Wuz n. 6, luglio-agosto 2002

Lucia Di Maio

Le prime edizioni di Buzzati

 

Elegante e complesso nello spirito, Dino Buzzati rimase sempre, benché milanese anche, veneziano. La madre, Alba Mantovani, era l’ultima discendente di una antica famiglia dogale, quella dei Badoer.

Avo suo fu quel Federico Badoer che fondò, nel Cinquecento e nella sua casa privata, la celebre “Accademia della Fama”, cui partecipavano i più illustri uomini del tempo, riuniti ad ascoltare private lezioni di Paolo Manuzio e di Bernardo Tasso.

Nell’abitazione nacquero alcune edizioni aldine che sono considerate ancora oggi veri gioielli.

Il padre, Giulio Cesare Buzzati, si era trasferito da Venezia a Milano, celebre professore di diritto internazionale e rappresentante d’Italia all’Aja; continuò ad arricchire di volumi antichi e di documenti preziosi la biblioteca di Villa San Pellegrino (ove Buzzati nacque nel 1906), costituita in precedenza dallo zio Cesare Traverso e cosi importante per i cultori di storia bellunese da essere dichiarata monumento nazionale.

Nel 1917 la famiglia decise di aggiungere il cognome del bibliofilo al proprio; per un non breve volgere d’anni Dino si presenterà e si firmerà come Buzzati Traverso, rinunziando alla giunta, come vedremo, con l’uscita de Il deserto dei Tartari.

Le abitazioni milanesi della ricca e nobile famiglia veneziana ripercorrono i luoghi più belli e più affascinanti della città ambrosiana: Piazza San Marco prima della chiusura dei Navigli, piazza Castello, via Donizetti e viale Majno. Dino conservò volutamente e caparbiamente lo stile e l’eleganza raffinata delle sue origini; non volle mai piegarsi al pubblico e alle mode, ma contraddittoriamente scelse come mestiere quello in apparenza più distante dal suo carattere, il cronista.

Dopo la laurea in giurisprudenza entrò al “Corriere delle Sera” e vi rimase senza interruzione fino alla morte; scrivendo giorno per giorno gli articoli di cronaca, andò affinando la propria scrittura, via via spogliandola di orpelli eccessivi. Fra il 1928 e il 1932 Buzzati si prepara all’esordio, esordio per quei tempi neppur troppo precoce; se ben si osserva la biografia dei poeti e dei narratori fra le due guerre, si troverà assai spesso un’opera prima sulla soglia dei vent’anni.

Ma Buzzati teme la mediocrità come una malattia, lima e misura le righe e le pagine con pazienza quasi ossessiva.

Giulio Carnazzi, nella sua cronologia stilata a corredo del volume mondadoriano delle Opere scelte, ci avverte che già nel 1932 il capocronista del Corriere Ciro Poggiali aveva letto il manoscritto di Bàrnabo, collaborando alla ricerca di un editore. La scelta cadde sulla Treves, una casa di antica tradizione che poteva contare su una distribuzione collaudata e che assicurava, almeno potenzialmente, il rapporto con il pubblico più vasto, pur se, in quel periodo, navigava in acque cattive. Era infatti dovuto intervenire Treccani con i fondi dell’Istituto e si era inserita altresì la Bestetti Tumminelli.

Le bozze ci risultano pervenute a Buzzati a San Pellegrino, nel settembre del 1932. In una lettera all’amico di sempre, Arturo Brambilla, scrive: “Mi sono arrivate, se non te l’ho già detto, le bozze di Bàrnabo. Verranno circa 160 pagine. Un po’ di contentezza quando ho visto arrivare il pacco, poi tutto è tornato come il solito…”.

Il volume sarà stampato solo nel 1933, certamente prima del 24 giugno, nel breve lasso di tempo in cui compare come marchio “Treves-Treccani-Tumminelli”.

È un volume stampato in 16°, con la carta povera tipica della larga diffusione. Difficilmente la tiratura avrà superato le tradizionali 1.000 copie riservate agli esordienti.

Le pagine della prima edizione sono 187; dunque vi debbono essere stati interventi di non poco conto sul testo o sul formato per giustificare l’aumento rispetto alle bozze.

Dopo il frontespizio Buzzati volle inserire una graziosa pianta ripiegata delle montagne di San Nicola.

L’esordio non fu di grande successo; quasi ignorato dalla critica e dai colleghi dei quotidiani, il libro vendette poche copie. Quando Garzanti rileverà, a seguito delle leggi razziali, il marchio della Treves, l’invenduto verrà ricopertinato.

