Pubblicato su Charta, n. 70, pp. 52-53.
Di Sandro Dorna

FRAMMENTI LIRICI
di Clemente Rebora

“L‘egual vita diversa urge intorno; / Cerco e non trovo e m‘avvio / Nell‘incessante suo moto: / A secondarlo par uso o ventura, / Ma dentro fa paura.” Sono i primi versi dei Frammenti lirici e racchiudono in maniera perfetta tutte le qualità  umane e poetiche di Clemente Rebora. La tormentata indagine sul perché della vita, la vana, perenne ricerca della verità  e l‘incertezza del futuro sono i motivi di un canto angosciato, ma forte, spigoloso, in un periodo storico che non aveva ancora dimenticato l‘impressionismo, pur incalzato dal pragmatismo e dal futurismo. Nel 1911 Rebora aveva conosciuto Giuseppe Prezzolini, nacque immediatamente un‘amicizia che avvicinò Rebora al gruppo fiorentino de “La Voce”. Iniziò così, quasi per caso, una saltuaria collaborazione con la rivista, finché lo stesso Prezzolini lo incoraggiò a riordinare i suoi versi in vista di una possibile pubblicazione. A lui che fino ad allora aveva considerato i suoi foglietti sparsi “quell‘inutile mio progetto poetico”. L‘occasione fu motivo di dubbi e incertezze, l‘esame di ogni dettaglio si risolveva in momenti di angoscia: dal numero dei frammenti da pubblicare ai ritocchi da apportare, dal costo della carta, al formato dell‘edizione, dal colore della copertina al prezzo di vendita. Ovviamente il titolo stesso della raccolta non uscì indenne da ripensamenti: al paziente amico Monteverdi propose: I guinzagli del Veltro, titolo del quale si dichiarava soddisfattissimo. Finalmente, alla fine di giugno del 1913 i Frammenti lirici (52 numerati con le cifre romane) uscirono pubblicati da “La Voce” dedicati dall‘autore “ai primi dieci anni del secolo ventesimo”, e per Rebora cominciò l‘affanno delle recensioni. Purtroppo per lui, da parte della critica vi fu soltanto silenzio e freddezza; salvo una breve informazione data dal “Corriere della Sera” (16 luglio 1913) firmata V.B. (Vincenzo Bucci) che individuò nel libro di Rebora “qualità  liriche non comuni, e tra i molti versi un po‘ irti e scabrosi si trova qualche amabile grazia trecentesca, come un‘eco della filosofeggiante poesia di Guido Guinizzelli”. Lo confortò, un anno più tardi, l‘amichevole recensione di Angelo Monteverdi (“La Voce”, 7, 13 aprile 1914), che così concludeva le dieci pagine dedicate a Rebora: “nell‘autore dei Frammenti lirici, salutiamo oggi un poeta”. Poi, quella di Boine su “La Riviera Ligure” (29 luglio 1914): “dirò ch‘io vi respiro qualcosa di nostro, di tradizionalmente, di virilmente e complessamente italiano, com‘è italiana la lirica di Dante, di Michelangelo, di Campanella e di Bruno, (com‘è italiano Leopardi)”. Dopo la guerra, durante la quale Rebora si distinse per spirito di sacrificio e sentimento di protezione nei confronti dei suoi sottoposti, tra il 1919 e il 1921, pubblicò alcune traduzioni dal russo di Andreev, Tolstoj e Gogol‘ aiutato dalla sua compagna, la pianista russa Lydia Natus, e ancora, nel 1922, i Canti anonimi. Nel 1929 trovò finalmente la sua strada seguendo una vocazione che lo portò nel 1931 all‘Istituto rosminiano della Carità  dove fu ordinato sacerdote nel 1936. Morì nel 1957 dopo aver dato alle stampe Curriculum vitae (1955) e i Canti dell‘infermità  (1956). Soltanto allora si rilesse la poesia di Rebora; che per Montale sprigiona “una religiosità  tutta nutrita di succhi terrestri, di una fede attivistica che fu detta mazziniana e più tardi persino tolstoiana”. Per Contini, Rebora “fu non solo testimone, ma un interprete poetico adeguato del suo momento, il decennio attorno alla prima guerra mondiale. Il suo vocabolario è pungente, il suo registro d‘immagini e metafore arditissimo”. Una copia dei Frammenti lirici (di pagine 135 + [1] della misura di 20,0 à— 14,6 cm) pubblicata nel 1913 dalla Libreria della Voce di Firenze, contenente 52 frammenti e un foglietto di errata corrige all‘indice, valeva per la libreria Pontremoli di Milano 2,3 milioni di lire, oggi 1.187,85 euro, a marzo del 2001, contro il prezzo di copertina di tre lire.

