La collana senza nome

di Hilarius Moosbrugger

Tre uomini, tre gentiluomini, sono all’origine di una delle collane editoriali più sofisticate del ’900 italiano.
Il primo, Riccardo Ricciardi, napoletano, editore raffinato, legato a Benedetto Croce, bibliofilo appassionato, di proverbiale pigrizia esistenziale.
Il secondo, Raffaele Mattioli, banchiere principe tra il 1925 e il 1973, lettore onnivoro, bibliofilo ancora più appassionato e centro di un gruppo di intellettuali attivi attorno a lui nella Banca Commerciale Italiana di Milano.
Il terzo, Giovanni Mardersteig, nato a Weimar, grafico e stampatore massimo, fondatore di Officina Bodoni a Lugano nel 1922 e, successivamente, della stamperia Valdonega a Verona nel 1948.

La collana ha la curiosa prerogativa di non avere nome. Perlomeno sui libri che la compongono.
Un nome però l’aveva ( lo si trova nelle pratiche amministrative della casa editrice Riccardo Ricciardi di Milano – Napoli). La chiamavano Sine titulo: volto in latino il significato perdeva la sua caratteristica negativa e diventava marchio.
Con questa definizione, celebrata in un battesimo che, come quelli antichi, avvenne molto tempo dopo la nascita, la collana ha vissuto vent’anni e dopo morta è diventata appetitosa ricerca per bibliofili.

Il triangolo dei genitori vedeva perciò convivere, un editore benfamato ma povero, un banchiere che oltre al successo nella finanza voleva riuscire nell’editoria di alto livello e uno stampatore che metteva a disposizione eleganza e gusto d’ artista.
Per finire questo profilo genetico bisogna dire che la Sine titulo fu sì un ramo secondario della Ricciardi, (la casa madre, portata da Napoli a Milano, editava soprattutto una ambiziosa collezione di testi di letteratura italiana in edizione critica, collane di saggistica, storia, memorialistica), ma fu amata e curata da Mattioli come sua creatura personale.

L’avvio dell’impresa coincise con il compleanno del primo autore pubblicato: nel 1954  Emilio Cecchi compiva settant’anni.
Una nascita e un genetliaco erano di buon auspicio per la riuscita.

Il critico e scrittore fiorentino era amico sia di Ricciardi che di Mattioli. L’occasione dell’anniversario (settant’anni, data importante) spinse i due editori a celebrarlo pubblicando gli scritti che Cecchi aveva redatto nel 1939 durante un viaggio intorno all’Africa, a bordo della nave portoghese ‘Colonial’ e rimasti inediti.
Appunti per un periplo dell’Africa uscì nel 1954.
Recava una nota dell’Editore che diceva: “L’editore Ricciardi e i suoi amici pubblicano queste impressioni di viaggio, con auguri cordiali, in occasione del settantesimo compleanno dell’autore”.
Ricciardi aggiungeva che Cecchi, quarant’anni prima, aveva pubblicato con lui “uno dei suoi primissimi lavori”, La poesia di Giovanni Pascoli.
Cecchi, forse non era così felice per l’età  raggiunta, ma accolse con cordialità  il libro. Addirittura scrisse lui stesso la ‘nota’ preposta al volume (diffidenza d’autore?), dimostrando di apprezzare l’omaggio.

Così come non aveva nome, la collana non ebbe neppure un piano editoriale preciso. L’espressione ‘collanina dei settantenni’ circolava in casa editrice e la stampa la fece diventare abituale. Ma non era vero: gli autori non avevano tutti quell’età , nè le uscite coincidevano con gli anniversari.
Ciò che iniziò con il libro di Cecchi e rimase fu l’impostazione grafica: brossure in-16, copertine sobrie di colore beige, nessuna immagine, semplice indicazione del nome dell’autore e del titolo stampato in rosso; all’interno, nella pagina di rispetto dove solitamente viene indicato il nome della collana, è ripetuto il titolo; il frontespizio riproduce la grafica della copertina; in ogni volume è un ritratto o una fotografia dell’autore, posti a seconda dei casi prima o dopo la pagina del frontespizio.

I volumetti della Sine titulo, in tutto, furono trenta.

La prima presentazione editoriale venne stampata in un piccolo catalogo nel 1967. La premessa (senza dubbio di Mattioli stesso), a più di dieci anni dall’uscita del primo volume dava, finalmente, una connotazione di contenuto: “Deve una collana avere un titolo per possedere una sua fisionomia? Questi nostri volumetti in sedicesimo non si distinguono solo per il formato. Raccolgono scritti brevi, di minor impegno, di scrittori già  solidamente affermati e degnamente riveriti. Si tratta del contrario di un mazzetto di ‘opere prime’, sebbene ci auguriamo che queste pagine non abbiano mai a essere le ultime raccolte dai loro autori… Sempre sono pagine insieme divagate e ‘confidenziali’, tra la confessione e l’appunto, tra la nota di diario e lo schizzo o il disegno in cui la spontaneità  e l’immediatezza del tratto spiccano meglio che nel quadro compiuto e verniciato”.

