Roma, Parigi, Berlino nei decenni a cavallo tra fine Ottocento e inizio del XX secolo, nelle sale di un grande albergo, di un Club o di un Casino di gioco. Un gentiluomo, elegantemente vestito, paga il suo conto d‘albergo, del Club o il suo debito di gioco: ordina a un cameriere di portargli dei moduli prestampati, ne compila uno, indicando il nome della banca a cui dà  l‘ordine di pagare una somma (il suo debito) al direttore dell‘albergo, del Club o del Casino, appone la sua firma sul modulo e lo consegna al cameriere. Più volte sequenze di film hanno rappresentato la scena ora descritta, ma probabilmente pochi spettatori avranno posto l‘attenzione al modo insolito di pagare del gentiluomo. Il foglio da lui compilato è oggi denominato assegno bancario ed è utilizzato, abitualmente, per buona parte dei pagamenti, su modelli forniti dalle banche, ma a quel tempo, il modulo sottoscritto non aveva un nome preciso: assimilato al mandato veniva considerato una “ricevuta”, o denominato semplicemente “vaglia”, oppure “chèque” ed era utilizzato nel mondo dell‘aristocrazia e della borghesia ricca, per il quale l‘uso dello chèque costituiva più uno “status symbol” che una vera e propria necessità . Il termine chèque del documento è dovuto alla sua origine inglese; in Inghilterra è nato nel XVII secolo, come ordine di pagamento conferito a una banca ed è sempre stato usato come mezzo di pagamento generalizzato, quale surrogato di contante. Nel corso dell‘Ottocento la legislazione in materia di chèque è disciplinata in modo non uniforme nei vari stati europei. In Italia, pur con molte controversie il titolo è riconosciuto da leggi speciali. L‘assegno, da alcune banche, è emesso a forma di ricevuta (per evitare la tassa di bollo introdotta nel 1881); generalmente, però, la forma è quella dell‘ordine di pagamento e il titolo è denominato indifferentemente “va glia”, “carta d‘assegno”, “assegno”, o “chèque”. Nel 1883 il Codice di Commercio dà  un assetto definitivo all‘assegno: dagli articoli (dal 339 al 344) emerge che in generale la forma dello chèque è quella del mandato; che non può emettersi senza una preventiva provvista di fondi; che è a vista o a scadenza brevissima; che può essere all‘ordine e al portatore e che può essere tratto sopra qualunque ente. L‘utilità  di assicurare agli assegni bancari una sicura circolazione internazionale dal punto di vista giuridico porta a proporre studi e progetti per l‘unificazione del diritto dello chèque, con metodo analogo seguito per le cambiali. Dopo la conferenza dell‘Aja del 1912 si hanno vari incontri di diverse nazioni europee che portano alle Convenzioni di Ginevra del 7.6.1930 e del 19.3.1931; la legge uniforme ginevrina dispone in sostanza che l‘assegno deve contenere un mandato puro e semplice di pagare una determinata somma. In esecuzione delle due convenzioni di Ginevra per il regolamento uniforme della cambiale e dell‘assegno nei vari stati contraenti l‘Italia adotta una nuova disciplina dell‘assegno bancario (chèque) sostituendo le disposizioni del Codice di Commercio. Il nuovo testo legislativo entra in vigore il 1° gennaio 1934: la nuova legge, Regio Decreto del 21/12/1933, n. 1736 concerne anche le norme relative agli assegni circolari, nonché ai titoli speciali della Banca d‘Italia e dei Banchi di Napoli e di Sicilia. Sul modello previsto dalla legge è scritto “Assegno Bancario” e tra parentesi è prevista la denominazione “Chèque”; questo è un ordine di pagamento stilato in forma cambiaria (dalla tratta si distingue per la diversa funzione: funzione di pagamento); va compilato, secondo regole precise su un modulo di piccolo formato, una misura standard che si ripete da otto secoli. L‘uso di strisce di carta rettangolari per l‘assegno trova la sua origine nel Medioevo (sec. XIV), quando per risparmiare sul costo della carta venivano tagliate