Le prime edizioni di Andrea Zanzotto

Wuz n.10, dicembre 2002

Pasquale Di Palmo

Le prime edizioni di

Andrea Zanzotto

Affrontare un discorso sulle prime edizioni di Andrea Zanzotto non è un’impresa semplice. Alcune raccolte o plaquettes pubblicate dall’autore di Pieve di Soligo risultano infatti di difficile – se non impossibile – reperimento persino sul mercato antiquario.

Ricordo che cominciai ad appassionarmi all’opera di questo poeta verso la metà degli anni Settanta, quand’ero poco più che un ragazzino. Oltre alle letture obbligate di Baudelaire, Rimbaud o Dino Campana, compiute sui primi libri economici che riuscivo ad acquistare con i miei magri risparmi, un piccolo Oscar Mondadori, dalla copertina nera sulla quale risaltava la riproduzione di un dipinto di Mark Rothko intitolato Composizione dorata, aveva rappresentato la rivelazione che la poesia moderna, per considerarsi tale, doveva necessariamente misurarsi con gli innumerevoli aspetti della ricerca interdisciplinare. Quel libro – che conservo ancora gelosamente nella mia biblioteca, pur non essendo un’edizione particolarmente pregiata – altro non era che la fondamentale antologia del 1973 delle Poesie (1938-1972) di Zanzotto, curata da Stefano Agosti.

Ricordo in particolare che i versi che maggiormente colpirono la mia attenzione furono quelli estrapolati dai primi libri che Zanzotto pubblicò nella collana “I poeti dello Specchio”: Dietro il paesaggio e Vocativo. Dietro il paesaggio rappresenta la prima raccolta poetica di Zanzotto e documenta la straordinaria maturità con la quale quest’autore, allora trentenne, esordì nella più prestigiosa collana poetica del tempo, dopo essersi aggiudicato nel 1950 il Premio San Babila per la sezione inediti, con una giuria composta dal Gotha della poesia italiana di quegli anni: Montale, Quasimodo, Sereni, Sinisgalli e Ungaretti.

La silloge fu pubblicata nell’agosto 1951 “nelle officine grafiche veronesi dell’editore Arnoldo Mondadori”, come si legge nel colophon, con il formato grafico che caratterizza le prime uscite della collana: carta velina che racchiude il volume impreziosito al centro della copertina dall’elegante particolare del ritratto di Eleonora d’Aragona di Angelo Bronzino che rappresenta una mano femminile delicatamente posata sopra un libro. L’impostazione “classica” del volume stride un poco con la poesia visionaria e allucinata del primo Zanzotto, con esiti non di rado stranianti che, sulla falsariga dell’opera di Rimbaud, Éluard, Lorca e il surrealismo – come si legge nel risvolto di copertina – documentano la straordinaria predisposizione a sondare un mondo onirico che spesso si confonde con le crude vicende del panorama bellico. Nella nota posta in calce al volume si legge infatti che “Questa raccolta comprende liriche scritte tra il 1940 e il 1948, in gran parte inedite”.

Il tema del paesaggio caratterizzerà come un leitmotiv tutta l’opera di Zanzotto, configurandosi come una delle “spie” sulle quali il poeta sarà in grado di misurare, attraverso i vari gradi di degradazione dello stesso, i relativi cambiamenti della società. La chiusa di Ormai risulta, a tal riguardo, paradigmatica: “Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio / qui volgere le spalle”. Si tratta di un paesaggio cresciuto intorno alle sue stesse rovine, dove la gramigna cresce con l’insistenza di un rimorso tra le mura diroccate di un edificio o in cui risulta ancora possibile leggere sopra una porta divelta la vecchia insegna di qualche osteria dimenticata di campagna. Questo paesaggio “degradato” diviene così metafora non solo della guerra che l’ha irrimediabilmente sconvolto, ma anche di una condizione umana disarmante e precaria.

