Le favolose Mille e una notte

Wuz, n.1, febbraio 2002

 

Pier Luigi Vercesi

 

Le favolose Mille e una notte

 

 

Le Mille e una notte è un libro che, forse, non è mai esistito. O, forse, ne sono esistite troppe versioni. Ognuna delle quali ha cercato di uccidere la precedente senza mai riuscirvi.
In tre secoli, la storia di queste storie si è complicata fino a dar vita a un intricato thriller per bibliofili, rocambolesco quanto le avventure che vi sono narrate. Ma andiamo per gradi e porteremo a casa la verità .

Galland, l’autore delle notti arabe

Proviamo a immaginarci la scoperta di questo libro magico, così come ci è stata romanticamente tramandata. Siamo a Smirne, nei pressi della tomba di Tantalo, allo scadere del XVII secolo dell’ èra cristiana. Antoine Galland (1646-1715), francese avvolto in abiti orientali, mette l’ ultimo sigillo sulle decine di casse pronte per essere trasferite al porto. La destinazione è Versailles, Parigi, cabinet privato di Luigi XIV. Agli uomini di fatica impartisce un ordine in turco. Poi controlla il contenuto della sua sacca, la sistema sulla spalla e offre il volto arso dal sole alla fresca brezza che sta salendo dal mare. Poche ore e avrebbe salutato la Sublime Porta, l’ immenso impero turco attraversato in lungo e in largo per fare incetta di porcellane, ori, argenti, monete e tessuti d’ Oriente.
Era il suo terzo viaggio. Forse l’ ultimo, avrà  pensato quando la terra cominciò a tremare e i bracieri accesi si rovesciarono nei palazzi della città  ittita. Galland si salvò per miracolo grazie a una prosaica forma di mecenatismo che garantiva a filosofi e poeti, notoriamente affamati,     l’ accesso alle cucine di palazzo. Si sfilò da un destino che sembrava segnato, trovando un varco tra quarti di bue e pozze di miele.

Parigi, città  di fiabe e di spioni

In quello scorcio di Seicento, la capitale francese si proponeva come città  delle meraviglie. Lo era, almeno negli scenari regali. Lo era       nell’ arte del raccontare. Mentre nel 1697 Galland, scampato al fuoco di Smirne, si affermava come orientalista -con un pubblico che non superava la manciata di accademici delle universalità  europee- una raccolta di storie popolari adattate al gusto dell’ epoca da Charles Perrault accendeva gli entusiasmi.
A Versailles si parlava di Capuccetto rosso e del Gatto con gli stivali, racconti antichi, raccolti nei Contes de ma mère l’ oye (consigliamo la lettura del primo capitolo ‘I contadini raccontano fiabe : il significato di mamma Oca’ in, Robert Darnton, Il grande massacro dei gatti, Milano, Adelphi, 1988).
Galland invece, dissertava colto, chiosando trattati pedanti di autorevoli colleghi. Ma di notte traduceva i brandelli di un’ immensa saga acquistata in un suk della Siria, quei manoscritti che, durante il terremoto teneva stretti nel tascapane.
Non era un lavoro semplice : ogni notte si perdeva in un mare di suggestioni dense di colori, profumi, allusioni, improbabili giochi erotici. Prima ancora di mettersi allo scrittoio, quasi per esorcizzare la possibilità  di rimanere impantanato nell’ immane lavoro, battezzò         l’ opera Le mille notti e una notte, traducendo ‘Alf laila wa laila’, un modo di dire arabo per indicare una quantità  infinita di cose.