I trenta volumi della collezione possono essere divisi per argomenti: prose di viaggio, scritti celebrativi, saggi, scritti d’autore.
àˆ una classificazione arbitraria, come tutte le analisi fatte a posteriori. Nè Mattioli, nè i suoi collaboratori pensarono, nel divenire dei libri, a una impostazione del genere. Ma ha il vantaggio di identificare autori e titoli in gruppi omogenei, rendendo più agevole parlarne senza annoiare.

I viaggi

Subito dopo Cecchi si trova Riccardo Bacchelli. Quattro titoli: Viaggio in Grecia (1959), Secondo viaggio in Grecia (1963), America in confidenza (1966), e Africa tra storia e fantasia (1970).
Bacchelli aveva 68 anni nel 1959, era molto vicino a Mattioli e curatore degli scritti di Manzoni per la collana ‘Letteratura italiana. Storia e Testi’. I ‘pezzi’ dei volumi, in origine corrispondenze giornalistiche, propongono un alternarsi di descrizioni d’ambiente e divagazioni storiche, ricordi personali e digressioni poetiche.
Mario Praz, nel 1967, uscì con Panopticon romano. Sono elzeviri sulla città  di Roma: “Affabili informazioni da recensione distesa” li definì Alberto Arbasino.
Da Roma a Parigi. Luigi Emery, corrispondente del ‘Corriere della Sera’ e della RAI dalla capitale francese, proponeva Vecchia Francia, sempre nel 1967: “àˆ la seconda volta che ripubblico una scelta di articoli, credo (ma promettere sarebbe imprudente) che sarà  anche l’ultima”.
Non sempre i testi erano puri resoconti di viaggio. Spesso, ai luoghi, si aggiungevano  spunti letterari, ritratti di personaggi, osservazioni di vita vissuta.
àˆ il caso di altri tre volumi di quest’area: Fuori di casa di Eugenio Montale (1969), L’arabista petulante di Francesco Gabrieli (1972), e La servetta d’Olimpia di Quintino Cataudella (1973).
Sono opere di peso diverso, a seconda degli autori. Prevale Montale ovviamente.
Fuori di casa era il seguito di Farfalla di Dinard. Raccoglieva articoli già  pubblicati: sia occasioni di incontri (Brancusi, Braque, Camus) che considerazioni di costume “l’italiano passa spesso le sue ferie in Svizzera per praticare uno sport da lui inventato: quello del falso inglese”.
Gabrieli, studioso del mondo arabo, definiva ‘stravaganze’ i suoi scritti, ma non aveva la mano di Giorgio Pasquali e delle sue Stravaganze di un filologo.
Cataudella, grecista, è nel filone dei professori che scrivono d’altro rispetto al mestiere loro, talvolta anche bene.
Ultimo tra i ‘viaggi’ fu Diario Caucasico di Paolo Vita-Finzi (1975). Uscì due anni dopo la morte di Mattioli ed è opera di un diplomatico-scrittore: “ricordi del periodo passato quale console d’Italia nel Caucaso sovietico”.
Vita-Finzi appartiene a una tradizione viva in Italia, da Dossi a Quaroni, fino a Sergio Romano dei nostri tempi.

Gli scritti celebrativi

Li possiamo chiamare così, ma in realtà  sono ricordi.
I ‘settantenni’ ricordati nella collezione ricordano a loro volta: Emilio Cecchi Ricordi Crociani (1965), Mario Fubini Saggi e ricordi (1971), Mario Missiroli Gente di conoscenza (1972).
Il volume di Cecchi fu idea di Elena Croce e lavoro di Pietro Citati nell’occasione del centenario della nascita del filosofo. Gli scritti risalivano ai tempi della ‘Tribuna’ e del ‘Secolo’. Cecchi pensava che fossero datati, invece l’accoglienza del libro fu buona.
Mario Fubini scriveva sulla letteratura italiana del ’700. Nel suo libro radunò lezioni passate e amici presenti.
Missiroli, direttore del ‘Resto del Carlino’, del ‘Messaggero’ e del ‘Corriere della Sera’ scriveva a Mattioli: “Gente di conoscenza non è un libro di storia, è testimonianza sul mio tempo, perchè io ricordo tutto, benissimo, dal 1896 in poi”.