Lo stesso Ungaretti, con la consueta acutezza ed eleganza, in un intervento apparso su “L’Approdo Letterario” del settembre 1954, aveva recepito questo legame con la terra e il paesaggio, tipico della poesia zanzottiana: “Che cosa ci presenta in Dietro il paesaggio Andrea Zanzotto? Il segreto d’un panorama, e lo scopre tutte le mattine, e nell’ora meridiana, e la sera e di notte, lo scopre in ogni momento, lo scopre a ogni minimo frullo d’ale di stagioni, a ogni variare e a ogni pienezza di stagione… È un modo leopardiano di sentire il paesaggio… Ecco: un paese, leggendo Zanzotto, vedrete vivere, frusto, vetusto, violento, feltrato, che di continuo si corrompe e si rigenera, un paese arioso, un paese d’incanti d’idillio deturpati dalla tragedia”.

Nel libro vi sono esiti che si possono considerare tra i più alti della poesia italiana di quegli anni: si pensi in particolar modo alle liriche intitolate Quanto a lungo (“Quanto a lungo tra il grano e tra il vento / di quelle soffitte / più alte, più estese che il cielo, / quanto a lungo vi ho lasciate / mie scritture, miei rischi appassiti [...]”) o Elegia pasquale (“Pasqua ventosa che sali ai crocifissi / con tutto il tuo pallore disperato, / dov’è il crudo preludio del sole? / e la rosa la vaga profezia? / Dagli orti di marmo / ecco l’agnello flagellato / a brucare scarsa primavera / e illumina i mali dei morti / pasqua ventosa che i mali fa più acuti [...]”).

Vocativo, apparso nella stessa collana dello “Specchio” nel 1957, continua il discorso intrapreso con Dietro il paesaggio, radicalizzando, se possibile, la lezione degli esordi, tesa a manifestare l’“io fortemente problematizzato” di cui parla Mengaldo attraverso la filigrana di una lingua che si richiama scopertamente alle forme letterarie della tradizione fino ad arrivare al loro relativo stravolgimento. Ma si tratta di uno stravolgimento operato dall’interno, in virtù della considerazione che certe espressioni letterarie sono diventate, con il tempo, gratuite e anacronistiche. Endecasillabi e settenari abbondano in tutta la raccolta e i registri “alto” e “basso” si sovrappongono in continuazione, come nel felicissimo Colloquio, dove all’epigrafe che riprende un improbabile e sgrammaticato Scritto su un muro in campagna (“Ora il sereno è ritornato le campane suonano per il vespero ed io le ascolto con grande dolcezza. Gli ucelli cantano festosi nel cielo perché? Tra poco e primavera i prati meteranno il suo manto verde, ed io come un fiore appasito guardo tutte queste meraviglie”) si contrappone un incipit dai toni aulici, con richiami esplicitamente leopardiani: “Per il deluso autunno, / per gli scolorenti / boschi vado apparendo, per la calma / profusa, lungi dal lavoro / e dal sudato male [...]”. Ma la tradizione in Zanzotto non viene mai considerata come un elemento passivo o fine a sé stesso, bensì come uno strumento che si contrapponga all’inautenticità del reale.

La raccolta, che comprende poesie scritte tra il 1949 e il 1956, si pone, anche cronologicamente, come l’esemplare appendice di Dietro il paesaggio, pur attraverso la consapevolezza che il linguaggio diviene il nucleo intorno a cui si baserà tutta la futura produzione poetica zanzottiana. Stefano Dal Bianco afferma, a proposito della svolta tematica e stilistica di Vocativo, che “il lessico accoglie elementi espressionistici, inserti di latino ecclesiastico, latinismi, arcaismi, verbi al passato remoto, mentre l’urto con la storia produce termini impoetici e lontani da un registro medio, come Hitler, neon, conati, orgasmo, invetriati, obsoleti”.

Tra i due libri mondadoriani si inserisce la plaquette intitolata Elegia e altri versi, stampata nel dicembre 1954 presso le Edizioni della Meridiana, nella collezione “Quaderni di poesia” diretta da Vittorio Sereni, in 300 copie numerate. Il volumetto, in -16°, contenente una nota introduttiva di Giuliano Gramigna, fa da ideale tramite tra la poesia iperletteraria di Dietro il paesaggio e quella più problematica di Vocativo. Nonostante l’esiguità della silloge, non mancano momenti suggestivi che documentano il radicamento alla propria terra, come risulta dalla poesia Contro monte: “Dove ultima delle mie pene / Soligo fosca si cementa / al suo monte sdegnato dal cielo, / dove il fiume sussulta / e tenta col vano meandro / liberarsi dal melmoso autunno, / più vicino al tuo volto / al tuo corpo embrione aspro del sole: / là mi riscuoto, là rovescio la vita / mia, sonno infetto di terra, / là sei, vera pietra e vera terra / che arresta e stringe al muro i paesaggi; / e la fuliggine delle alluvioni / invola contro monte il mezzodì”.