Fu, probabilmente, al chiaro di una luna parigina che, qualche anno dopo, Galland incontrò un misterioso personaggio di nome Hannà , cristiano maronita di Aleppo, buon conoscitore di letteratura orientale. Hannà  vagava lungo la Senna sprofondato nel suo caffetano e centellinava storie nei rari salotti che lo accoglievano. Era, insomma, un personaggio perfettamente integrato in quel sottobosco di spie, spioni, osservatori, legati, e varia umanità  indefinita che popolava la Parigi-centro-del mondo di fine Seicento (a questo proposito consigliamo due interessanti letture : Gian Carlo Roscioni, Sulle tracce dell’ Esploratore turco : letteratura e spionaggio nella cultura libertina del Seicento, Milano, Rizzoli, 1992 e Lucien Bély, Espions et ambassadeurs au temps del Louis XIV, Paris, Fayard, 1990).
Aiutato da Hannà , Galland riorganizzò i manoscritti -oggi conservati nella Biblioteca Nazionale di Parigi- e aggiunse nuove storie (Hannà  gliene ‘regalò’ sette), riuscendo così a pubblicare i volumi successivi al primo libro delle Mille et une nuits, contes arabes, traduits en francois par Mr Galland già  apparso nel 1704, chez la veuve de Claude Barbin, al Palazzo reale, sulla seconda scalinata della Sainte-Chapelle.
Il primo volume fu un successone : incalzato dai lettori, l’ editore strappò quasi di mano al ‘traduttore’ molti altri volumi, fino ad arrivare a dodici. Due videro la luce dopo il 1715, anno in cui morì                   l’ orientalista. Riuscire a raccoglierli tutti oggi non è impresa da poco, ma dai librai parigini ne sono passate molte copie e il mandato a rintracciarne una completa non spaventa certo un buon antiquario.

L’ invenzione del feuilleton

Le dame imparruccate e incipriate di Versailles si facevano leggere i racconti arabi dai loro cicisbei. Erano novelle che, benchè purgate e adattate al gusto dell’ epoca, sprigionavano ondate di sensualità . Lo stesso Galland le aveva concepite come diletto per le annoiate signore di corte : pensò di pubblicarle non certo per rendere un servigio alla storia della letteratura orientale, bensì per compiacere alcuni protettori ben introdotti a Versailles che lo avevano sostenuto e che ora conveniva ringraziare. La prima edizione è infatti dedicata alla figlia di uno di loro, la marchesa d’ O, dama d’ onore della duchessa di Borgogna.
La fitta trama di intrighi politici e amorosi narrati nei vari racconti è incardinata al telaio della storia più affascinante di tutte, quella della figlia di un visir, Shahrà zà d, che per sfuggire alla mannaia del carnefice, tiene il sovrano Shahriyà r con il fiato sospeso per mille e una notte raccontandogli avventure strabilianti (Galland le definì "racconti chimerici, ma gradevoli e divertenti).
Shahriyà r, tradito dalla moglie e convinto della malvagità  delle donne, aveva escogitato una terribile punizione per l’ universo femminile : ogni mattina mandava a morte la vergine sposata il giorno prima. Così non avrebbe più conosciuto il tradimento. In tutto il regno erano rimaste due sole vergini, Shahrà zà d e la sorella. Per salvare la vita a entrambe, la bellissima figlia del visir decise di sfidare il monarca con un geniale trucco : la fine di ogni storia non avrebbe mai coinciso con il rispuntar del sole e così, a ogni alba, invece di consegnarla al carnefice, il re avrebbe atteso con ansia il calar delle tenebre per spegnere il senso di angosciosa attesa instillatogli dal racconto precedente.

La moda letteraria del Settecento

Le mille e una notte fu uno dei best sellers del secolo dei lumi, con decine di imitazioni. Dai volumi della serie ‘Le cabinet des fées’ (pubblicati a Parigi, numerosissimi, fino all’alba della rivoluzione) allo Zadig di Voltaire, la storia di sapore orientale, meglio se moraleggiante, è certamente uno dei connotati identificativi del gusto letterario francese del Settecento. Del resto, Galland, fu quasi unanimemente ritenuto lo scrittore e non il traduttore delle novelle orientali. Tutto inventato, si diceva. E invece no. La riprova sarebbe giunta dopo oltre un secolo, quando a Calcutta, tra il 1814 e il 1818, venne pubblicata la prima versione originale in arabo. Certo, Galland ci aveva messo del suo, anchè perchè l’ editore faceva grandi pressioni per nuovi volumi, nuove storie sempre più strabilianti. Ma i ‘ritocchi’ non furono eccessivi : l’ orientalista si era limitato ad aggiungere storie traendole da altre fonti e creando confusione.
Restava fitto, quindi, il mistero sulle vicende più celebri, quella di Aladino, di Alì Babà  e i quaranta ladroni, del Principe Ahmed o della fata Peri Banù, di cui non si trovava traccia. Anche questo però, alla fine venne sciolto : quelle novelle non appartenevano al corpo originale delle Mille e una notte, erano addirittura più antiche.