delle strisce da fogli “mezzani” (di dimensioni normali), per cui da ogni foglio si potevano ricavare più assegni. àˆ del 1368 il più antico esemplare conosciuto di assegno bancario (strumento e ausiliario del conto corrente) medioevale; si è conservato nelle pagine del libro contabile (dove si distende il conto del traente) della banca, su cui venivano tratti i titoli. L‘assegno è firmato da Tommaso e Zenobi Tornaquinci, cittadini fiorentini che ordinano alla compagnia di Michele di Vanni Castellani (la banca trattaria, dove Tornaquinci ha somme depositate), di pagare fiorini 2,50 a favore di Segnia Ciapi. La formula contabile che caratterizza lo chèque è: “per loro” (la persona correntista proprietaria del denaro depositato in banca), “darai”¦ a”, davanti a un nome di persona; la formula sta a indicare che la banca è intervenuta al fine di curare essa il pagamento “per” il suo correntista, “a” favore della persona che questi ha designato. All‘incirca degli stessi anni (1374) sono due titoli che utilizzano la formula “per”, “a” che rinviano con sicurezza all‘impiego di assegni bancari. Molto probabilmente numerosi altri assegni sono stati emessi prima di quella data; anche se non sono giunti a noi, attraverso le fonti riflesse dei libri contabili è dimostrato con certezza l‘uso degli chèque nel XIV secolo; molti esemplari sono conservati nell‘archivio Datini a Prato. Oggi gli assegni bancari devono essere, secondo quanto prescrive la legge, “astratti”, nel senso che prescindono dal richiamo della causale del pagamento; al tempo del Datini il traente era più loquace, dichiarando spesso i motivi che lo inducevano all‘ordine di pagamento, andando così oltre i limiti del formulario. Curiose sono le motivazioni che riguardano non solo i pagamenti di merci o di lavori effettuati ma anche l‘acquisto di schiavi, l‘affitto di casa, le messe celebrate da un curato; con il tempo l‘assegno era entrato a far parte della vita anche delle persone più umili e modeste. Resta comunque difficile stabilire la sua data di nascita. Molti studiosi ritengono che l‘origine del titolo si ritrovi nelle lettere mercantesche (semplici lettere comuni), in uso nel Medioevo, con le quali i mercanti si scambiavano notizie di natura commerciale e finanziaria e attraverso le quali venivano impartiti ordini di acquisto e istruzioni per la vendita; in tali lettere, inoltre, veniva dato, da un‘azienda, l‘ordine di pagare una somma, per suo conto, alla persona che avrebbe consegnato la lettera stessa. Questa lettera, contenente fra le tante istruzioni, anche ordini di pagamento, andò progressivamente specializzandosi, concentrandosi esclusivamente sul servizio di pagamento, peculiare e distinto rispetto la lettera commerciale; la nuova lettera con l‘ordine di pagamento viene denominata “Lettera di Pagamento” e talvolta semplicemente “Polizza” (questa denominazione riguardava in vero anche il mandato di riscossione e la ricevuta). Questo foglio con sembianze epistolari è il risultato di un processo di specializzazione sostanziale, nel senso di limitare le disposizioni a quella di un pagamento, ma anche formale, cioè di assumere una forma precisa e sintetica, che diventa, con il tempo, un vero e proprio formulario, un modello con misure standard, che si può paragonare all‘attuale assegno bancario. Quindi dalle lettere mercantili, alle lettere di pagamento, allo chèque, all‘assegno bancario: chiunque aveva somme disponibili, presso una banca o un commerciante, poteva disporre a favore proprio o di terzi, mediante gli strumenti epistolari, prima, e successivamente attraverso i titoli di credito. La formula per secoli è rimasta pressoché invariata: “date per noi a”, oppure “pagate per noi a”; nessuna lettera ricevuta risultava più gradita di quella che poteva essere cambiata in denaro sonante.
Patrizio Manoni

Charta 68, pp. 40-41