Con IX Ecloghe l’editore Mondadori inaugurò la collana “Il Tornasole”, riservata a testi di letteratura militante e sperimentale. Composto tra il febbraio 1957 e l’ottobre 1960, il volume uscì nel marzo 1962. Nello stesso anno Zanzotto prendeva emblematicamente le distanze dall’esperienza dei Novissimi: “Certo anche un fenomeno come quello da loro rappresentato ha pienezza di diritti, ma non meno tra parentesi che gli altri fenomeni. Ogni spavalderia sarebbe scomparsa se si fossero resi conto dell’attuale ipotesi di reversibilità tra esperimento e convenzione, del perché di tale ipotesi; senza questa coscienza diviene impossibile salvare quel tanto di autenticità che v’è nella convenzione stessa e cogliere gli eventuali indizi di un suo superamento, si rende impossibile salvare, attraverso tanto legittimo disamore, qualche cosa che alluda, almeno, all’amore, ne isoli l’immagine per assurdo”. Non esiste sperimentazione, dunque, senza l’apporto della tradizione e IX Ecloghe ne rappresenta, fin dal titolo, l’esempio più calzante, con risultati che, per la loro commistione tra il linguaggio “tecnico” e quello letterario rivisitato in maniera spesso parodica, si configurano tra i più rappresentativi della vicenda poetica zanzottiana. Si legga a questo riguardo l’attacco di 13 settembre 1959 (Variante), testo ispirato al primo allunaggio di uno sputnik, con lo stravolgimento del componimento di Adriano Animula vagula blandula già rivisitato, in chiave modernista, da Pound e Eliot: “Luna puella pallidula, / Luna flora eremitica, / Luna unica selenita, / distonia vita traviata [...]”. La valenza sperimentale si basa dunque intorno ai precisi canoni della tradizione, spesso per sovvertirli in virtù della considerazione della loro inutilità, del loro anacronismo se rapportati a una realtà sfaccettata, che sempre più si riconosce negli schemi della tecnologia e della scienza. Lo stesso tono elegiaco che balenava insistentemente nelle raccolte precedenti perde i suoi connotati precipui per trasformarsi in una cadenza ironica e disillusa, come risulta da questo passaggio di Per la finestra nuova in cui si contrappone al classicismo di un verso “elevato” l’ironia dissacratoria di quello successivo: “O mia finestra, purezza inestinguibile. / Per farti spesi tutto ciò che avevo”.

Nel 1964 esce per l’editore vicentino Neri Pozza la raccolta di racconti e prose composti tra il 1942 e il 1954 Sull’altopiano. Il volumetto in -8°, dall’aspetto grafico sobrio ed elegante, raccoglie scritti di varia natura che alternano appunti di carattere diaristico a composizioni narrative più articolate, che risentono dell’atmosfera “notturna” che si respira nei racconti di Kafka, Hoffmann, Poe o Landolfi. Gian Mario Villalta suggerisce, a proposito di questo libro, che “lo statuto di genere dei testi (dal fiabesco al memorialistico, dal comico al lirico), in un gioco di trasfigurazione dell’esperienza, è condotto con estrema abilità nel differenziare o distanziare la voce narrante da quella presumibile dell’autore”. I luoghi in cui sono ambientate queste prose sono gli stessi in cui si svolge tanta parte della poesia zanzottiana, lo stesso “altopiano” a cui il titolo della raccolta fa riferimento si trova nella zona collinare prealpina che da Valdobbiadene conduce a Vittorio Veneto.