Radici profonde, passione moderna

A partire dall’ Ottocento si scatena una vera e propria caccia ai testi originali. Ma mentre tra gli orientalisti si consumava una polverosa battaglia, l’ universo degli intellettuali -da Coleridge a De Quincey, da Stendhal a Tennyson a Edgar Allan Poe- si inchinava alla traduzione di Galland. Tanto più che, nelle accademie, nessuno è mai riuscito a sciogliere in maniera definitiva il dilemma di quel testo magico.
La più antica testimonianza di una raccolta simile a Le mille e una notte è contenuta nell’ enciclopedia del X secolo Le praterie d’oro di al Masudi. Le decine di orientalisti che hanno dedicato una vita allo studio delle novelle sono solo giunti a supporre che l’ opera abbia radici in India, dove si forma il substrato più antico, ricco di valore poetico e di fantasmagorie, poi si dirami nella Baghdad del califfo Harun al-Rashid (su questo personaggio realmente esistito consigliamo : Harun al-Rashid, il califfo delle Mille e una notte, Milano, Rizzoli, 1991), che le impregna di uno spirito sotile e ironico, per germogliare a Il Cairo, presso quegli strati della popolazione che si compiacciono dei tiri birboni e amano, soprattutto, i racconti soprannaturali e fantastici.

La guerra dei traduttori

Questo libro magico che, secondo la tradizione, uccide chiunque lo legga dall’ inizio alla fine -come il secondo libro della Poetica di Aristotele nel Nome della Rosa di Umberto Eco- resta, ancor oggi, un testo anonimo che attinge a molte fonti : indiane, persiane, babilonesi, arabe, giudaiche, egiziane, europee. Un libro famosissimo e tuttavia quasi sconosciuto, che nessuno può vantare di aver mai letto per intero. Ma, intendiamoci, non per pigrizia : Borges direbbe che è un labirinto in cui si entra e da cui è impossibile uscire, perchè si passa attraverso la porta di un libro e ci si trova in molti libri, tutti diversi tra loro (consigliamo la lettura del volumetto di Abdelfattah Kilito : L’occhio e l’ago, saggio sulle Mille e una notte, Genova, Melangolo, 1994).
C’erano versioni differenti. Una era un libretto con una principessa in copertina che liberava da una voliera d’oro un uccello del paradiso con la coda azzurra. Un’ altra raffigurava un principe sul suo cavallo che da lontano guardava le luci di una città  popolata di minareti. Il cielo era blu cobalto e le stelle erano spilli d’argento.
La madre sfilò di mano al piccolo Marcel Proust il secondo tomo e gli disse : "Tieni, basta questo, raccontano le stesse storie, ma è meglio che tu ti fermi a quella della principessa". Erano due diverse edizioni delle Mille e una notte, avevano visto la luce a quasi duecento anni di distanza e tra loro c’ era un abisso.

