Non si può non leggere Thoreau senza rimanere almeno un po’ sconcertati. Lasciando da parte infatti, per non far confusione, chi lo ha tirato per la giacchetta di qua e di là, quando si incrociano i suoi scritti, la violenza – per così dire – delle sue affermazione costringe il lettore all’angolo. Critica ai consumi, alla corruzione umana, amore per la vita naturale e per la natura, favola del bosco, elogio della lentezza, del camminare e della contemplazione.

Nel 1963 Neri Pozza ne pubblicò i diari, attribuendo loro il titolo Vita di uno scrittore, e normalizzandoli in una collana, “Tradizione americana”, che annoverava, fra altri, scritti di Melville, Twain, James, Emerson e Sara Orne Jewelt. Rilegatura in pelle e sovraccoperta donano al libro quella faccia da cosa compiuta che male non gli sta.

Di estrema limpidezza morale, di programmatica sincerità intellettuale, quando scrive:

“Un diario è un registro di esperienza e crescita, non una cassaforte per cose ben fatte o ben dette. (…) Il fascino del diario dovrà consistere in una certa acerbità, una certa freschezza, non nella maturità. Qui non ricorderò ciò che ho detto o fatto, ma ciò che veramente sono, buttata via la corteccia, e ciò che aspiro ad essere.”

@Massimiliano Varnai