguardo di de Sade è intenso ed enigmatico e trasmette un senso di ironico distacco dagli eventi; sulle pietre è inciso il suo nome in caratteri cubitali.

In una delle due didascalie che affiancano i ritratti, Man Ray sottolinea la meschina stupidità degli interventi censori sull’opera di de Sade, tardivamente portata all’onore del mondo: “Presque entièrement écrite en prison, l’œuvre de Sade semble à jamais honnie et interdite. Son apparition au grand jour est au prix de la disparition d’un monde où la bêtise et la lâcheté entraînent toutes les misères”.

Dei quattro ritratti che seguono quelli dedicati a de Sade, tre raffigurano André Breton, Picasso e lo stesso Éluard.

Sulla grandezza della poesia di Eluard ci basti ricordare il sintetico (e profetico) giudizio che ne diede Carlo Bo nel suo Bilancio del Surrealismo pubblicato, come l’Antologia, nel 1944: “Paul Éluard è il grande poeta del surrealismo e l’unico che dall’antologia del movimento passerà nel libro del tempo…”6. Ci preme invece ricordare come il poeta sia sempre stato vicino agli artisti. La fratellanza che lo legava a Max Ernst, a Picasso, a Tanguy, a Chagall, a Valentine e Jean Hugo, per ricordarne solo alcuni, produsse sulla pagina del libro degli incontri e dei risultati artistici di assoluto rilievo. Raymond Jean osserva acutamente nella prefazione al suo studio su Eluard che tutta la sua poesia è “comme un miroir où les regards s’entrecroisent et se multiplient. Ce n’est pas un hasard. Le poème, comme la toile où les formes nées du regard du peintre ne peuvent vivre que dans un autre regard, est d’abord pour lui (per Eluard, n. d. r.) un lieu d’échanges”7.

 

Scheda bibliografica:

Les mains libres: dessins / Man Ray; illustrés par les poèmes de Paul Éluard. Paris, Aux Editions Jeanne Bucher, 1937 (Paris, Henry Jourde),

pp.176, [36 n.n.]; 67 ill. in b/n a piena pagina; 280 x 225 mm. Copertine illustrate a due colori.

Edizione di 675 esemplari numerati : 1-25 su carta Giappone imperiale, 26- 675 su carta vergata Chester.
 

Es. n. 200, di proprietà dell’autore, rilegatura di mezzo marocchino marrone, piatti di plexiglas trasparente, dorso liscio con autori e titolo incisi a freddo, copertine e dorso conservati, astuccio. (Firmata: D-H. Mercher).

 

NOTE 

1 Man Ray. Autoritratto. Milano, SE, 1998; p. 186.

2 In realtà i due ritratti di de Sade portano ciascuno delle brevi didascalie in prosa, verosimilmente dovute a Man Ray.

3 Carlo Bo, Antologia del surrealismo, Milano, Edizioni Uomo, 1944; p. 223.

4 Paul Éluard, Poesie con l’aggiunta di alcuni scritti di poetica, testo a fronte, introduzione e note di Franco Fortini, Torino, Einaudi, 1966, 2002; p. 165.

5 La riproduzione di una litografia e del calco in gesso del “Ritratto immaginario del Marchese de Sade” (1971) si possono vedere in: Man Ray, a cura di Janus. Catalogo edito dalle Edizioni Gabriele Mazzotta, Milano, 1998; pp. 276-7.

6 Carlo Bo, Bilancio del surrealismo, Padova, CEDAM, 1944; pp. 53-4.

7 Raymond Jean, Éluard, Parigi, Seuil, 1968, 1995; p. 17.

 
 

Riferimenti bibliografici su Les Mains Libres:

 

– From Manet to Hockney, Modern Artists’ Illustrated Books,London, Victoria & Albert Museum, 1985; n. 104, pp.254-5.

Cento libri surrealisti 1920- 1940, a cura di Jean-François Rodriguez, Lucia Chimirri e Artemisia Calcagni Abrami, Firenze, Centro Di, 1996; pp. 155- 6 (sheda a cura di Annalisa Rimmaudo).
 

Per una bibliografia critica selettiva su Man Ray e sulle sue opere rimandiamo a quella redatta, in maniera esaustiva, da Giorgio Maffei in calce al suo saggio: Man Ray di Man Ray; cfr. “Wuz” n. 5, giugno 2002, pag. 16 e segg.