Le notti scandalose dell’ avventuriero Burton

Un abisso che passa attraverso un uomo con il viso istoriato da una cicatrice africana. E’ il 1872. Si tratta del capitano Richard Francis Burton, esploratore, scopritore del lago Tanganika, ossessionato dalle sorgenti del Nilo. Suo nemico è l’ orientalista britannico Edward Lane, autore di una traduzione del Quitab alf laila wa laila che aveva soppiantato nella lingua inglese quella di Galland.
Lane visse cinque anni a Il Cairo tra i musulmani, parlando la loro lingua e adottando i loro costumi. Ma né le notti arabe né il turbante di mussolina,né il mangiare con le dita gli fecero dimenticare le origini e il pudore britannico.
Se Galland aggiunse di suo alle Mille e una notte ‘per decoro’ -una principessa che si abbandonava a una notte folle con un cuoco negro diventava una dama d’ alto lignaggio che "riceveva nel suo letto uno degli ultimi domestici della sua casa"- Lane andava professionalmente a caccia dell’ osceno con la ferocia di un inquisitore, massacrando il testo e spiegando in nota : "Tralascio un episodio sommamente biasimevole" oppure "Sopprimo una spiegazione ripugnante". Altri racconti sono completamente censurati "perchè non possono essere purificati senza distruzione".
Lane lavorò alla sua traduzione di cesello e bulino dal 1830 al 1840. Ne nacquero tre volumi, pubblicati a Londra da Charles Knight and Co., con un’ infinità  di stupende illustrazioni realizzate con i legni tratti dai disegni originali di William Harvey. Il titolo dell’ opera è The thousand and one nights, ma da allora in poi, Le mille e una notte verranno titolate nei paesi anglosassoni, più semplicemente, Arabian nights.
Le note apposte ai tre volumi della traduzione del Lane erano un invito a nozze per il gentiluomo più provocatore, avventuroso e anticonformista che la seconda metà  dell’ Ottocento britannico -ovvero l’ epoca definita Vittoriana- abbia conosciuto : il capitano Burton, un uomo che si vantava di conoscere l’ indirizzo di tutti i bordelli da Marrakesh a Peckino, da Londra al regno del Buganda. Come una sorta di Cyrano de Bergerac, per non essere da meno di Rafael Cansinos Asséns che sosteneva di poter salutare le stelle in quattordici lingue classiche e moderne, affermò di sognare in ben diciassette lingue, padroneggiandone addirittura trentacinque tra dravidiche, semitiche, indoeuropee ed etiopiche. Così, padre di 72 volumi, tra il Racconto personale di una peregrinazione a Medina dove, non circonciso, bacia la meteorite adorata nella Caaba, e le postume Compilazioni di epigrammi ispirati da Priapo si cimentò in una scandalosa traduzione delle Mille e una notte.
La sua edizione, in diciassette volumi, di cui ben sette di note, ornata da numerose illustrazioni, venne pubblicata in mille copie tra il 1885 e il 1888 per altrettanti sottoscrittori del Club Burton, con il compromesso legale di non ristamparla (ma il testo rivide di nuovo la luce qualche anno dopo, in un’ edizione di molto ridotta, purgata "da certi passi di pessimo gusto", senza illustrazioni e rilegata in un’ austera veste editoriale nera, con scritte arabe, che la fanno assomigliare più a        un’ edizione del Corano che alla scandalosa opera originale).

Un’ opera per sfrontati gentiluomini

Il capitano traduceva per i signori del West End, eruditi sempre pronti al disprezzo che godevano nel violare le regole. Per loro, i prodigi del testo che potevano divertire gli avventori nel Kordofan o a Bulak, rischiavano di sembrare troppo poveri. Così Burton moltiplicò             d’ intensità  le scene erotiche, tanto da guadagnarsi due autorevoli citazioni : per l’ Edimburgh Review, il Burton "scrive per le fogne", per l’ Encyclopaedia Britannica, la traduzione del capitano "è inammissibile" e, quindi, non esiste.
L’edizione del Burton, titolata The book of the thousand nights and a night, per la prima volta comprendeva anche storie omosessuali, presenti negli originali arabi e fin qui mai considerate. E anche per questo, forse, il lavoro di Burton, realizzato quasi completamente a Trieste, dove era stato inviato come console (per tenerlo lontano da Londra, dove infuriava uno scandalo in cui era coinvolto), per             l’ Inghilterra vittoriana  non poteva esistere. Parola di Oscar Wilde.
Ufficiale restava, quindi, la traduzione del Lane. Eppure Jorge Luis Borges, lo scrittore del secolo scorso che più ha amato Le mille e una notte (ne parla approfonditamente in Storia dell’ eternità , Milano, Il Saggiatore, 1962, o nella raccolta mondadoriana dei ‘Meridiani’, primo volume) non ha dubbi : la più affascinante delle traduzioni è proprio quella del capitano.

