Chi va in giro per libri s’imbatte spesso in qualche volume di Luciano Satta. Libri che ebbero buona diffusione nella seconda parte della seconda metà del secolo scorso. Tutti libri improntati – con grande leggerezza e una bella ironia non priva di sarcasmo – a tener viva la lingua italiana, pungolando l’italiano – inteso come abitante dell’Italia – a non farsela sfuggire di mano, a conoscerla, a conservarla, la lingua intendo.

 

 

Di medio-piccolo formato ha una curiosa impostazione grafica, direi gradevole: i caratteri sono molto grandi e di colore marrone-beige. Finisce per sembrare più un’anastatica di un testo antico che un libro nuovo, presumo volutamente.

 

Dentro, termine per termine fra quanti scelti, si invita ad esempio a non scambiare esemplare con esemplificare (modellare è il significato del primo dei due verbi). O a soffermarsi sul fatto che la vecchia voce “edenico”, utilizzata per paradisiaco, ogni tanto veniva recuperata da qualche politico per infiorettare qualche discorso. O, ancora, a notare che “criptico”, allora, mentre Satta scriveva, era diventato aggettivo di moda. E di quell’essere di moda, tra l’altro, conserva ad oggi il piglio (del tipo: “uso un aggettivo raffinato, o che almeno credo tale, finendo per risultare kitsch, almeno a qualcuno che la lingua la conosce).

 

Insomma, fra le righe, letto tutto quanto il libro, si capisce che i termini poverelli non hanno colpa. È in come li si usa l’eventuale peccato.

 

@Massimiliano Varnai