Chissà se immaginavano, al Polifilo, che chiedendo a Mario Rigoni Stern di scrivere una breve prefazione a un trattatello del Cinquecento, il Trattato de la vita sobria, che si apprestavano a ristampare nel 2004, sarebbero incorsi in una morbida ma non velata polemica del prefatore nei confronti dell’Autore (cosa di per sé piuttosto rara: i quasi cinquecento anni di distanza hanno indubbiamente favorito l’evento).

Una polemicuccia a distanza fra due ottantenni – l’età dell’autore quando scrisse il trattato, l’età di Rigoni Stern quando ne scrisse la prefazione – e sia detto senza alcun sarcasmo, quanto, piuttosto con una punta di curiosità nel vedere punzecchiarsi due persone nell’ultima parte della loro vita, al quasi-pieno della loro esperienza.

La questione è questa: nel trattatello si mette davanti la vita sobria, in opposizione alla crapula. Parsimonia, sobrietà, eccetera, con conseguenti buon umore, salute, buona condotta di vita, sono esaltate come la giusta via, la migliore per durare parecchio sulla terra. A sua volta la crapula è fonte, potete immaginare, di disfacimento fisico e dei costumi, fino alla morte precoce.

E Rigoni, che prima traccheggia un po’, per un paio di paginette, assecondando in questo modo la speranza di chi gliel’ha domandate, non si esime dal tirare una stoccata finale al termine del suo pezzo. Stoccata che riporto integralmente:

“Già, magnifico Messer Luigi Cornaro, è lodevole la sua vita sobria, ma come vivevano i Suoi servitori, i suoi contadini, e i soldati che venivano da campo e il Menego, come glieli raccontava il suo caro protetto Angelo Beolco detto il Ruzante? Come si può raccomandare “al povero la Parsimonia” quando si ha poco o niente da mettere nello stomaco?”

@Massimiliano Varnai