di  Hilarius Moosbrugger

Il primo Almanacco Letterario Bompiani è edito da Mondadori. Porta la data 1925.
Bompiani era segretario di Mondadori allora, e in quella funzione si occupò dell’organizzazione dell’opera. Direttore era Umberto Fracchia.
Il volume del 1925 ha, alle prime pagine, una citazione dal ‘Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere’ di Leopardi. E’ appropriata, ma così ovvia che dice di una visione tradizionale della proposta e del tutto legata alla letteratura.
Per due anni l’incarico fu assolto dal direttore della ‘Fiera Letteraria’ con scrupolo, ma senza particolare vivacità .
Nel 1927 a Fracchia subentrò Bompiani, come direttore questa volta.  Nacque a questa data il suo coinvolgimento in prima persona, impresa e  gestione che durò a lungo con fasi diverse.
Nel 1929 Bompiani abbandonò Mondadori per la Unitas e, nel passaggio, l’ Almanacco gli fu lasciato quale  ‘grazioso omaggio’.
Quando nel 1930 formò la sua casa editrice, Bompiani trasformò l’ omaggio in progetto:  lo vide non solo come opportunità  di vendita e di pubbliche relazioni, ma, soprattutto, come mezzo essenziale per costruire la propria immagine di editore moderno e protagonista. L’Almanacco ne fu la  presentazione e per molti anni continuò a esserlo.
Ed è interessante notare che Bompiani non fu mai solo nella gestione, fin dall’inizio abbinò co-autori al lavoro (Enrico Piceni nel’28, ’29, ’30, Prampolini nel 1931).  Non da incertezze nasceva questa caratteristica, ma dall’opportunità  d’avere apporti complementari alla propria visione, soprattutto nell’area visuale.

Nel 1932 arrivò Zavattini.

“L’anno in cui Bompiani pubblicò il mio primo libretto, fu anche quello in cui mi chiamò per fare insieme l’Almanacco Letterario. Un lavoro volontario e appassionato. Tutte le sere in autunno, per circa due mesi, con il pane ancora in bocca correvo in via Durini ad aspettare Bompiani.
Bompiani aveva lasciato l’ufficio alle otto e vi ritornava alle nove, fresco come una rosa. Anch’io avevo staccato alle sette da Rizzoli. Egli arrivava puntuale, io sempre con cinque minuti d’anticipo. Il portone era grande ma l’ufficio piccolo e basso, due stanzette. Bompiani aveva cominciato da poco e si lavorava sino alle due di notte, molto spesso, perchè l’Almanacco costava fatica, una pazienza perfino umiliante. Io ero preoccupato di non scontentare nessuno ed escogitai all’uopo una pagina dove apparivano i nomi di quelli non presenti in altro modo nell’Almanacco: una gran bocca dalla quale uscivano almeno cento nomi.
Ma nonostante il mio gran zelo gli scontenti abbondavano. Per esempio nella fila delle risposte ai referendum il metter uno prima o dopo generava sempre proteste dirette e non. Che corse. Inseguivo lungo la strada Martini per farmi fare un disegno su un pezzo di carta. Me ne fece uno sui due piedi in via Santa Redegonda a mezzanotte; Persico lo aspettai parecchie sere lungo una stradetta in agguato perchè ritardava a consegnare le note sull’architettura. Sollecitavo mezzo mondo. Tutti ci tenevano escluso Gargiulo, che a un mio triplice invito non rispose neanche con una cartolina (seppi poi che egli aveva per me scrittore una singolare avversione).
Con Bompiani ci si intendeva a segni. Una volta gli dissi che avevo voglia di fare una copertina dell’Almanacco grigia con una ditata rosa. Non sapevo bene spiegare il perchè, ma lui mi disse: facciamola”.
(C. Zavattini, Io, Einaudi).

Il finale del ricordo di Zavattini dà  la chiave della natura che l’Almanacco prese allora e non abbandonò più: l’importanza della parte visuale rispetto a quella letteraria.
Fu un cambiamento quasi rivoluzionario nel settore,  normalmente fatto di  opere basate su resoconti di lettura e pezzi antologici della stagione letteraria dell’anno precedente.
La collaborazione tra Zavattini e Bompiani innovò in molti campi:  nel gusto delle copertine; nell’includere pittura, grafica e fotografia (non solo a supporto del testo, ma di pari rilievo degli scritti); nell’ampliare il formato degli Almanacchi, passando dal sedicesimo all’ottavo grande, proprio per il maggior impatto visivo ottenibile; nel proporre pagine pubblicitarie che spesso erano arte esse stesse.
Una raccolta di tendenze e stili, insomma, che per anni esaltò le caratteristiche dell’arte grafica italiana ed è diventata nel tempo una impareggiabile fonte di conoscenza del costume e della storia di
un’ epoca.