IL SOLDATO DI LAMBESSA
di Franco Antonicelli

Franco Antonicelli, uomo di straordinaria eleganza fisica e intellettuale, laureato in giurisprudenza, fu un protagonista della vita culturale torinese fin dagli anni Trenta. Curiosamente, pubblicò a più di cinquant‘anni d‘età  il suo primo libro, una raccolta di brevi racconti che aveva preparato per le conversazioni radiofoniche tenute tra il 1953 e il 1955. Erano pagine, secondo quanto da lui stesso confidato, “scritte per essere dette”. Nel 1956, con la pubblicazione de Il soldato di Lambessa, opera prima di Antonicelli, le Edizioni Radio Italiana, inauguravano una nuova collana di lettura: “Il libro della sera”. Dal programma editoriale, sappiamo che la ERI si prefiggeva, nel 1956 ““ periodo dell‘inizio ufficiale delle emissioni televisive in Italia ““ di offrire “alla lettura raccolta e meditata delle ore più intime pagine di fantasia e moralità “, con il beato proposito di offrire agli ascoltatori stimoli “per pensieri non frettolosi né solo dilettevoli”. Sembra di leggere un programma di fantascienza, visto con gli occhi di oggi, da noi, che abbiamo imparato ad apprezzare l‘auditel! Antonicelli, in quegli anni, collaborava anche con la “Nuova Stampa”, dopo aver diretto la “Biblioteca europea” di Frassinelli a Torino, tra il 1932 e il 1935, attività  interrotta dal suo arresto e dal conseguente invio al confino. Nel 1942 fondò l‘editrice De Silva, che diresse fino al 1947, assumendosi, in nome di quella editrice, il rischio di pubblicare per la prima volta Se questo è un uomo di Primo Levi. Libro già  rifiutato dalla Einaudi, ma nel quale, giustamente, lui credeva fermamente. Tornando a Il soldato di Lambessa, la raccolta è suddivisa in due sezioni: Toccata e fuga e Biglietti da visita, in tutto 32 racconti costruiti su episodi di vita quotidiana o ispirati da rievocazioni storiche. Esemplare quello intitolato Barone Leutrum, valoroso condottiero tedesco, fedele ai Savoia e amato dalla popolazione di Cuneo, città  che il barone aveva difeso dagli attacchi dei francesi e degli spagnoli, e poi governato per alcuni decenni intorno alla metà  del Settecento. Da qui lo spunto per commemorare un amico caduto durante la guerra di Liberazione, Dante Livio Bianco, il cui nome di battaglia, “barùn Litrùn”, ripeteva l‘affettuoso soprannome piemontese con il quale gli abitanti di Cuneo chiamavano, e ricordano ancora oggi, il barone Leutrum. Nel preparare il lettore ad affontare il suo libro d‘esordio, Antonicelli, nella prefazione, avvisava che “queste conversazioni rivolte agli ascoltatori della Radio implicavano una scelta di argomenti e di toni, persino una cautela, che non potevan mai essere trascura te”. Delicatezze d‘antan! Una copia della prima edizione (priva di sopraccoperta) de Il soldato di Lambessa (pagine [2] + 246 + [4] valeva 80.000 lire (41,31 euro) alla libreria Biggio, Torino ad aprile 2001, contro le 800 lire del prezzo di copertina.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *