Charta, n. 69.
Francesco Rapazzini

In tutto il mondo è conosciuto come Hans Christian Andersen. In Danimarca è semplicemente e solo H.C. Andersen. In tutto il mondo si conoscono e sono costantemente tradotte le sue fiabe. In Danimarca è noto pure per i suoi romanzi, le sue pièce di teatro, i suoi diari di viaggio, le sue poesie, le sue improbabili biografie. Ma anche, e soprattutto, per i suoi découpage. Per il più grande favolista di tutti i tempi la carta era la base per la sua immaginazione espressiva: non solo per scriverci sopra, ma per disegnarci e per ritagliarci delle figurine. Spesso per divertire i suoi amici, altre per stupirli, altre ancora per decorarne gli alberi di Natale: non c‘è memoria o diario di coloro che abbiano frequentato Hans Christian Andersen che non citino almeno una volta questi suoi lavori. Opere che volevano essere effimere e che sono invece arrivate fino a noi. Nato nel 1805 a Odense, figlio di un ciabattino morto giovane, la cui vedova si era risposata, Andersen nel 1819 scappa di casa e si presenta al Teatro Reale di Copenhagen dove domanda di essere ingaggiato come cantante lirico, o come attore, o come ballerino, poco importa purché lo facciano lavorare. Invece fa la fame. Il direttore del teatro, mosso a compassione, finisce per pagargli gli studi liceali prima, universitari dopo: purché la smetta di girargli attorno per proporsi e per proporre improbabili drammi scritti da lui. Una volta terminata l‘università , Andersen inizia a viaggiare e diventa quello che oggi chiameremmo un globetrotter: Germania, Gran Bretagna, Italia, Svizzera, Spagna, Portogallo e ogni volta ritorna in Danimarca con un nuovo resoconto sul paese visitato. Vedono così la luce le prime pubblicazioni e comincia a farsi un discreto numero di lettori. Tutto precipita, anzi, sale alle stelle nel 1835, anno nel quale pubblica la prima raccolta delle sue favole. Il successo è straordinario e lo spinge a immaginarne altre ancora. E poi ancora altre: alla sua morte nel 1875 ne sono state contate ben 175. Basta citarne tre perché il mondo della nostra infanzia si schiuda all‘improvviso davanti ai nostri occhi: La Sirenetta (scritta nel 1837 e che non ha niente a che vedere con la pasticciata storiella propinata per il cinema dalla Walt Disney), La principessa sul pisello e Il brutto anatroccolo. I riconoscimenti arrivano ora senza più tardare e il ragazzino che non aveva di che comprarsi da vestire, dal 1838 riceve una pensione direttamente elargita dal re, diventa amico dei grandi intellettuali europei ““ Charles Dickens e i poeti inglesi Elizabeth Barrett e Robert Browning, per menzionarne solo alcuni ““, corrisponde con principi e duchi. Invitato in ogni dove danese ed estero, Andersen dopo veri e propri tour sente ogni volta il bisogno di fermarsi per qualche tempo e ritrovare la giusta concentrazione per scrivere le sue fiabe, i suoi romanzi, i suoi articoli e le sue pièce teatrali. Pace e rifugio li scova in un piccolo paese a cento chilometri dalla capitale: Holsteinborg. Vi sbarca per la prima volta nel 1856 e rimane estasiato dalle numerose piccole isole tutte verdeggianti che si snodano davanti alla sua camera d‘albergo, dal buon cibo, dal- l‘ospitalità  dei suoi abitanti e dalle centinaia di cigni selvatici che “cantano dalla mattina alla sera”, come lo testimonia lui stesso in una lettera in- dirizzata alla moglie del poeta romantico danese Bernhard Severin Ingemann. Ed è nella pace di un soggiorno a Holsteinborg che Andersen prende forbici e colla e realizza per la piccola Amelie Mandelung, figlia di un prete del sobborgo, una bambolina in