Il percorso dell’Almanacco si può suddividere in due parti: dal ’25  al ’42 diciotto anni di gestione diretta di Bompiani ; dal ’59 all’ 80 ventidue anni di rapporto indiretto del presidente. In mezzo, dal ’43 al ’58 una sosta per la guerra e i suoi postumi. In più, due numeri, per così dire, fuori collana: il primo del 1987, curato da Leonardo Sciascia e dedicato a Pirandello, riproduceva anastaticamente il numero monografico del 1938, ma aggiungeva significativamente una serie di saggi sul tema di autori nuovi. Il secondo, del 1999, una monografia su Sciascia curata da Matteo Collura.
42 numeri in tutto, nell’arco di 74 anni.

Una seconda figura creativa, oltre a Zavattini, fu essenziale per l’Almanacco: Bruno Munari.
La prima menzione di Munari è nel numero del 1930 con una caricatura di Orio Vergani.
Dal 1933 però, l’artista fu sempre più presente: composizioni fotografiche, inserti speciali, copertine.
L’apporto fu continuo e determinante, una creatività  visuale modernissima e, ancor oggi, quella di maggiore qualità  di tutto l’Almanacco.
Il lavoro di Munari con Bompiani fu, si può dire, gomito a gomito. E’ noto quanto al presidente piacesse la composizione grafica e come entrasse nel lavoro con forbici e colla.
Munari stesso ha raccontato come, una volta, chiamato dall’editore a proporre una copertina arrivò in casa editrice con una grande busta e la porse a Bompiani invitandolo ad aprirla. Dentro c’erano decine di tessere colorate, forme geometriche in piano, tutti gli elementi necessari insomma.
“Presidente – gli disse – si diverta, componga lei la copertina, i particolari sono miei, l’insieme sarà  suo”.
Munari poteva permettersi l’impertinenza.

Oltre a Munari, l’opportunità  di illustrare l’Almanacco venne data a un’impressionante numero di artisti, tutti di grande qualità : Guido Balsamo Stella, Bruno Angoletta, Vellani Marchi, Sinopico, Luigi Bartolini, Gabriele Mucchi, Marino Marini, Novello, Scipione, Erberto Carboni, Tabet, Carlo Manzoni.
Va notato che fino al 1933, in corrispondenza del formato minore, prevalgono i disegni; dal 1934 in poi la fotografia e le composizioni grafico/fotografiche.
I mezzi determinavano l’evoluzione delle visualizzazioni. I mezzi e gli eventi: gli anni dal ’39 al ’42 videro la guerra protagonista, con reportages e cronache fotografiche, inevitabili ma non eccezionali.

Ho descritto molto, fino a questo momento, la caratterizzazione visuale dell’Almanacco Bompiani.
Ma non va dimenticato che si chiamava Almanacco Letterario. E che la letteratura occupava tutto lo spazio necessario al suo ruolo e alla sua importanza.
Ciò è più evidente, naturalmente, nei primi anni di vita dell’opera. Dal 1925 al 1942 l’attenzione verso la produzione letteraria (e anche storico/saggistica) ebbe un andamento, per così dire, dal grasso al magro: prevalente nei primi anni, a scemare verso gli ultimi.

Il panorama degli autori era del tutto esauriente, anno dopo anno. Maggiori e minori. E non solo italiani. Perchè, in linea con l’approccio cosmopolita di Bompiani, l’Almanacco tendeva ad allargare la partecipazione agli stranieri, anche a costo di contrasti con il regime fascista, così invadente negli anni iniziali.
Semmai, è da sottolineare  anche in campo letterario la presenza di una buona dose di visualizzazioni. Le fotografie, i ritratti, l’ aneddotica sugli autori, illustrata con gusto, hanno sempre contraddistinto l’Almanacco.
Questa documentazione rappresenta ora un’ ulteriore fonte di reperti storici, molto interessanti dal punto di vista fisionomico, del mondo degli scrittori di allora.

Il secondo periodo di vita dell’Almanacco va dal 1959 al 1980.

Umberto Eco, nel numero del 1977, scrisse un articolo dal titolo ‘Vent’anni dopo’.
Era l’analisi (tanto più utile perchè fatta da un protagonista della cultura, da un autore Bompiani e da un collaboratore determinante) dell’evoluzione dell’Almanacco dal momento della ripresa in poi:
“Nel 1960 esso assume una nuova forma, e cioè quella monografica. Per vari anni al tema monografico si affiancheranno le rassegne e le altre rubriche che informano sull’attività  culturale dell’anno trascorso… ma è indubbio che ciò che caratterizza i nuovi Almanacchi è il titolo generale. Un tema”.
Negli anni anteguerra c’erano già  state due importanti anticipazioni di questo approccio.
Nel 1937 il numero a cura di Valentino Bompiani, Emilio Radius, Dino Buzzati e Bruno Munari aveva titolo ‘Almanacco antiLetterario Bompiani’.
La spiegazione in una nota iniziale: “Si vorrebbe, in un paese grande come è grande oggi il nostro, ben altra letteratura”.
Il tema era una presa di posizione contro il clima autarchico del tempo (trattato in modo volutamente ambiguo per cautela verso la censura).
Esempi: il pezzo ‘Voci di saggio per un dizionario dei miti letterari’ e due montaggi fotografici strepitosi (il primo di Munari su Mussolini, con la famosa sequenza di pagine bucate a cannocchiale; il secondo di Carboni sul mito della virilità  fascista).
Nel 1938 è il primo numero monografico : “Questo Almanacco è dedicato a Luigi Pirandello”, compilatori Corrado Alvaro, Raffaele di Muro, Stefano Landi, Guido Piovene, Mario Robertazzi, Cesare Zavattini, il pittore Munari e l’Editore.
Pirandello, morto nel 1936, era ricordato proponendo scritti suoi e documenti su di lui. Erano inseriti inoltre, saggi sull’ importanza dell’autore da parte dei più autorevoli critici del tempo.