Nel 1968 Zanzotto approda con La Beltà, pubblicata nella collana de “Lo Specchio” mondadoriano, alla sua prova poetica più complessa e matura. La veste grafica della collana ha subito un radicale cambiamento: non più brossura ma legatura marrone con sovracoperta di un grigio chiaro che tende al color panna, priva di alcuna illustrazione, sopra cui campeggia il nome dell’autore in nero e il titolo evidenziato in verde. Con La Beltà si opera una svolta decisiva nell’itinerario poetico di Zanzotto: la modernità vi irrompe senza più alcuna remora di tipo letterario, producendo uno scarto tematico che si esprime attraverso un processo linguistico che incorpora in sé qualsiasi “devianza” dalla norma. La tentazione dell’afasia di celaniana memoria è sempre in agguato e, paradossalmente, spesso combacia con le manifestazioni linguistiche più radicali: dalla balbuzie all’interiezione fumettistica, dal “petèl” (linguaggio dei “bimbi piccolissimi”) al cicaleccio televisivo, dalla canzonetta all’imprecazione gergale.

L’anno successivo l’autore decide di svincolarsi dai lacciuoli della grande editoria, pubblicando in proprio un poemetto intitolato Gli sguardi i fatti e senhal (Pieve di Soligo, Tipografia Bernardi) che, per la sua complessità, si propone come ideale pendant alla raccolta La Beltà, a cui seguirà nel 1970 la pubblicazione, presso l’editore Scheiwiller, di un’esile raccolta di versi giovanili, nella collana fuori commercio “Strenne per gli amici”, diretta da Paolo Franci. Il volumetto consta di 32 pagine e misura cm 13,8 x 10,2, con una tiratura di 300 copie numerate; in copertina campeggia una composizione astratta di Piero Dorazio. A che valse? comprende poesie scritte tra il 1938 e il 1942 e si configura come il sottofondo “tellurico” da cui nasceranno i versi delle sue prime raccolte, anche se Zanzotto farà derivare l’inizio della sua vicenda letteraria soltanto con Dietro il paesaggio.

Il resto della produzione zanzottiana riguarda vicende editoriali troppo recenti per poter occuparcene in questa sede senza spazientire il lettore più avveduto. Basti ricordare le sillogi pubblicate nella collana de “Lo Specchio” che, di volta in volta, si presentano con un aspetto grafico diverso, in seguito ai continui lavori di revisione del design della collana stessa: Pasque (1973), la trilogia composta da Il Galateo in Bosco, con una prefazione di Gianfranco Contini (1978) – dal particolarissimo formato, del tutto inusuale per l’impostazione della collana, di cm 21,4 x 15,4 –, Fosfeni (1983) e Idioma (1986).

Tralasciando di riportare le prove, sia di carattere poetico che saggistico, più recenti, per il bibliofilo vale la pena menzionare almeno il Filò per il Casanova di Fellini, apparso originariamente nel 1976 per le Edizioni del Ruzante di Venezia, che si segnala per la raffinatezza dell’edizione, impreziosita da una lettera e cinque disegni del regista romagnolo. Con Filò la poesia di Zanzotto approda a una nuova e intensa fase: quella della scoperta del dialetto veneto, che aprirà nuovi orizzonti nella prospettiva della sua ricerca. In questo contesto si inserisce anche la pubblicazione del poemetto dialettale intitolato Mistieròi, stampato dalle Edizioni d’Arte Castaldi di Feltre nel 1979, con dieci riproduzioni di acqueforti di Augusto Murer, ispirate appunto ai mestieri artigianali ormai scomparsi.

E come un antico artigiano, Zanzotto si raffigura in questo passaggio tratto dal volume Ritratti su misura di scrittori italiani, a cura di Elio Filippo Accrocca (Venezia, Sodalizio del Libro, 1960), in cui abbozza un sintetico ma significativo autoritratto alla stregua dell’opposto sentimento che lo lega a una provincia che rappresenta, nei suoi libri, il nucleo intorno a cui ruotano, come “fosfeni”, le immagini caleidoscopiche dei suoi deliri: “Anche se non ho mai perduto il contatto con i centri della vita culturale italiana, sono rimasto in disparte. Mi chiedo spesso il perché di questo fatto. Circostanze mi legarono al paese; ma in fondo non sentivo particolari stimoli a partire, pur non essendo felice di restare”.