I saggi

La saggistica era terreno propizio per la collana.
Antonio Baldini Quel caro magon di Lucia (1956) fu il primo autore del comparto. Microscopie manzoniane era la definizione che si aggiungeva al titolo: sono I promessi sposi “esplorati nelle pieghe del racconto, in cerca di bellezze nascoste”.
Segue Manara Valgimigli Del tradurre e altri scritti (1957) voluto fortemente da Mattioli, Valgimigli esitante, perchè non gli piaceva Piero Treves come editor, finalmente convinto da Antonini ‘deus ex machina’ della casa editrice.
Si ritrovano poi: Giovanni Titta Rosa I nuovi marmi (1965) che scomodava il Doni del 1552 per il titolo; Bonaventura Tecchi Sette liriche di Goethe (1968) raffinate traduzioni; Alfredo Schiaffini Mercanti, Poeti, un Maestro (1969); Sergio Solmi Della favola, del viaggio e di altre cose. Saggi sul fantastico (1971), sulla fantascienza in realtà , grande passione di Solmi; Antonio Baldini (postumo) Le scale di servizio (1971) notevolissima anticipazione, rispetto a Genette, del concetto di ‘paratesto’, solo molto più affabile e divertente; Giacomo Devoto Il mio compito (1971), il titolo più piatto della raccolta; infine Luigi Ronga Dafne a Prato d’Arno (1974), o ‘piaceri musicali’, definizione dell’autore.

Scritti d’autore.

La definizione è ambigua. Autori sono tutti gli editi della Sine titulo. Il significato, perciò, va trovato nella natura non giornalistica e liberamente creativa degli scritti che compongono quest’ultima parte.
Sono cinque: Aldo Palazzeschi Scherzi di gioventù (1956); Carlo Emilio Gadda Verso la Certosa (1961); Camillo Sbarbaro Fuochi Fatui (1962); Bino Sanminiatelli L’Omnibus del Corso (1971); Gino Doria Sogno di un Bibliofilo e altre fantasie (1972).
I nomi sono importanti: insieme a Montale i maggiori della collana.
“Non avrei mai pensato di scrivere per un mio libro la prefazione: ma prima di morire bisogna provarle tutte”. Così Palazzeschi ad apertura di volume. Sono pensieri, divagazioni o, come intitola il primo capitolo, Lazzi, frizzi, schizzi, girigogoli e ghiribizzi. E, a chiusura, L’Antidolore, manifesto futurista apparso su ‘Lacerba’, in cui la risata e il suo potere contagioso è posta a spiegazione di Dio e del mondo.
All’opposto di Palazzeschi, Gadda nella introduzione di ringraziamento a Mattioli per La Certosa, non di risate scriveva, ma di ‘fatica’, ‘dolore’, ‘sofferenza certa’. Però il linguaggio suo riscattava qualunque malinconia. Leggete Risotto patrio. Rècipe. Godrete, una per una, parole che vi porteranno a gustare materia prima, utensili e preparazione del più prelibato risotto alla milanese.
Camillo Sbarbaro era un po’ come Barilli. I suoi Trucioli, Scampoli, Quisquilie, li faceva uscire, li rimaneggiava e di nuovo uscivano. Non per malizia o speculazione, forse un non rassegnarsi a veder sparire le sue creature (come le chiamava). Fuochi Fatui ebbe lo stesso iter. Pubblicato da Scheiwiller una, due volte, fu riproposto per la terza nella Sine titulo. Vero è che tanta era la poesia e così scarse le tirature da giustificare qualsiasi ristampa.
Memorialista di inizio secolo è Bino Sanminiatelli: in Omnibus del Corso parla di sè, mondano e sportivo, nella Roma della sua gioventù.
Il sogno di un Bibliofilo di Gino Doria è la più libidinosa fantasia di un vizioso puro, amante dell’edizione, della legatura, dell’opera unica, naturalmente introvabile. Non a caso questo delirio di trouvailles imaginaires è accostato al cibo in un’agape sopraffina e collocato in un castello romito dell’alto Sannio freddo e nevoso, sapiente contrasto tra le miserie della realtà  e le godurie della fantasia.

La collana chiuse nel 1975. In quell’anno fu stampato il catalogo storico comprendente 29 opere, in copertina la dicitura Sine titulo 1954-1975.
Ci fu un’appendice però, quasi vent’anni dopo. Nel 1993 il figlio di Raffaele Mattioli, Maurizio, pubblicò Germania e dintorni (1929-1933) di Antonello Gerbi. Era un gesto di gratitudine verso un grande amico di suo padre, studioso e storico, edito dalla Ricciardi fin dal 1955.
Alla collezione si aggiungeva quindi il trentesimo volume.
Ricciardi aveva novantaquattro anni e Mattioli settantotto, quando entrambi morirono nel 1973. Mardersteig sopravvisse altri quattro anni.
Chiudeva la collana, finiva un’epoca. Anni in cui i banchieri erano uomini di cultura e gli editori non cercavano solo best sellers.
Scrivere sulla Sine titulo, convivere con gli autori saltando da un’opera all’altra, rileggere qua e là , è stato un viaggio di piacere. Come riappropriarsi di un tempo felice.

Nota

Questo articolo è basato sulla tesi di laurea di Giulia Isnenghi ‘La collana Sine titulo. Saggi e divagazioni degli amici della Riccardo Ricciardi Editore’.
Università  degli Studi di Milano, anno accademico 2006-2007.