Torniamo al 1959. Dopo sedici anni di sosta, Bompiani si pose il problema di cosa fare del vecchio Almanacco.
Chiese a Fabio Mauri, suo nipote, un’opinione. Mauri responsabile della redazione romana della casa editrice, rispose che l’ Almanacco andava ripreso.
Bompiani convocò una riunione a Milano (con Celestino Capasso, Paolo De Benedetti, Silvana Ottieri, Sergio Morando, Giuliana Broggi) e sentì le idee di tutti: “I pareri furono senz’altro negativi. Bompiani decise senz’altro per il sì. Purchè in fretta”. (F. Mauri, L’Almanacco, Idee per la cultura, Electa).
L’Almanacco letterario riprese.
Curatori diversi si susseguirono nei 23 anni successivi: Sergio Morando, Giancarlo Bonacina, Umberto Eco, Cirio e Favari, Lietta Tornabuoni.
Come ha scritto Eco furono gli anni degli Almanacchi tematici. Impossibile elencarli tutti, ma alcuni titoli sì, a dimostrazione del livello culturale delle opere e della modernità , o addirittura dell’anticipazione, dei temi trattati:

I movimenti di avanguardia‘ del ’60: avanguardie storiche e futuribili.
Le applicazioni dei calcolatori elettronici alle scienze morali e alla letteratura‘ del ’62: esempio, l’esperimento di poesia prodotta con il calcolatore di Nanni Balestrini.
La civiltà  dell’immagine‘ del ’63: esempio, lo studio di Roland Barthes sul messaggio fotografico.
L’industria della narrativa‘ del’65: esempio, saggio di Mac Donald su Masscult e Midcult.
Dieci anni di mode culturali‘ del ’68: alienazione, fenomenologia, neo-avanguardia, fumetti, strutturalismo, pop, op, camp, beat, neoliberty.
Ciò che i vostri figli non vi dicono‘ del ’71: padri e figli due visioni a confronto, denaro, sesso, amore, guerra, giustizia, umorismo, povertà .
L’altra grafica‘ del ’73: arte e creatività , storica, rivoluzionaria, povera, spontanea.
Sentimental ‘ del ’75: apologia critica della rivista musicale.
Corpo Corpo‘ del ’79: i nuovi rapporti tra corpo e amore, corpo e violenza, corpo e salvezza.

Nel 1980 l’Almanacco cessò definitivamente. Bompiani stimava in 10/15 mila copie la tiratura dei singoli numeri. Alla fine però, i conti non tornavano, l’editoria cambiava, già  nel 1972 l’editore aveva ceduto l’editrice.
Nel 1987 Elisabetta Sgarbi chiese a Sciascia di curare una riedizione, notevolmente ampliata, del numero su Pirandello del 1938.
Infine, Matteo Collura suggerì nel 1999 una monografia su Sciascia, testi, documenti, fotografie. La proposta fu accettata e, quasi un ‘amarcord’, insignita della sigla Almanacco Letterario Bompiani.
Collura stesso ricordava il numero su Pirandello del 1938 per ritrovare un precedente illustre.

Via San Primo, a Milano, sarebbe piaciuta a Balzac.
Il lungo muro di mattoni rossi del Senato la delimita a nord. Sul lato opposto, due o tre palazzi dell’inizio del ‘900 si affacciano sulla strada, ne ricevono poca luce, rivelano cortili silenziosi, con qualche vecchio glicine che si arrampica da un balcone all’altro.
In uno di questi, forse il più buio, Valentino Bompiani passò gli ultimi anni della sua lunga vita.
L’atmosfera che lo circondava era l’opposto di quella moderna, molto visual, da editore protagonista che il nome Bompiani ha sempre evocato. Rappresentava un’ antitesi sofisticata:  quasi accostare una preziosa cornice antica a una raffinata opera moderna.
L’ Almanacco Letterario fu una delle più belle dimostrazioni di quella modernità , un tratto più che significativo della storia di Bompiani e del suo tempo.

Scarica l’articolo completo d’immagini

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *