Wuz n. 1, gennaio-febbraio 2003

 

Pasquale Di Palmo


Le prime edizioni


di Tommaso Landolfi

 

 

Per chi, come il sottoscritto, si è recato in pellegrinaggio, in tempi non sospetti, a Pico, paesino sperduto in provincia di Frosinone che diede i natali a Tommaso Landolfi, scrivere un servizio sulle prime edizioni di questo scrittore non può che rappresentare un piacere. Ma, al tempo stesso, può anche essere una fonte di preoccupazione, considerata la proverbiale tendenza al perfezionismo che animava l‘operato di un autore talmente versatile da arrivare a cimentarsi, con esiti più che brillanti, in qualsiasi tipo di disciplina: dalla narrativa alla poesia, dalla saggistica alla traduzione, dal teatro alla favola.

 

La mia ammirazione per Landolfi risale a più di vent‘anni fa, quand‘ero poco più che un ragazzino. Ebbi occasione di leggere i Tre racconti, che rappresentarono per me una rivelazione. In particolare mi sembrava che il racconto intitolato La muta rasentasse, nella sua stringatezza, la perfezione assoluta. All‘epoca le opere di Landolfi erano pressoché dimenticate e, a parte qualche titolo ristampato in una collana mirata della Rizzoli (“Opere di Tommaso Landolfi”), risultavano di difficile reperimento. Così cominciai a rivolgere la mia attenzione al mercato antiquario e, nonostante non disponessi di grandi risorse economiche, riuscii con il tempo a procurarmi quasi tutte le sue edizioni originali.

 

Personaggio eccentrico e, al tempo stesso, appartato, chiuso in un suo mondo inavvicinabile e segreto, il giovane Landolfi frequentò negli anni Trenta a Firenze l‘ambiente letterario che si riuniva intorno al Caffè delle Giubbe Rosse. Ma alle conversazioni con gli intellettuali preferiva sin da allora il gioco d‘azzardo e risultava più facile ritrovarlo magari nel retrobottega di un fornaio a giocare a carte con qualche tipo poco raccomandabile, anziché a conversare di letteratura con Montale e Traverso, Gadda e Bilenchi. Quest‘ultimo riportò in Amici. Vittorini, Rosai e altri incontri (Torino, Einaudi, 1976) una serie di aneddoti piuttosto divertenti intorno alla figura del Conte, com‘era soprannominato Landolfi in seguito alle sue ascendenze di origine nobiliare e al suo portamento ricercato e austero. In uno di questi si narra del mancato duello tra il fiorentino Luzi e il modenese Delfini che provoca il rammarico di Landolfi, “preso dalla rabbia per non aver veduto ‘la terra di Firenze bagnata dal sangue di quel maiale emiliano‘”.

 

Dopo aver collaborato con varie riviste, Landolfi esordì in volume proprio a Firenze, nel 1937, con la raccolta di racconti intitolata Dialogo dei massimi sistemi, stampata dai Fratelli Parenti quale secondo titolo della collezione di “Letteratura”, curata da Alessandro Bonsanti, in 200 copie numerate da 1 a 200, oltre a una tiratura fuori serie. Sulla copertina del libro che misura cm 20 x 14, sobria ed elegante, si accampano su fondo bianco incorniciato in rosso, tutti in stampatello, i nomi dell‘autore, dell‘editore e il titolo. Il Dialogo dei massimi sistemi costituisce, nonostante sia il suo primo libro, una delle opere maggiormente rappresentative di Landolfi, con un capolavoro assoluto come Maria Giuseppa, il racconto iniziale, di un delirio allucinato che non ha paragoni nella narrativa italiana di quel tempo.

 

Il secondo libro di Landolfi esce due anni dopo, nel 1939, per l‘editore Vallecchi con il quale l‘autore intratterrà  un rapporto destinato a durare sino al 1972 e che sfocerà  nella pubblicazione dei suoi titoli più importanti. Il romanzo breve La pietra lunare, che ha come sottotitolo Scene della vita di provincia, racconta la singolare vicenda del protagonista, il giovane alter ego landolfiano Giovancarlo che incontra una ragazza dai piedi caprini chiamata Gurù, con la quale vivrà  delle avventure soprannaturali, misurandosi di volta in volta con i briganti morti, le creature mannare, le mitiche Madri, in ambienti spettrali e decadenti che non possono non richiamare alla mente le atmosfere e le superstizioni che circolavano un tempo in certi paesi del Meridione. La prima edizione vallecchiana uscì con due sovracoperte diverse: una corredata da un quadro di Nils, l‘altra di impostazione soltanto grafica.

 

Nello stesso 1939 esce per le Edizioni della Cometa di Roma, in 500 copie numerate, un‘altra raccolta di racconti: Il mar delle Blatte e altre storie. Il curatore della collana è il poeta Libero de Libero, a cui è emblematicamente dedicato il racconto Notte di nozze. Il volumetto, come si evince dal colophon, “si compone di 5 esemplari fuori commercio segnati con le vocali a, e, i, o, u; di 50 esemplari stampati su carta Ingres dall‘I al L; e di 500 esemplari su carta vergata numerati dall‘1 al 500″. Sia gli esemplari contrassegnati dalle vocali sia quelli contrassegnati dalla numerazione romana si arricchiscono, in seconda di copertina, di un‘illustrazione di Giorgio de Chirico, raffigurante un‘enorme mano che incombe dall‘alto su sei figure femminili in primo piano. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una sequenza di piccoli capolavori, a cominciare dall‘enigmatico racconto che dà  il titolo al libro, permeato da un‘atmosfera surreale e plumbea che non può non ricordare le invenzioni strabilianti e, al tempo stesso, rigorose di Kafka.

 

Nel 1942 esce per i tipi di Vallecchi una nuova raccolta di racconti, intitolata La spada che viene preceduta da una ristampa de “Il Mar delle Blatte e altre storie”. La sovracoperta è illustrata da Nils. Anche in questa silloge il tono dei racconti è quanto mai vario: Giancarlo Pandini sostiene al riguardo che esiste una netta antinomia tra i racconti “dove la moralità  landolfiana è contenuta e schiva, e l‘invenzione cresce su di sé con naturalezza, senza forzature, vivificata da un impegno espressivo che non travalica l‘emozione per divenire razionalizzato per eccesso, e dove appunto Landolfi riesce a interiorizzare l‘ironia e la cruda e inquietante parodia, per far emergere al contrario l‘invenzione liberata e autentica” e quelli in cui l‘autore “ricade al contrario nella moralità  più scoperta, nel divertimento più esteriore, e dove la stessa macchina narrativa è messa in moto difficoltosamente, arbitrariamente, quasi che lo scrittore avverta, prima di intraprendere il viaggio verso la narrazione, un che di architettato, di ingegnoso, di pianificato, ma poi volto più a didatticamente offrire che a compiutamente narrare”. Distinzioni da cui ci permettiamo di dissentire, in virtù della consapevolezza che in realtà  non esiste una frattura così netta tra i cambi di registro landolfiani, bensì un‘unica, ininterrotta rappresentazione teatrale che ora evidenzia l‘aspetto farsesco ora quello più compiutamente orientato in chiave descrittiva o fantastica.

 

Non è un caso che questa contrapposizione possa corrispondere, per usare una metafora cara allo stesso Landolfi, al rouge e al noir della roulette, gioco che senza questi colori non sarebbe nemmeno concepibile. Rouge come ironica dissacrazione di tutto e di tutti, simile per certi aspetti
a quella che traspare dagli scritti iconoclastici di un Paul Léautaud, e noir come il dolore che ci annienta in ogni nostra azione quotidiana, come quello che spinge Renato di Pescogianturco-Longino, protagonista del racconto La spada, a fendere in due la donna amata.

 

Con Il principe infelice Landolfi inaugura la breve stagione delle favole per l‘infanzia. Il volume appare nel dicembre 1943 per i tipi di Vallecchi, con una sovracoperta di Sabino Profeti a cui si devono anche le relative illustrazioni che risultano senz‘altro superiori a quelle composte da Enzo Cesarini per la seconda edizione, uscita per il medesimo editore nel 1954. Idolina Landolfi precisa che “La storia editoriale dei racconti di Landolfi per l‘infanzia […] è quanto mai travagliata: evidentemente in essi il Vallecchi non individuava una conveniente operazione commerciale. In questo primo caso, si consideri anzi tutto il lasso di tempo (più di cinque anni) intercorso tra la composizione e la pubblicazione; quindi il penoso procrastinare dell‘editore d‘una ristampa fortemente voluta da Landolfi sin dall‘esaurimento – compitosi in pochi mesi – della tiratura iniziale”.

 

Nel gennaio 1946 esce per l‘editore Bompiani il romanzo breve Le due zittelle, con in sovracoperta un particolare da un dipinto di Georges Braque; il brano sul risvolto di copertina, non firmato, è di Eugenio Montale: “In questo piccolo libro che ha tutt‘insieme della stampa dell‘Ottocento e del racconto straordinario, dell‘operetta filosofica e del grottesco hoffmanniano, il Landolfi – un giovane scrittore del quale la nostra critica migliore ha già  accolto altre prove con eccezionale consenso di simpatia – imposta un sottile problema di casistica morale intorno al presunto sacrilegio di una scimmia”. Landolfi teneva in grande considerazione Le due zittelle, tanto da arrivare a scrivere ad Enrico Vallecchi nel 1952: ” […] e a proposito dell‘editore Bompiani, non sarebbe opportuno che tu rilevassi da lui le Due zittelle (il mio miglior racconto, dopo tutto), le cui copie restanti sono andate al macero, e che egli non troverebbe difficoltà , penso, a cederti?”.

 

L‘ambientazione della vicenda risente, soprattutto nella descrizione della società  provinciale frequentata dalle “zittelle”, di certe atmosfere palazzeschiane, a cui fa da contraltare la tendenza ad indugiare talvolta con compiacimento intorno a sequenze macabre o grottesche degne del miglior Poe come non ricordare l‘efferato duplice omicidio compiuto da un orang-utang nel racconto intitolato The Murders in the Rue Morgue – o di Hoffmann.

 

Nel 1947 Landolfi pubblica, sempre per Vallecchi, il romanzo intitolato Racconto d‘autunno. Si tratta di una delle prove più mature dell‘autore in cui l‘elemento autobiografico, pur essendo sempre presente, viene abilmente dissimulato in virtù delle continue invenzioni narrative che si richiamano, più o meno scopertamente, ai canoni di certa letteratura romantica. Carlo Bo, che Landolfi considerava il maggior esegeta della sua opera, scriveva a proposito di questo libro: “A Landolfi è riuscita un‘impresa che possiamo ben dire unica ai nostri tempi: non fa parte di nessuna istituzione, non ha un mestiere se non quello dello scrittore e, per giunta, esercitato in quella maniera artigianale e aristocratica come poteva fare per l‘appunto un Barbey d‘Aurevilly, non obbedisce a nessun codice, non segue riti d‘alcun genere, è un solitario, uno che vive davvero in un‘isola e ogni tanto affida al mare dei piccoli messaggi sotto forma di divertimento, fra l‘irrisione e la disperazione ma sempre con un intento ben preciso, proteggere la propria libertà , in modo da consumare fino in fondo la propria desolazione. C‘è una grossa parte di gelosia in questa lunga caccia al minimo, in questo disegno di perfetta riduzione al nulla e in tale ambito trova la sua sede naturale il grande sentimento, il sentimento primo della sua vita: l‘amore. Nel Racconto questo sottofondo musicale è fin troppo evidente, si direbbe che l‘intera favola si muova per questo scopo, fra chi vuole impedirgli di toccare la sponda dell‘amore e chi invece riesce a darglielo”.

 

Nel 1950 esce, sempre per Vallecchi, Cancroregina, magistrale racconto lungo di ambientazione fantascientifica in cui Landolfi sembra riscrivere, in un ambito decisamente futuristico, la trama del Giornale di un pazzo di Gogol‘, autore amatissimo di cui tradusse gli indimenticabili Racconti di Pietroburgo nella collana “Il Sofà  delle Muse” di Rizzoli nel 1941 (bisogna inoltre ricordare le numerose versioni sia dal russo di PuÅ¡kin, Leskov, Lèrmontov, Tjutcev, Tolstoj, Dostoevskij, sia dal tedesco di Novalis, Hofmannsthal e i fratelli Grimm, che dal francese di Merimée e Nodier). La fascetta editoriale di Cancroregina recita: “Un Landolfi umanissimo in un racconto straordinario fra la saggezza e la pazzia”. Sul risvolto di copertina appare una delle rarissime immagini dello scrittore che, com‘è noto, non amava farsi fotografare e che aveva una particolare forma di avversione per ogni tipo di ostentazione pubblica (circola un aneddoto secondo il quale Landolfi metteva a dura prova gli organizzatori dei vari premi letterari vinti di volta in volta, costretti com‘erano a cambiare i programmi delle relative manifestazioni onde evitare che lo scrittore, quando saliva sul palco per la premiazione, presentasse le proprie “terga” al pubblico).

 

Nella lezione di Cancroregina, apparsa nell‘antologia dei Racconti vallecchiani del 1961 – che si avvale di una sovracoperta illustrata da Mino Maccari – è stato soppresso, per volontà  dell‘autore, il terzo e ultimo capitolo che non figura neppure nelle ristampe successive, come indicato dal narratore in una lettera a Enrico Vallecchi del 21 dicembre 1960: “[…] l‘ultima parte (dialogica) di Cancroregina deve saltar via”. Si tratta di due scene dialogate che si svolgono nel manicomio in cui è stato rinchiuso il protagonista, suggellate dalla seguente, emblematica chiusa dove è quanto mai presente tutto lo spirito dissacratorio di Landolfi: “àˆ questa chicca appunto che abbiamo voluto, né sappiamo bene perché, trasmettere, in parte, ai nostri dodici lettori e mezzo”.

 

Con LA BIERE DU PECHEUR, stampata nel 1953 per il solito Vallecchi, Landolfi inaugura la sua felice stagione diaristica. Riportato in stampatello e senza accenti, il titolo può significare sia La bara del peccatore sia La birra del pescatore, confermando quell‘ambiguità  polisemica che lo scrittore attribuirà  costantemente alle parole stesse (si consideri al riguardo l‘emblematico elzeviro intitolato Parole in agitazione, che figura nella raccolta Un paniere di chiocciole). Nel risvolto di copertina figura un‘altra fotografia dello scrittore, divenuta celebre, e probabilmente scattata nella stessa occasione in cui fu “rubato” il ritratto apparso in Cancroregina, in quanto l‘abbigliamento e la pettinatura dello scrittore sono i medesimi: Tom, com‘era chiamato affettuosamente dagli amici, si nasconde il volto con la mano aperta a ventaglio e la palma rivolta verso l‘obiettivo.

 

La confessione autobiografica presente in LA BIERE DU PECHEUR viene a più riprese ribaltata da una sequenza di digressioni fantastiche che il narratore spaccia per reali, creando una sorta di imbarazzo nel lettore disorientato e ammirato al tempo stesso da uno stile sempre sorvegliatissimo e ricco di funambolismi l
inguistici, tesi ad esorcizzare l‘horror vacui e la disperazione sempre incombenti.

 

La raccolta di racconti Ombre fu pubblicata, sempre per i tipi di Vallecchi, nel 1954. Tra i titoli più significativi della silloge bisogna ricordare perlomeno lo stralunato La moglie di Gogol‘ e La vera storia di Maria Giuseppa, in cui Landolfi svela i retroscena reali, spesso amari, relativi alla composizione del suo celebre racconto Maria Giuseppa.

 

Nello stesso anno esce per l‘editore fiorentino la seconda favola per bambini, intitolata La raganella d‘oro, ideale pendant al Principe infelice, che si avvale di 50 illustrazioni in nero e 6 tavole a colori di Carlo Galleni. Il volume è corredato da due sovracoperte differenti: una con illustrazione di Marcello Guasti, l‘altra dello stesso Galleni.

 

Nel 1958 con il racconto lungo Ottavio di Saint-Vincent preceduto da una ristampa di Le due zittelle, Landolfi approda a una delle sue prove più scoperte dal punto di vista biografico, essendo la vicenda tutta imperniata intorno al demone del gioco che anima le vicissitudini del protagonista (lo scrittore, com‘è risaputo, era un accanito giocatore e passava gran parte dell‘anno nelle città  che potevano impegnarlo in tal senso: Sanremo, Venezia, Saint-Vincent, le località  della Costa Azzurra). D‘altronde la concezione del gioco in Landolfi era quanto mai paradossale, in quanto in innumerevoli testi cerca di dimostrare, attraverso vere e proprie disquisizioni di carattere filosofico, che il giocatore autentico è solo colui che perde: “Non ha pace finché non si sia incornato al tavolo verde, o, se si vuole, finché non abbia tutto perduto”.

 

Molto acutamente, Giacomo Debenedetti annotava, parlando dell‘Ottavio, ma riferendosi in generale a tutta l‘opera landolfiana che “In ognuno dei suoi libri, Landolfi ha adottato un‘apposita formula di stile, senza perciò apparire uno scrittore camaleontico, uno sperimentatore volubile e dilettantesco”. E, in maniera altrettanto arguta, Montale, recensendo Rien va – ma l‘osservazione può benissimo attagliarsi anche a certe prove narrative manifestamente autobiografiche – osservava: “[…] Landolfi, magnifico traduttore dal russo e da altre lingue, quando scriveva in proprio non faceva altro che tradursi, tenendo nascosto in sé l‘originale… Il suo è in sostanza il linguaggio dell‘uomo colto, che quando parla si sorveglia: un parlare che è appunto recitazione”.

 

Nel 1958 esce anche, nella collana di narrativa diretta da Umbro Apollonio per il Sodalizio del Libro di Venezia, un volume intitolato Mezzacoda, arricchito da alcune tavole di Giuseppe Santomaso. Il libro, rilegato, con sovracoperta illustrata dallo stesso Santomaso, si segnala per il particolare formato della collana, di cm 17,4 x 19,8, e per l‘accuratezza dell‘impostazione grafica, a cominciare dalle illustrazioni astratte del pittore veneziano che ben si sposano con l‘allucinata narrativa landolfiana. Ma lo scrittore di Pico non era particolarmente soddisfatto da questo tipo di operazione, tanto che in Rien va definisce questo “libretto di assurda composizione”, forse pentito del materiale eterogeneo che era confluito in tale sede, tanto che recupererà  gli scritti ivi apparsi per destinarli in seguito ad altri volumi vallecchiani.

 

Con Landolfo VI di Benevento, tragedia in versi in sei atti, approdiamo al 1959. Del volume in -8°, con copertina bianca, furono tirati anche 200 esemplari su carta speciale numerati a 1 a 200. Con quest‘opera Landolfi, che già  nei suoi libri in prosa aveva spesso inserito qualche frammento poetico, approda ad un genere, considerato in quel periodo anacronistico, come quello del poema drammatico in endecasillabi sciolti, con un‘impostazione che, nello stile, ricorda l‘Adelchi manzoniano. Il linguaggio è volutamente arcaico e ricercato, essendo la vicenda ispirata al medioevo che vide la sconfitta da parte del normanno Roberto il Guiscardo degli ultimi signori di Benevento Landolfo e Pandolfo. Ma, come sempre in Landolfi, il tema trattato altro non è che un pretesto per parlare di sé, spesso in maniera camuffata, mascherata, delle proprie vicende esistenziali e delle profonde disillusioni di cui era preda.

 

In Se non la realtà , edito nel 1960 per Vallecchi, raccolta composita di racconti ispirata ai suoi numerosi viaggi (non sempre in luoghi particolarmente ameni e suggestivi, qualora si consideri che un caratteristico suo racconto si ambienta a Rovigo e che le città  non potevano che dividersi per lui in due sole categorie: quelle che possedevano un casinò e quelle che non lo possedevano). Per la prima volta compare, sul rivolto di copertina, la seguente polemica presentazione che contrassegnerà  gran parte dei suoi lavori successivi: “L‘autore, stanco di sentirsi attribuire dai critici (o almeno dai più grossolani tra essi, e in ogni caso da chi poco lo conosce) la paternità  o l‘ispirazione degli scritti per consuetudine stampati in questa sede (i quali anzi lo trovano bene spesso dissenziente), ha pregato l‘editore di sostituirli d‘ora in avanti colla seguente dicitura: RISVOLTO BIANCO PER DESIDERIO DELL‘AUTORE”.

 

Da qui in avanti, sempre per l‘editore Vallecchi, usciranno in sequenza l‘antologia dei Racconti (1961), florilegio delle sue prove narrative più rappresentative; la raccolta novellistica In società  (1962), di cui segnaliamo La dea cieca o veggente che presenta diverse analogie con il Pierre Menard, autore del “Chisciotte” di Jorge Luis Borges; le Scene dalla vita di Cagliostro (1963), arricchito dalle fotografie tratte dall‘edizione televisiva andata in onda il 14 maggio 1961, per la serie Le pecore nere con un cast d‘eccezione, tra cui figurano Giorgio Albertazzi e Mario Scaccia; Rien va (1963) sorta di “diario igienico” in cui scopriamo un Landolfi sotto certi aspetti inedito, alle prese con una paternità  vissuta in maniera tenera e controversa; gli indimenticabili Tre racconti (1964) dallo stile asciutto e terso che contrasta con le vicende fantasiose ivi narrate; il romanzo Un amore del nostro tempo (1965) che descrive la singolare storia di un amore incestuoso tra fratello e sorella; i Racconti impossibili (1966) che, sin dal titolo, si configurano come un significativo campionario della sue narrazioni più grottesche e fantastiche, in cui spicca La passeggiata, racconto costruito a base di sostantivi e verbi incomprensibili, derivati da un semplice dizionario della lingua italiana Zingarelli; Des mois (1967) che idealmente chiude la trilogia diaristica, inaugurata con LA BIERE DU PECHEUR e splendidamente proseguita con Rien va; la raccolta contenente cinquanta elzeviri apparsi sul “Corriere della Sera” Un paniere di chiocciole (1968); il Faust ‘67 (1969), sorta di “dramma o commedia di incerto scioglimento” secondo la definizione stessa dell‘autore; il Breve canzoniere (1971), insolito libro composto da brevi dialoghi alternati a sonetti o brani in prosa; la raccolta di saggi e articoli di carattere letterario apparsi sulla rivista “Il Mondo” di Mario Pannunzio tra il 1953 e il 1958 Gogol‘ a Roma (1971); infine il canzoniere poetico Viola di morte (1972) che segna l‘ultima tappa del rapporto di collaborazione con Vallecchi e che documenta un aspetto poco conosciuto dell‘attività  di Landolfi, quello appunto della sua stag
ione poetica, eccentrica ed anomala rispetto agli orientamenti sperimentali di quel periodo.

 

Nell‘aprile del 1972 Landolfi firma un contratto che lo lega alla casa editrice Rizzoli che pubblicherà , oltre al volume di racconti Le labrene (1974) apparso nella collezione “La Scala”, una collana specifica dedicata alle “Opere di Tommaso Landolfi”, contrassegnata da un‘elegante grafica e da volumi in -8°, corredati da sovracoperte di John Alcorn e disegni di copertina di Edward Gorey. La collana alterna ristampe delle opere che più hanno incontrato l‘apprezzamento di pubblico e critica, pubblicate originariamente da Vallecchi e non più disponibili, a nuovi titoli come A caso (1975) e Il tradimento (1977), grave e terribile testamento poetico in cui Landolfi, sulla falsariga dell‘opera di Sade e Lautréamont, inveisce contro il “tradimento” divino, con esiti blasfemi che ricordano gli studi per la crocifissione di Francis Bacon: “Se Dio non è, chi bestemmiare?”. Geno Pampaloni, a proposito di questa forma di religiosità  capovolta, definiva “Questa tra Dio e il nulla […] una compresenza, la forma stravolta e dolorosa di una fede solitaria, una lacerazione dolente tra il sentimento cristiano e l‘orgoglio intellettuale”.

 

Del meno, uscito nel 1978, è l‘ultimo libro nel quale sono raccolti cinquanta elzeviri. Lo scrittore morirà  di lì a poco, a Ronciglione, presso Roma, l‘8 luglio 1979, dopo lunga e dolorosa malattia (uscirà  postumo nel 1987, sempre per l‘editore Rizzoli, Il gioco della torre che contiene una serie di racconti apparsi negli anni Sessanta sul “Corriere della Sera”). In un suo folgorante Epitafio aveva scritto: “Nacque; / Fu sempre solo / Tra tanta gente; / In molte parole / Tacque; / Indi morì, s‘accomiatò dal Sole”.

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