carta guarnita con oltre quaranta vestitini. Anch‘essi rigorosamente dello stesso materiale. La testa della bambola ““ una giovane donna con i capelli neri pettinati in una scriminatura centrale, lo sguardo acquoso perso lontano e una piccola bocca sorridente ““ è stata ritagliata probabilmente da una pubblicità  in una rivista femminile dell‘epoca. I suoi abiti di tutte le fogge ““ gonnone e toilette da sera, chemisier e corsetti, scialli e sottovesti ““ sono stati recuperati e tagliuzzati da frammenti di tappezzerie colorate o marmorizzate, da cartoncini bristol, da carte trasparenti o dorate. Alle quali la mano paziente e abile del nostro ha inserito minicinture, fiocchetti, medaglioni, nastrini o ornamenti come quell‘aquila reale con un ramo d‘ulivo nel becco che imbellisce l‘abito rosso e oro indossato dalla bambola stessa. Tutto ovviamente in carta. Quando proprio non ha potuto incollare dei bottoni, oppure marcare il giro vita in altra maniera, Andersen ha fatto ricorso alla sua penna e li ha disegnati con semplicità  e precisione. Quante volte Amelie ha giocato con questa bambola? Forse nessuna, visto lo stato perfetto nel quale l‘insieme è stato conservato nella sua custodia d‘origine, una banale scatola di cioccolatini sulla quale Andersen aveva però scritto: “Un fiore colto nel giardino di Holstein-Holsteinborg da H.C. Andersen per Amelie”. Il tutto è talmente piaciuto ad appassionati del genere che recentemente la bambolina di Amelie era stata messa all‘asta a Copenhagen dalla Bruun Rasmussen Bogauktioner con una valutazione alta di 8300 euro. àˆ stata aggiudicata a ben 18 mila euro. Se ormai è diventato rarissimo imbattersi in un découpage originale di Andersen ““ nonostante ne restino oltre un migliaio tutti però rinchiusi in collezioni private ““ l‘H.C. Ander sen Hus, il museo dedicato allo scrittore nella sua città  natale, e la Libreria Reale di Copenhagen possiedono due raccolte straordinarie che valgono la pena essere visitate. Si scoprono così vere e proprie meraviglie: alcune possono rifarsi alla tecnica in voga soprattutto nel Settecento quando il foglio da ritagliare veniva precedentemente piegato due o quattro volte dando così immagini simmetriche e astratte; altre, invece, sono più figurative ““ monocromatiche o a più tinte ““ e rappresentano scene da circo e castelli orientali, soldatini, pirati, damine e damazze, dervisci, clown e ballerine, i cui volti però non sono mai definiti e precisi come quello della bambolina della piccola Madelung. Le facce di queste figurine sono accennate, grezze, “artigianali”. Scolpite dalle lame delle forbici. àˆ noto che lo scrittore non si separava mai dalle sue enormi forbici che potevano addirittura diventare pericolose come quella volta, durante un viaggio nell‘isola di Funen, quando ci si sedette sopra e il suo fondoschiena dovette essere immediatamente ricucito. Ma tant‘è. Una volta rimesso in sesto, eccolo ripartito con la stessa bulimia che ha sempre avuto per la scrittura, i viaggi, le fiabe e i paper-cut. Spesso, se la sera divertiva gli adulti con le sue capacità  manuali, di giorno affascinava i più piccoli. Mentre racconta va loro delle storie per tenerli tranquilli, prendeva di botto un pezzo di carta, le sue forbici mostruose e, sorridendo o piangendo, ne estraeva alcune immagini gioiose, allegre, paurose, odiose o amorose: immagini riprese dalla fiaba appena raccontata. Lo ammise lui stesso, un giorno a un suo giovane amico: “Fra Andersens saks / springer eventyr straks!”. Per chi non sapesse il danese: “dalle forbici di Andersen, salta fuori all‘improvviso una favola”. Sempre inedita.