L’autore proseguì la sua vita di tutti i giorni, mostrando un apparente distacco e perseverando con costanza nella ricerca di un proprio stile e di una propria identità di scrittore.

Sono ancora una volta le lettere all’amico Brambilla che aprono qualche sprazzo di trasparenza nella vicenda delle opere prime, pur a fronte di un’anima così pervicacemente chiusa in se stessa e così diffidente. Nella lettera del 15 gennaio 1935 confida: ”Questa è l’unica novità. Anzi c’è n’è un’altra. Telefonato che ebbi a Treves circa 8 giorni fa, Sonnino, che adesso pare abbia funzioni direttive, mi rispose che si stava facendo il preventivo per la pubblicazione del mio libro nella collezione della biblioteca amena, collezione, lui dice, di larghissima diffusione (sono volumetti rilegati in tela rossa che costano 5 lire) e che negli ultimi tempi ha accolto anche lavori nuovissimi. Io sono rimasto alquanto male, benché alcuni ritengano che sia meglio pubblicare il libro da Treves sia pure in quella collezione, piuttosto, per esempio, che da Bompiani o Ceschina. Comunque non ho saputo da allora più nulla”. E ancora nella lettera del 12 aprile 1935 Buzzati annuncia all’amico di aver ricevuto le bozze e di essersi deciso a questo titolo: Il bosco di Sebastiano Procolo. Secondo lo scrittore “questo è il titolo più naturale di tutti, non ci possono essere dubbi, anche se poco brillante” e prosegue: “[…] altri titoli pensati sono La selva incompresa (titolo trovato da Radius che però non mi piace), Il patto con la foresta, La storia del colonnello Procolo, Il padrone del vento, Storia relativa al bosco vecchio sito nelle vicinanze del paese di Fondo, All’ombra dell’annosa pineta ecc.ecc.”.

Fortunatamente i saggi funzionari della casa editrice – nel frattempo tornata a chiamarsi F.lli Treves – optarono per un più sintetico e gradevole Il segreto del bosco vecchio. Buzzati riuscì a scansare l’odiosa per lui “Biblioteca amena” e mantenne l’impostazione grafica del precedente romanzo. Uscì senza indicazione di tiratura, con il medesimo formato di Bàrnabo, e con 214 pagine numerate, precedute da 4 carte non numerate, con una carta bianca finale.

Anche questo secondo ro
manzo non ebbe fortuna; seguì la sorte del primo e fu ricopertinato dal Garzanti, conservando il fronte e solo ai piatti con il nuovo marchio editoriale dopo l’acquisizione del 1938. Entrambe le riproposizioni mantengono la firma Dino Buzzati Traverso e sono caratterizzate da piatti bicolori. Non vi è altra indicazione di data se non quella originariamente stampata dai torchi del Treves.

Buzzati, nel preparare il volume e nel rileggere le bozze, sembra consapevole di non aver ancora trovato la strada maestra: “Mi vo facendo una chiara idea della vanità dell’attività letteraria come di tutte le altre attività umane. Trascendere dal proprio io, bisogna, e sfarsi nell’immanente; questa è la base di ogni progresso”. Il gentiluomo veneziano si dimostra capace di superare le piccole inquietudini e le avversità dell’esordio; nascono i racconti che pubblicherà sul mensile “La lettura”; supplemento letterario del “Corriere”. E si tratta di racconti più sicuri nella stesura, più maturi nella fantasia artistica ed ancor oggi fra i più riusciti: Sette piani, apparso nel marzo del 1937, I sette messaggeri, nel giugno del 1939, (poi raccolti in volume per Mondadori nel 1942 con il titolo I Sette messaggeri) ed altri ancora rendono di particolare interesse queste annate del periodico per gli amanti di Buzzati.

Il 12 aprile 1939 Dino Buzzati si imbarcò a Napoli e partì per Addis Abeba; sarebbe rimasto per un anno in Etiopia, ma prima di lasciare l’Italia affidò a Leo Longanesi il manoscritto di quella che originariamente si chiamava La Fortezza.

Il fiuto del Longanesi non temeva rivali; gli ci volle ben poco per capire che aveva fra le mani non solo un romanzo pregevole, ma anche un’opera destinata a rapido ed immediato successo.

Buzzati fu convinto a mutare, poco prima della pubblicazione il titolo, concordando Il deserto dei Tartari.

La correzione delle bozze richiese un particolare impegno per un imprevisto editto del regime che aveva abolito il “Lei” e imposto il “Voi”.

Ci volle tutta la pazienza del buon Brambilla, trovandosi Buzzati in Africa durante tutta la preparazione del volume, per adeguare il testo alle bizzarre prepotenze di Mussolini.

Il deserto dei Tartari uscì come primo volume della Collezione “Il sofa delle muse”, diretta da Leo Longanesi, il 25 aprile del 1940, presso l’editore Rizzoli, come si legge nel colophon.

Sono 277 (3) pagine in brossura. Vi è una sovracoperta illustrata che contiene nel risvolto la foto dello scrittore. L’edizione originale comune fu affiancata, contestualmente, da una tiratura priva di numerazione in carta distinta rilegata in tela con titolo al piatto e al dorso, unitamente al titolo, anche il solo cognome Buzzati. Ovviamente è assai più rara e ricercata dai collezionisti.

La prima stampa andò esaurita rapidamente, e suscitò notevole interesse anche la recensione elogiativa di Piero Pancrazi. Una seconda edizione apparve non indicata come tale ed è riconoscibile solo verificando in calce al volume la diversa data di stampa.

Con il successo travolgente de Il deserto dei Tartari, Buzzati esce per sempre dall’anonimato.

In quegli stessi anni fu scritto, insieme al cognato Eppe Ramazzotti, Il Libro delle pipe, poi pubblicato nel dopoguerra dall’editrice Antonioli nel 1946 in soli 340 esemplari; il volume è corredato dalle ben note illustrazioni dell’autore.

Ed è difficile separare il Buzzati pittore dallo scrittore, se solo si pensa alla leggiadria delle illustrazioni e del testo de La famosa invasione degli orsi, uscita sul “Corriere dei Piccoli” (con il solo titolo La famosa invasione) sul finire della guerra, tra il 7 gennaio e il 29 aprile 1945 (rielaborata apparirà in volume presso Rizzoli nel dicembre del 1945) o al quasi avanguardistico Poema a fumetti (Mondadori, 1969), (e nei tratti somatici del protagonista tutti riconobbero il pittore Antonio Recalcati).

Nel dicembre del 1958 a Milano, alla Galleria dei Re Magi diretta da Lia Gussoni Barbaroux fu inaugurata la prima mostra di Dino Buzzati pittore. Per l’occasione fu edito il volume Le Storie dipinte di Dino Buzzati a cura di Adriano Ravegnani e Mario Oriani con un divertente testo autografo dello stesso Buzzati (riprodotto in fac simile) e a seguire 15 capitoletti di presentazione scritti da Raffaele Carrieri. Alla prima edizione stampata in 561 esemplari per i tipi dell’Officina d’Arte Grafica A. Lucini e C. all’Insegna dei Re Magi, ne seguirà una seconda per conto de “Il Libraio di via S. Andrea”, ma in 1.000 copie, con una riproduzione in serigrafia preparata da Buzzati.

Nel 1968, stampato ancora da Lucini, uscirà un volume fuori commercio in 90 esemplari numerati edito per conto dell’ing. Enrico Lossa, Vecchia Auto Testo e illustrazioni di Dino Buzzati, con 4 serigrafie firmate dall’autore.

“Il fatto è questo, io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Il mondo invece crede che sia viceversa, le mie pitture quindi non le può prendere sul serio. La pittura per me non è un hobby, ma il mestiere; hobby per me è scrivere. Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie”.

E storie Buzzati ne raccontò anche in versi: Il capitano Pic e altre poesie viene pubblicato da Neri Pozza a Vicenza nel 1965. La storia in versi de Il capitano Pic (o il trionfo del regolamento) apparve per la prima volta nella rivista “Il Caffè” di Giambattista Vicari; Scusi da che parte per piazza Duomo?, pubblicato per la prima volta come introduzione al libro di fotografie di G. Pirelli e C. Orsi, 1965, da Alfieri a Milano e poi in Due poemetti, Neri Pozza, 1967.

Nel 1955 per le Edizioni della Rotonda di Bergamo Buzzati pubblicò Ferrovia Sopraelevata, primo di una serie di lavori “musicali”, scritti in collaborazione con il musicista Luciano Chailly.

Nel 1971 illustrò il volume di Osvaldo Patani Le gambe di Sant Germain. Nove acqueforti-acquetinte di Dino Buzzati; nel mese di novembre iniziò le acqueforti nell’atelier di Giorgio Upiglio; non tutte le 160 copie recheranno la firma dello scrittore; Buzzati morirà, a Milano il 28 gennaio 1972.