L’ epoca dei grandi illustratori

Moriva, comunque, l’ Ottocento, altro secolo infatuato dalle notti arabe, che aveva prodotto oltre alle due fondamentali traduzioni inglesi, un’ infinità  di edizioni con illustrazioni di gusto romantico, di mano più o meno felice. Il secolo moriva, dicevamo, proprio mentre sorgeva la stella di un arabista che avrebbe provocato un’ altra rivoluzione nel modo di concepire le novelle di Galland.
E’ l’ epoca del dottor Mardrus, osannato da André Gide, passato alla storia come l’ autore di una ‘versione letterale e completa’.
Al contrario, il suo testo è pieno di sfumature francesi fin de siècle, finezze tipo ‘l’ acqua che fa trasparire il colore del suo letto’ o ‘la qualità  della luce filtrata dalla seta’ e ‘le diramazioni incantevoli’ che di arabo hanno ben poco. Mardrus però doveva ispirare i grandi illustratori francesi e inglesi d’ inizio secolo e stupire un popolo libertino da Moulin Rouge più che occuparsi di un’ opera filologicamente ineccepibile. Così, di suo aggiunse paesaggi art nouveau, buone oscenità , brevi interludi comici e tanto, tanto orientalismo visivo.
La nuova traduzione venne pubblicata tra il 1899 e il 1904 e subito divenne materia di lavoro per gli illustratori dell’ epoca. Ci lavorarono Aubrey Beardsley, Edmond Dulac, Maxfield Parrish e molti altri.
Un’ edizione che sicuramente ha fatto epoca, a nostro avviso, è quella ‘monumentale’ in dodici volumi dell’ editore parigino H. Piazza, con le 144 tavole di Léon Carré (artista specializzato in temi orientaleggianti) e le decorazioni, i frontalini e gli ornamenti originali di Racim Mohammed. Dell’ opera, (1926), sono stati tirati 2.500 esemplari, di cui 50 ‘sur japon impérial’, numerati, con suites a colori e in bianco e nero, e un acquarello originale.
Oggi gli studiosi concordano nel ritenere che la miglior traduzione sia quella di un tedesco, Enno Littmann, decifratore delle iscrizioni etiopiche della fortezza di Axum. Senza le preferenze morbose di Burton, Littmann comunque, non arretra di fronte a nessuna oscenità .
L’ unico a dissentire da questo unanime giudizio è Borges : "Littmann, come Washington, non sa mentire, nella sua versione non c’è altro che la probità  della Germania. Pochissimo a confronto di giganti come Galland, Burton e Mardrus".
Quant’ è squallida, insomma, una versione veritiera di un libro di menzogne.

L’ Italia arriva buona ultima

In Italia esistevano decine e decine di traduzioni dal francese.           Dall’arabo nessuna. Si dovevano aspettare gli anni della seconda guerra mondiale perchè a Giulio Einaudi, giovanissimo promettente editore, venisse in mente di assegnare una traduzione a Francesco Gabrieli e ai suoi allievi per la collana ‘I Millenni’. Bellissima, quattro volumi raccolti in cofanetto che accostati formano un’ immagine di gusto orientale.
Questa rimase la versione ‘ufficiale’ italiana fino a quando la polemica si rinfocolò sull’ onda di una nuova traduzione pubblicata da Rizzoli nel 1989. Un’ opera, a ben vedere, pittosto ambigua : dal francese di un traduttore arabo o semiarabo. In quell’ occasione Gabrieli, ancora in vita, da noi interpellato schivò la polemica citando Diderot "Diffidate di colui che vuol mettere ordine".

Le edizioni per ragazzi

In Italia, soprattutto nel Novecento, le versioni per i più giovani sono centinaia, e tutte affascinanti. A nostro avviso, tre meritano di essere ricordate : innanzitutto quella di Ulrico Hoepli, uscita nel primo Natale di guerra, quella del 1915-18, e rivisitata da Teresita e Flora Oddono, con una copertina che ha fatto sognare molte generazioni di bambini; poi Le mille e una notte dell’ Istituto Editoriale Italiano nella collana ‘Biblioteca dei ragazzi’, due volumetti con le stupende illustrazioni di Duilio Cambellotti; infine, il ‘libro teatro’ Alì Babà  e i quaranta ladroni, pubblicato sempre da Hoepli nel 1940.

Le notti più belle dei giorni

Comunque sia, Le mille e una notte, quelle immortali, restano legate ad Antoine Galland, l’ uomo che per primo scrisse di Shahrà zà d e della sua trovata geniale : l’arte di raccontare.
La figlia del visir dimostra che non basta conoscere una storia, bisogna anche saperla narrare, sedurre colui che ascolta. Solo facendo vivere un universo straordinario si può guarire un sovrano del suo risentimento. Una storia deve essere meravigliosa, fuori dal comune, altrimenti non merita di essere riferita, sembra insegnare Shahrà zà d, ed è il ‘racconto’ che libera, finalmente, l’ascoltatore dall’ opprimente quotidiano.
Se questo non è un manifesto letterario, è almeno l’ invenzione del feuilleton ottocentesco, una tecnica narrativa che risolve il problema di farsi leggere tutte le mattine sulla nuova edizione del giornale.
E se Le mille e una notte sono ‘bassa letteratura’, come sostengono gli storici occidentali di letteratura araba, sul frontespizio di questo libro immortale meriterebbe di essere scritta una frase di Racine : "Qui, comunque, ci sono notti più belle dei vostri giorni".